Saturday 29 April 2017

daQui

lievito - S’aveva ragione. Questo modo toscaneggiante sta danzando da alcune ore, dentro. Che forse non sarà bello, secondo un ascetico-correct. Ma se ne prenda atto. Qualche scritto fa, citavo don Milani a cinquant’anni dalla morte. Ora è un papa che dice cose che hanno segnato il mio essere prete, dalla lettura clandestina di quelle Esperienze Pastorali che capovolgevano fin dagli anni cinquant’anni il modo di essere chiesa  in Italia. Un modo subito bersagliato dai Gesuiti della Civiltà Cattolica, la rivista papale per eccellenza; ma poi guardato sempre con sospetto da preti del recinto e dai loro contubernali, in chi ha tentato negli anni un essere prete che non passasse da biliardini e salamelle varie: cose che illudono ancora oggi, accanto alle adunate oceaniche così distanti dall’attenzione piccola ma personale della canonica di Barbiana. S’aveva ragione: e non perché adesso anche un papa lo dice. S’aveva ragione per quella essenzialità del vissuto evangelico che esce dagli schemi mondani: gli schemi del numero, del voler contare, del proselitismo religioso senza fede. La fede, che è cosa più grande di una aderenza che “s’accontenta”; e che alla fine nulla spartisce con dettami di contenimento morale sui quali si giocava un trattenere nel recinto, e non quella libertà dalla legge che ammazza l’uomo. Ma, si sa, la vita della chiesa va avanti per secchiate. A questa rivalutazione – sempre più vero il detto che prima l’istituzione ecclesiastica fa martiri e poi li mette sugli altari – fa da contraltare quella “apertura” del quotidiano Avvenire al movimento del vaffanday che è il trionfo dell’antipolitica, del populismo, del giustizialismo e del qualunquismo. Esattamente l’opposto dell’accoglienza, della razionalità, e della corresponsabilità. Ora, linciare il direttore di quel giornale per una scivolata non è lecito (anche se, caro direttore, ha scandalizzato parecchi di noi, e si è reagito buttandola in ironia): ha scritto e detto cose egregie negli anni, e ha dato al suo lavoro un indirizzo sicuramente onesto. Fino ad ora. Ma adesso? Ancora si rifanno gli errori di appoggiare i possibili vincitori del momento? Già successo nel recente passato, con il conductor delle olgettine. Possibile che sia così difficile accettare di essere il piccolo resto, quel lievito e quel pizzico di sale che dà sapore? Insomma, è così difficile accettare di essere diversi?  Secchiate calde e fredde: dicono, non so, sia il metodo svedese per la buona salute. Beh, i cristiani - quelli che tentano di esserlo con coerenza rispetto alla fede nel Risorto, e perciò non stanno rigidi dentro regole che hanno fatto il loro tempo, tempo pur buono s’intende, ma tempo che deve lasciar posto all’oggi della vita – i cristiani possono ben sperare: di queste secchiate son pieni i loro giorni. Vengono da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso. Ecco perché si sta comunque nella chiesa, anche quando è evidente che non sa cavalcare la vita, quando si trincera dietro una legge naturale che per essere assoluta dovrebbe essere ormai del tutto conosciuta: e non è così, dato che ogni giorno e ogni uomo svela qualcosa di nuovo di sé, continuamente. Ci si sta – per usare un’espressione di don Milani – non solo perché si ha bisogno del perdono dei peccati, che solamente la Chiesa assicura attraverso gesti e parole che si conficcano nella persona; ma perché il cambiamento lo realizzano solo quelli che stanno dentro, e non quelli che fuggono da porte di servizio. Dentro questa Chiesa delle contraddizioni resistono in molti, e senza poi tanto affanno. Sperano comunque che le uniche contraddizioni da inseguire siano quelle evangeliche, e non quelle ecclesiastiche. Perché è già fatica accettare, nella propria fragilità, il Vangelo sine glossa del Signore.    24 aprile 2017

 

 Pasqua - È oggi il 14 di Nisan, aprile per noi: un pomeriggio dal sole ammalato, con un foschia che impedisce di arrivare con lo sguardo alla corona degli Appennini che in giornate terse conforta chi sta qui, su questa collina coltivata a vigneto fin dall’anno mille. È il giorno di quella Pasqua ebraica che si è vista rivoluzionare la sua unicità. Da allora, il racconto non sarebbe più stato, per molti, il ricordo della liberazione dalla schiavitù per un popolo che desiderava una propria terra, e una propria storia. Per molti da allora si sarebbe ricordata un’altra liberazione; e da allora, per molti, si sarebbe avviata un’altra storia. Su un monticciattolo appena fuori Gerusalemme, viene inchiodato Dio: nella complicità del potere religioso e del potere civile, si proclama che non c’è posto per chi pretende una visione del mondo fondata sulla dignità delle persone, e non della legge. Si crocifigge l’immagine di un Dio del tutto irregolare rispetto alle proprie accomodate costruzioni. Ci si libera di un Dio che ha preteso di essere uomo. Sanno quelli della mia generazione a che cosa si era ammaestrati fin da piccoli sulla forma di Dio: un essere perfettissimo, onnipotente e onnisciente... Tanto perfettissimo da essere irraggiungibile. Per questo mi è successo tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso – a giovani preti, che appena usciti dal Seminario erano convocati mensilmente per un accompagnamento in una novità non facile per la loro nuova vita – di avvertire per quella tentazione di ridurre a un “gesuismo” la loro catechesi. Un Gesù senza un Dio in lui: certo di più facile accesso a chiamate religiose, ma pericolosamente lontano dalla fede. È sempre stato difficile, e lo è tutt’ora, coniugare un Dio di misericordia con un mondo d’inferno: dove il male sembra avere la meglio. Perché l’onnipotenza di Dio si è consegnata sulla croce, in Gesù. Annientandosi di fronte alla libertà dell'uomo. Bonhoffer, un cristiano impiccato nei lager nazisti, ci avrebbe ricordato che la croce è “la misura della distanza che c’è tra Dio quale è e il dio che ci vogliamo immaginare”. E dunque “solo un Dio debole può salvarci”.  Che non è una cosa tanto digeribile. Eppure sapere di un Dio che si consegna a noi, che piange con noi, che chiede di essere consolato, Lui, come vogliamo noi essere consolati, è il Dio di quella compagnia che già nella sua forma trinitaria dice una condivisione di tutto se stesso. Chiamandoci allo stesso stile di condivisione. Quel 14 di Nisan la liberazione prendeva una strada nuova, non più in fuga da carri e faraoni. Con un Dio che finalmente si accosta a noi, che non vive perfettissimo, altrove dalla nostra connaturata imperfezione. Un  Dio che si consegna, il nostro, senza nulla toglierci del nostro scegliere la vita. Pagando con noi il prezzo di fallimenti; esultando con noi quando finalmente l’amore ci afferra e ci slancia. Nella notte in cui fu tradito, proprio quella notte avviene l’irreversibilità della memoria: prende un calice di vino, e dice che sarà ormai il suo sangue la nostra salvezza. Dello stesso vino che sgorgherà da queste viti in sboccio, in questo aprile pasquale; vino, che con il pane - frutti di terra e delle fatiche umane, ogni giorno del Signore deponiamo tra le antiche pietre di questa abbazia: umanità e divinità inscindibili, per la certezza che la nostra speranza non sarà delusa.   14 aprile 2017 

scioperi - Non è che la rivendicazione abbia dei risvolti strettamente religiosi. A meno che finalmente si condivida che ogni azione umana è sacra. Dunque rispettare insieme certi giorni li fa uscire dall’idea del riposo fisico, e li immette dentro il concetto della festa. Che è riabilitazione di tutto l’uomo, in sé e nella relazione. Rispettarli insieme, quei giorni: quello che non capita più a cassiere e operatori dei centri commerciali, aperti 361 giorni all’anno su 365 (e recentemente anche 24 ore su 24).  Non c’è più l’insieme ritmato sui sette giorni delle famiglie, e neppure della comunità in cui si abita. Avere il giorno di sosta dall’occupazione, quando gli altri sono altrove – a scuola, in ufficio, sui cantieri – quanto incide sul ritmo mentale e spirituale di una persona? Dunque la rivendicazione di questi giorni che chiede di chiudere tutti i supermercati a Pasqua, assume solo il valore di un segno: chiudere ma per aprirsi. Un giorno in più, ma restano gli altri cinquantacinque da reclamare. Soprattutto li dovrebbero reclamare i credenti cristiani, che di ogni domenica sono chiamati a fare una Pasqua. Un po’ difficile in una società ormai multi religiosa? Sicuramente ci potrebbe stare la rivendicazione del venerdì islamico, e del sabato ebraico: che sarebbe finalmente una soluzione rispetto a quel lavorare meno, ma lavorare tutti, che oggi sembra proporsi con forza; il che darebbe ben tre giorni settimanali alla festa: uno per camminare scoprendo il passaggio delle stagioni (quelle nuvole bianche di ciliegi in fiore che tappezzano questa collina di Fontanella!), un altro per contemplare da dentro il pulsare della vita, e un terzo per immergersi in una convivialità che superi le personali tribù. Utopia?  Se utopia è un ideale non destinato a realizzarsi sul piano reale, tuttavia ha una sua forza stimolatrice nei riguardi dell'azione politica, “nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti”.  La domenica come eversione rispetto a questa maniera di continuare a forgiare il mondo dentro cui ci costringono a stare; e per i cristiani, la domenica come scampo alla piattificazione della vita che li sta rendendo di forma pagana. In più occasioni ho ricordato quella saggezza dei primi discepoli del Risorto. Anche allora ci si sposava per amore, naturalmente. E l’amore, si sa, non ha confini, travalica etnie e colore e odore della pelle. Allora, forse con un po’ di differenza rispetto ad oggi (siete d’accordo?) c’era una visione della vita più profonda del pur importante apparire dell’amore. C’era il perché molto pronunciato generato da quello che si vive, andando: e dunque il discernimento rispetto alla meta. E quando succedeva che una ragazza si innamorasse di un pagano - bello, attraente, giudizioso, ma pagano, e dunque con la propria idea sulla vita - le si faceva una semplice, indispensabile domanda: e non per impedire, ma per avvertire su quel che conta ancor più dell’amore per una creatura: quell’uomo, la notte santissima della Pasqua, ti permetterà di venire a celebrare la speranza della nostra vita?  e cioè l’amore donato che prende “nuova carne” risalendo dalla tomba?  e che poi è quello per cui siamo incamminati, sostenendoci l’un l’altro per non mancare l’arrivo? No, non è per questa Pasqua che oggi si minaccia uno sciopero. Ma sarebbe bello, oltre che giusto, che quei dipendenti che sono credenti, mettessero, nelle loro rivendicazioni, e primariamente, questa motivazione. Che è poi avvertire che si lavora per vivere, e non si vive per lavorare. A Pasqua, e in tutte le pasque settimanali: da celebrare insieme nell’intimità più vasta che Essa, che esse, pronunciano: per i cristiani, ma per tutti.  6 aprile 2017  

 progresso - Un alunno del tempo felice che fu, mi ricordava in questi giorni alcuni cenni profetici (!) che spartivo negli anni ’70 del secolo scorso. Ai quintini si davano alcune indicazioni sull’essere cristiani e cittadini: capaci di parola e di presenza. Quando era facile prevedere che la funzione progresso – intesa nel malo modo del sole dell’avvenire che allora sembrava risplendere già eterno – avrebbe comportato quello che oggi sembra solo un iter di passaggio: la disoccupazione accentuata. Ma era facile prevedere, se ci si stava solo un poco a pensare il futuro, che la tecnologia avrebbe a poco a poco soppiantato la forza lavoro di uomini e donne. Lavorare per un periodo più breve, a parità di salario, era la prospettiva su cui la politica non ha saputo dare per tempo una vera risposta. E questo perché allora si pensava che progresso coincidesse con il progredire sempre, senza fermarsi: senza sostare a ballare un poco di più la vita. Senza aver coscienza che poteva, quel cammino bramoso necessitato dall’ideologia del consumismo, inevitabilmente comportare un precipitare. Anche afflitta, la generazione di allora, dal senso del dovere, certo; ma impediti di capire che la conoscenza sempre più accentuata di strumentazioni, poteva spalancarsi su un riprendersi il proprio tempo di vita. E in nome di quel tipo di progresso si è formata  una generazione di nullafacenti: senza lavoro, ma non senza discoteche, non senza occupazioni che intruppano o in bande criminali giovani e adolescenti in cerca di un proprio star bene; o in quelle bande di smanettatori social che intruppano nella democrazia dei creduloni. Quest’ultima banda fomentatrice della prima: perché crea aspettative che nulla hanno a che fare con lo stare al mondo da cittadini (per rimandare a capitoli ben più ampi dello starci da cristiani evangelizzati). E infatti: basta leggicchiare qualche paginata di Internet per credersi studiati. Mentre si è solamente saccenti: soprattutto là dove la verità è quella che scende da un capo al popolo che beve. Scatenando così le stagioni dello scontento, con quei capi che cavalcano il malcontento. Duecento olivi che vengono momentaneamente trapiantati, per permettere un’escavazione per un gasdotto – e che saranno ripiantati nello stesso luogo – sono sufficienti a mobilitare il governatore di una regione che per altro di olivi ne ha a milioni; e in barba alla possibilità di creare nuovi posti di lavoro: è il no per principio, il no ideologico, il no che non interessa il bene comune.  Eppure sarebbe vero progresso: quello che realizza per l’oggi il vissuto possibile. La verità che discende da capipopolo pescati in rete e seguiti nelle votazioni on-line o nelle urne, è questo che ci aspetta? Che ci siano scandali a corredo, autoritarismi da soviet in una nazione che pure si dice democratica, contraddizioni tra ruoli istituzionali e azioni di pura apparenza: la sofferenza di un cittadino normale è sopportare questa impermeabilità alla conoscenza, questa voglia di altro rispetto alla verità del tempo che viviamo. Di quel sapere nelle aule non sorde dell’Esperia, qualche alunno ne ha fatto un discepolato: da cittadini cristiani che in minoranza sanno dire il contrario, e si oppongono. E hanno fatto proprio quel compito che H. Cox ha affidato agli uomini pensanti: “L’uomo per sua natura non soltanto lavora, ma canta danza, prega, racconta storie e celebra”. Così sia per quanti, uomini e donne pensanti, vogliono davvero cambiare il mondo. Ma così sia per quelli che continuano a sentirsi cristiani pur opponendosi al Vangelo predicato in gesti e parole dalla grazia di un papa che è dato oggi. Opponendosi a un progresso evangelico che chiama a ridire il sacro là dove avviene veramente, e dunque nei segni sacramentali, si vorrebbe perpetuato il culto della personalità  - dai preti ai vescovi e al papa - che da secoli impedisce loro d'essere gli uomini che sono, con i bisogni e le fragilità da cui non sono esentati. Progredire è così ritornare sempre più profondamente nella essenzialità del Vangelo, che chiama a vivere tra il canto degli uccelli e il profumo dei gigli di campo.   29 marzo 2017    

la bella politica - Oggi in Olanda le prove generali di un futuro europeo, con la versione olandese della Brexit: si sfascerà l’unità di questo continente, che ci ha preservato da guerre per la presa di possesso di un fazzoletto di terra? Si rifaranno le dogane, e i confini nazionali, che alcuni muri dell’est stanno provando a costruire? Più che mai oggi è tempo di politica, e dunque di sconfitta dei politicanti: quelli che non hanno imparato nulla (ma non hanno mai voluto imparare) dalla storia degli ultimi decenni, dove avarizia, finanza di carta e ignoranza, hanno preso il sopravvento sulla buona politica. Perché la politica è bella. E non si dovrebbe più permettere a conduttori tv di vantarsi pubblicamente, e nel favore di trasmissioni loro affidate, di non andare a votare da anni, adducendo il disgusto per una politica sporca che li esimerebbe dall’essere cittadini. La radiazione dagli schermi? Perché no, fino a quando pubblicamente non si ravvedano. (Sento fischiare le orecchie: cos’è, il metodo cinese delle purghe? o dei gulag  sovietici? ma la democrazia non è assicurare a ciascuno di dire la sua?  - art 21 ecc ecc!- Eh, no; qui si allude – e chiaramente – a un direttore di telegiornale, che si è fatto fama ai suoi tempi di mitragliatore, ora ridotto a poco più di un  masticatore di patate e di battute; e di quella conduttrice che per anni ha imperversato passando da icona semidesnuda dello sport, al tempo che ormai fa dedicandosi a pubblicità di rosse scarpe. E cioè, persone che approfittano di una visibilità a cui purtroppo beve anche un pezzo di popolo politicamente analfabeta: ritagliandosi un angolo radical-rivoluzionario nel salotto ben pagato che comunque non lasceranno mai). Radiare chi lancia il sasso e nasconde la mano: un politico non dovrebbe più avere a che fare con gente che sobilla così: se è politico coerente, e non un politicante, appunto. La politica è bella: un mantra da proporre nelle scuole, a cui chiamare i migliori rapper perché lo facciano entrare nella vita degli adolescenti e dei giovani: che invece la vita la stanno trascorrendo dietro pifferai interessati al potere di sopravvivere al loro affogamento. Dire che i peggiori stanno acquistando coraggio, e con i nuovi personaggi alla Trump saranno sempre di più: interessati a sé, in populismi che del bene del popolo non hanno nulla: se non propinare circenses che distruggeranno il pane. E servendosi del panico indotto, facendo immaginare qualunque forestiero come un intruso nel proprio recinto.  E dimenandosi su quella balera-mattatoio – come l’ha definita un editorialista -  che è la rete. (Di oggi l’incredibile difesa di un certo grillo parlante, che rinnega se stesso come grillo scrivente: nella causa in giudizio che sta perdendo, dà mandato ai suoi avvocati di dichiarare che lui non c’entra nulla con quel blog che va sotto il suo nome e con cui ha dato il via e nutre un nuovo partito, imbastendo e cucendo le maschere di tutte le piazze urlanti da cui siamo rintronati!). La politica è bella, e non la si può affidare a personaggi come i Le Pen, e i loro epigoni anche qui da noi: che promettono referendum per uscire dall’Unione europea, e vogliono precludere ai musulmani l’ingresso nei Paesi, deportarli se commettono reati, trattare il Corano come fosse un testo nazista. La politica è bella: ma siamo qui a vedere come va in quella cartina tornasole che oggi è l’Olanda: la patria delle grandi libertà, fatta da un popolo da sempre considerato progressista e illuminato, esaltato anche e soprattutto da quelli che “là sì che sono civili?”. È il paese che ha prodotto il Catechismo olandese, ormai quarant’anni fa, quell’esperimento avanzato che fece discutere tutta la Chiesa cattolica locale sul nuovo modo evangelico per dire la fede: un paese di libertà anche religiosa. Ma sarà che oggi, nel cantone meridionale a prevalenza cattolica, dove Chiesa e miniere di carbone che un tempo assicuravano l’appartenenza, è cambiato tutto. E l’istinto di pancia prevale sull’intelligenza del futuro. A scapito, là e qui, della politica bella. 15 marzo 2017


errore umano – Lo si dice da subito quando cade un aereo e un treno deraglia. Per scoprire poi che, nel caso, è un guasto non previsto dai costruttori. E quando un uomo uccide la sua donna, o una mamma il suo bambino, si ricorre da subito alla pazzia: per poi scoprire che alcune atrocità avvengono nella lucidità delle persone. Lucidità malata, certo. Un errore nella natura umana. La supponenza che non accetta la fragilità, di qualsiasi natura, nega il mistero su problemi nuovi e complessi che s’affacciano oggi in modo inversamente proporzionale alle scoperte scientifiche e antropologiche. Capire sempre di più: questo il compito; e senza ammanicarsi con chi fa della autosufficienza l’unica regola di vita. Così, provate a dire che il caso Englaro è ben diverso da quei suicidi assistiti che avvengono al di là delle Alpi: troverete sempre un fronzuto radicale (non della radicalità del Vangelo, ma del partito dello zero virgola, quello appunto dell’iperindividualismo) quel radicale dall’ampia chioma e dalla parlantina untuosa, che ci vive di questo mestiere di accompagnatore oltre confine, che pontifica sulla inciviltà del nostro Paese rispetto a quelli “civilissimi” – e che son sempre gli altri, anche se hanno un livello di amoralità che noi, stolti, ci diamo da fare per raggiungerli. D'altronde, bisogna riconoscere che parte fa parte del carattere del nostro Paese: sempre pronto a recitare da ghibellino, purché nei paraggi vi sia qualcuno che sia guelfo. Confondere i piani: tra accanimento terapeutico e eutanasia ci sta l’abisso: e non sono stizze ecclesiastiche, come dicono i “felicemente senza dio”- e anche qualche prete che si è congedato dalla Chiesa, vedendosi, lui, spuntare un dente avvelenato da un proprio fallimento non riconosciuto. Non si tratta qui di paturnie religiose rispetto alla vita: l’etica del desiderio di autorealizzazione su tutto, perfino sulla gestione della vita, comincia dal disconoscere il vuoto di un fondamento comune. Voler diventare padroni dell’inizio della vita così come della sua conclusione;  volersi riconoscere signori della propria affettività nei compromessi matrimoniali – ben altra cosa dai diritti civili da riconoscere a chi imbastisce una relazione – conduce inevitabilmente al nichilismo. Leggere che la seconda causa di morte degli adolescenti, dopo gli incidenti stradali, è il suicidio - o che gli stessi adolescenti in percentuali già scioccanti si danno al gioco d’azzardo - non è il massimo per chi lavora per una società che non sia intrisa da sentimenti di morte. E non è una buona promessa di futuro. Del diritto di morir bene nessuno può dir male. Se ne sono avvalsi il cardinal Martini e il papa Woityla: un “lasciatemi andare” che è poi l’ingresso alla Vita da sempre creduta e sperata; e dunque ci si dia finalmente una normativa che apra alle volontà ultime di chi desidera sottrarsi a un prolungamento artificiale. Ma il darsi la morte non è un diritto. Il suicidio non potrà mai essere un qualcosa riconosciuto da una legge: esso appartiene alla sofferenza e alla coscienza di una insopportabilità che spetta solo a quella persona. Un grande rispetto, ma ben lontano da una connivenza. Solo la pietà non può mancare: la negazione del funerale a Welby è stato un errore tremendo della diocesi romana; e la giustificazione - per cui lo si sarebbe fatto diventare una pubblicità al suicidio - un peggioramento della decisione stessa (da dopo il Concilio, non sono stati forse ammessi a funerali cristiani tutti coloro che si sono tolti la vita?). La Chiesa deve, in nome del Vangelo, non lasciarsi frenare da presumibili strumentalizzazioni, quando di mezzo c’è la misericordia di cui dev’essere garante sempre. Capire il mondo, interpretarne le istanze e dare risposte: è una battaglia che si conduce dentro la Chiesa, non allontanandosene portando a scusa le sue manchevolezze e gli errori, nei secoli e attuali. Le battaglie si fanno sul campo, e non appartandosi sulla collina del proprio comodo conformismo. Siamo in un’epoca di smottamenti, non solo fisici: ci stanno derive che non conducono al bene, idee balzane e ipocrisie che fanno deragliare. Non si può negare una ambiguità della vita. Ma è una ambiguità da penetrare, con il discernimento di chi non si pretende onnisciente: neppure su se stesso. Sennò si diventa errore umano.   3 marzo 2017


benedizione
- Eh sì, scrivo quando ho qualcosa da dire, e che urge. E se raccolgo il lamento generoso di chi vorrebbe la mia tastiera più tastata, tuttavia non mi viene di affrontare una lettera (queste lettere che mando daQui) a scadenza. È una questione di correttezza nei confronti di chi legge, oltre che di intelligenza della vita. Perché le nostre parole siano benedette, occorre che siano veraci. Cioè, cordiali. E in ricaduta fruttuosa. Un condividere per una finalità: quella di crescere insieme nel vero nel bello e nel buono. E se talvolta gli strumenti possono essere violenti – come si fa ad imputare una disonestà senza usare le maniere forti, le parole forti? ci si ricordi delle fruste usate da Gesù al tempio – lo sono perché rinascano verità e bontà e bellezza. Che è poi il senso di quel benedire di cui le parole, sacre e profane, vogliono essere fonte di gioia. Chi non accetta la correzione, non accetta la benedizione. Lo dice il Salmista: e quanto potrebbe ora ricordarlo agli insensati che mettono a ferro e fuoco il mondo: bombardano, schiavizzano, violano i più elementari diritti umani. In forza della forza: dimenticando che il dare la vita è vincente, non toglierla. O potrebbe, il Salmista, ricordarlo a quanti nella Chiesa hanno scambiato la bellezza per l’estetismo, il vero per le proprie irrigidite convinzioni, e il bene con il legalismo farisaico. Per gli uni e gli altri – ma in questi giorni anche a quanti nello Stivale stanno inseguendo se stessi, cavalcando le tigri del popolarismo più becero, o inventandosi scissioni che non portano ragioni – per tutti, anche per me, valgono queste righe di Albert Einstein: “Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. E’ dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. ...  La vera crisi è la crisi dell’incompetenza”. La stessa cosa che facciamo è ripetere il peggio che già si è visto nella storia: le ragioni altrui. Meno arroccamenti su definizioni che vogliono descrivere Dio nella Trinità, e non ci sarebbe stata la scissione degli Ortodossi; un po’ meno di arroganza del potere, e un po’ più di ascolto, e Lutero ora sarebbe un santo della chiesa cattolica; e meno supponenza di preti e di vescovi – quelli che l’arrampicarsi nei ruoli ne han fatto una virtù ecclesiastica - riconoscerebbe come benedizione il tempo evangelico che ci è stato riaperto dall’avvento del nuovo papa. Ma lo stesso per la convivenza umana: arroccamenti, supponenze, arroganze stanno all’inizio di guerre internazionali e intestine. Occorre accettare il cambiamento, perché ci sia benedizione sulla nostra vita: benedizione non è solo la nascita di un figlio lungamente desiderato e atteso, ma lo è la nascita di ogni bambino, anche se inatteso e persino indesiderato. letteralmente, benedire è dire bene: Bonhoeffer parla della benedizione, descrivendola come del ponte che collega Dio alla felicità umana. Dio infatti “dice bene” di noi quando dice che siamo giusti benché peccatori, perdonati benché colpevoli, figli benché prodighi. E noi diciamo bene del nostro prossimo quando lo accogliamo: per consolarlo, per sorreggerlo, per accoglierlo. Siamo fatti capaci di benedizione, noi. Capaci di innestarla dentro la vita quotidiana, e nei tavoli politici dove pretende a prevalere l’opposizione. Che è ben diversa dalla correzione: senza che ti occupi del mio peccato, tu non mi benedici. Avere fiducia nel’altro: che è poi quello che appartiene a Dio nei nostri confronto, Lui che ci resta fedele nelle nostre infedeltà. C’è quel canto dei monaci di Spello – e siamo negli anno settanta del secolo scorso – che recita: “ti benedico Signore nella mia vita”. Sì, perché possiamo, dobbiamo, “dire-bene” di Dio: è gratitudine e lode, è trovare il motivo della speranza. E dunque di ciò che cambierà per la sua promessa. Sia benedetto Dio. Siano benedetti gli uomini e le donne che fanno viva la nostra vita. 21 febbraio 2017  

 l’odio - Roberta e Fabio. E Italo. Come si esce vivi da quel paese dell’odio che è diventato il web? Era sobrio, Italo, al momento dell’incidente. Non aveva assunto droghe. E non era scappato, anzi. Aveva cercato di prestare i primi soccorsi a Roberta, ed era stato lui stesso a chiamare le forze dell’ordine. Che i giudici dicano non esserci a norma di legge gli estremi per l’arresto, non arriva, e comunque non conta, in un paese dove è l’istinto da giungla la massima legge: il web continua a vomitare sentenze e insufflare stille di rabbia. Scrivono che sia figlio di un avvocato, ecco perché avrebbe scampato l’arresto. Mentre lui è figlio di due operai, con la madre licenziata per dismissione della fabbrica: è in cura all’ospedale perché non riesce più a dormire. Avverte l’odio che c’è nei suoi confronti. Il ragazzo, ucciso in un pomeriggio d’estate dalla follia per amore, aveva scritto una lettera di vicinanza a Fabio. Ma sul web dicono che neanche aveva tentato di incontrare la famiglia della sposa morta in fatale incidente. Bufale di un odio che alimenta la tragedia, senza neppure rispetto per quell’uomo pure lui in cura, e che ogni giorno e ogni notte, scavalcando il cancello del camposanto, passa ore a parlare da solo davanti alla tomba di Roberta. A settembre, due mesi dopo l’incidente, Fabio aveva comprato la pistola, e si allenava al poligono. Gli amici di Facebook lo aggiornano sui movimenti o presunti tali “dell’assassino”. E dopo quattro mesi, lui depositerà la pistola omicida sulla tomba della sposa, e del bimbo che portava in grembo. Ma gli odiatori sul web continuano dopo quel primo giorno di febbraio, a lavorare: “Un insignificante verme in meno!”, “Ha fatto la fine che meritava”, “Onore al gladiatore”. Faremo degli accertamenti sull’odio, dicono i magistrati, ma la responsabilità penale è personale, non si può indagare un clima. E se fosse invece tempo di indagare su un clima? E sui fomentatori dell’odio, instillato goccia a goccia da conduttori di programmi della tv commerciale – di linea deldebbiana - ogni giorno feriale che Dio manda sulla terra (e per ora si salvano le festività, ma solo perché c’è pure per loro un contratto sindacale sull’orario di lavoro?). Volendo una diffusione di Internet per tutti, come si auspicava ai suoi esordi, probabilmente non ci si avvertiva in quale esito fognario si sarebbe caduti. Internet per la libertà? Perché ciascuno ha diritto di dire la sua? Nel privato e in politica? “I social-media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” disse Umberto Eco poco prima di morire. Nessuna veridicità di quello che si manda sulle lavagne del web: la cronaca dà continuamente notizia di bufale che viaggiano sul social network. Perché più le notizie sono scandalistiche, più fanno audience? Perché questo clima dove uno è nessuno per l’altro? Come un fiume carsico, sta venendo a galla – anche dal web - l’acqua sporca alimentata dal fango di tanti che, nella Chiesa, si ergono in contrasto con lo stile aperto ed evangelico del Papa: e cristiani (cosiddetti?) diffondono con un‘ansia di riciclo degna di miglior causa, come è ovvio, sparate di sedicenti cattolici, teologi per se stessi.  Secondo queste correnti, la chiesa avrebbe come suo primo servizio l’urgenza di rappresentarsi al mondo attraverso le sue appariscenti liturgie, i suoi principi etici irreformabili, e la sua ecclesiologia gerarcologica. Insomma qualcosa di perenne ed incontestabile con cui giudicare il mondo e tutte le sue culture. Sarebbe interessante comprendere in forza di quale processo questi divulgatori si ritengono di appartenere a questa “Chiesa giudicante”. È evidente a chiunque che l’intenzione di fare proseliti su questo versante non sta più in una correttezza ecclesiale, ma in una deriva di fede dottrinalistica, che non appartiene al Vangelo. Così come non appartiene al Vangelo l’accanimento dei mandanti che dalla tv e dal web hanno armato la mano di Fabio: così ritardandogli di sentirsi avvolto dalla compassione, quando si accorgerà dell’inservibilità del suo gesto per la sua pace dell’anima. 7 febbraio 2017


siccità
- Non ricordo se ho mai scritto della mia passione per il maestrale della Camargue: impetuoso e fragrante di mare, che in cielo fa correre le nubi con un gareggiare potente. E qualche volta mi hanno ascoltato tanti amici a dire il mio piacere della pioggia, che si alterni a giornate prolungate di immobilità del sole. E forse mai come ora - da due mesi senz’acqua che scenda qui nel nostro nord - vale per i fautori del “tempo bello” (a senso unico il bello!) che finalmente anche giornate piovose contengono la loro bellezza. Pioggia a turbine, a catinelle, a rovesci, fina, robusta, minuta. Purché sia pioggia ristoratrice del corpo e dell’anima. In ogni tempo, in alternanza, come la natura di terra e di uomini esige. Parafrasando un detto  che vede in una vacanza perpetua l’anticamera dell’inferno, un cielo senza pioggia - sempre, un tempo bello appunto - avrebbe la stessa caratura: un anticamera dell’inferno. Anche perché il sole c’è comunque dietro nubi gravide di elettricità e di vapor d’acqua.  Certo nessuno si augura un piovere a cielo chiuso. Come avviene, mi pare, di questi tempi, dentro questa nostra fragile relazione umana. Un’epoca di stravolgimento, nuova per l’oggi, ma ciclica nella storia da che la si conosce: un invocare quel "si stava meglio quando c'era lui", dimenticando a che cosa conduce la bramosia di un duce. È il momento, credo, di convincerci che la democrazia non è la stessa di ieri; che si ha un popolo in cui l’irruzione dell’ignoranza esibita pare un merito; dove stanno processi in cui il culto della personalità si svolge in una sua rapida, e spesso e per fortuna, dovuta denigrazione; in giorni nei quali si condanna tutto e si assolve tutto, e si dimentica altrettanto facilmente: in un’epoca come questa, né l’urlo delle piazze mediatiche né lo stare alla finestra del proprio orticello possono lasciare indifferenti. Un rasoiata di Francesco papa - “Anche Hitler non ha rubato il potere, ma ci è arrivato con il consenso del suo popolo, che avrebbe poi distrutto” - riporta alla domanda: i popoli, questi popoli che votano, hanno la capacità di discernimento, il diritto alla giustizia? È l’anniversario cinquantennale di quel gran prete di Barbiana, che ai ragazzi di quel paesino dimenticato da Dio 
e dagli uomini, insegnava – e a noi ha insegnato – che senza la possanza del linguaggio sarebbero rimasti sempre sudditi. E i padroni sarebbero stati sempre padroni. Come lo si vede avvenire, nei guru che diventano padroni degli istinti primitivi di chi li segue senza parola, solo con il gorgoglio di pance senza ritegno, e senza intelligenza. Guru che usano l’espulsione per chi non pensa come loro, dunque per chi è diventato signore delle propri pensieri, delle proprie parole. E c’è una svolta dovuta anche per la Chiesa, che apparati secolari rallentano fin quasi alla immobilità. Gli scandali che purtroppo vedono preti mercenari del sesso buttano fango sulla maggioranza dei preti, che pure vivono la loro promessa di celibato con impegno: la condotta criminosa di alcuni ingenera quel rigurgito irragionevole che fa risalire dai pochi ai tutti. Che ci sia oggi il nodo di un “diritto” alla sessualità per ogni persona, e dunque pure per i preti, è fuori discussione; che non lo si affronti apertamente è pure sotto gli occhi di tutti; ma che stia nella preoccupazione di tanti vescovi, è sicuro. Un diritto alla sessualità, che è tema antropologico prima ancora che disciplinare, lo si dovrà necessariamente declinare nel mutamento che chiederà all’immagine di Chiesa fin qui conosciuta nella confessione cattolica. E fragilità personali chiederanno senz’altro l’attenzione all’evolversi di una persona, senza dover mettere tutto a nudo. C’è un pudore e una pietà che si richiedono  nel nostro giudicare le persone. Ma i fattacci di Padova ora nelle cronache non aiutano: azioni al limite della criminalità nulla hanno a che fare con l’affettività che chiede una risposta. E dunque inquinano, nell’opinione pubblica di un popolo che non ha linguaggio, un possibile processo di discernimento su una nuova figura di prete. Ma certo, si diano parole nuove, e vere, chi nella Chiesa è stato chiamato a presiedere. Per respirare la fragranza del mistral, che spazza, e conduce acqua purificatrice e vento rigenerante. 25 gennaio 2017


intolleranza – Chi sa se è l’avere il tanto, o l’essere di sé fatto centro ormai di ogni relazione, a rendere intolleranti. Di una intolleranza che rasenta la fobia per la diversità: il razzismo, più o meno occulto, parte da lì. Un razzismo che è oggi innegabile per chi viene da lontano ad occupare il posto che “è mio”. Ma è fobia per abitudini altrui. Ora è il tempo dei vegani: questa specie di persone che non solo scelgono di nutrirsi di erbe, in barba a chi pure sostiene che anch’esse abbiano una vita – alle piante, se gli parli mentre le innaffi o le poti, ti rispondono con una crescita più viva – ma pretendono che nessun altro si nutre più né di carne bianca né di carne rossa. Ma continua il tempo degli animalisti, in questo sostenuti da quelle catene di scaffalature che tengono al benessere di cani e gatti – da scatolette di prima scelta a cappottini contro il gelo: secondario che si spendano miliardi per il cagnolino cui si insegna a chiamarti mamma, e si dica che far figli costa. E si è avviato il tempo degli antitabagisti accaniti: fumare in locali pubblici, per fortuna non si fa più da noi da alcuni anni; ma ora, un libro tra le mani, sotto alberi di un parco fatto per assorbire sostanze nocive, è in via di proibizione fumarti una sigaretta che accompagni l’immersione nella storia. E si dice una, non le cinquanta degli accaniti cercatori di tumore. Confondendo così, gli uni e gli altri, una sana educazione alla salute con una insofferenza per una conclusione di un pasto, che per qualcuno è un dito di grappa, e per altri una (una) buona sigaretta. È la rigidità che deriva da un attaccamento insofferente alle proprie convinzioni: impedendo, a volte con la violenza, che altri possano avere usi e costumi diversi. Più uno sta bene, più diventa intollerabile? E cioè incapace di rispetto per chi è diverso da sé? In un mare di personaggi alla ricerca di una evidenza di sé, si arriva alle idiosincrasie, quella forte adesione a perone o situazioni non gradite, che non sai se è una moda (ma lo è, se poi le cronache di ti raccontano che la Tizia e il Tizio già vip ha smesso di seguire il testamento del per altro egregio Veronesi. Eppure, con molta più enfasi di quanto non meriti, si cita Voltaire, là dove dice che “nel disaccordo con le tue opinioni, tuttavia difenderò fino alla morte il tuo diritto di essere diverso”. Citazione per altro erroneamente riferita al filosofo dell’illuminismo, come un recente studio ha chiarito, essendo di proprietà di una stimabile scrittrice, tale Evelyn Beatrice Hall. E sarebbe finalmente comprensibile come in uno scritto contro Rousseau, invitasse a non esercitare la tolleranza, che pure è una virtù, perché con lui diventerebbe un vizio. E altrettanto comprensibile come i rivoluzionari francesi, quelli della ghigliottina, lo eleggessero a loro nume, 
facendolo solennemente seppellire nel Pantheon parigino. (Mi è sempre piaciuta l’espressione di Luigi XVIII qualche anno dopo e a chi lo voleva disseppellire perché non conveniente che un anticlericale simile stesse in un tempio cattolico: "è già punito abbastanza per il fatto di dover ascoltare la messa tutte le mattine”!). Ma ci può essere una intolleranza per gli intolleranti? Per quelli a cui niente è mai buono a sufficienza, per quelli che “si poteva far meglio” e intanto impediscono il possibile? Anche qui vale una nostra legge alla Parkinson: il politicamente corretto  dice di battersi per il rispetto combattendo gli intolleranti. Che sono più diffusi di quanto non si immagini. E forse, per qualche angolo nascosto, ne potremmo soffrire anche noi. Ma certo è che buone amorevoli staffilate, quelle di Francesco papa che non piacciono per nulla a tanti già esimi personaggi di Chiesa, sono lì ad avvertire. O stai di qua, o sappi che stai scivolando di là.   10 gennaio 2017   


discontinuità – Abitavo al confine con gli ambrosiani, che, si sa, si sentono un po’ diversi. Così le loro tradizioni, scavalcando facilmente il fiume, ci hanno contaminato. Per i doni, intendo, e per quel magico venire dall’aldilà di figure benefiche. Una trepidazione, che in famiglia si alleava a silenzi, a sorrisi, a muschio da raccogliere, a cartapesta da ricomporre in montagnole. Non del tutto,  la contaminazione: non so come dire, ma santa Lucia c’era, seppure solo per qualche mandarino. Chi contava era Gesù bambino. E il mattino di Natale vedevi che era passato lui: un bel po’ di roba, anche se di prossima utilità: guanti nuovo, calze nuove, una sciarpa calda calda, e frutta secca e altri mandarini (quelli veri, quelli col nocciolo e il profumo, che adesso sono giù di moda). E per le bambine capitava, un anno, la bambola che avrebbe accompagnato tutta l’infanzia; per i maschietti un cavallo a dondolo, su cui si dondolavano per qualche ora, il giorno stesso, per poi abbandonarlo nella vastissima soffitta piena di cose impolverate. Comunque: Gesù bambino o santa Lucia, quelli erano. Adesso tocca  a un giovane prete soffrire il lamento di una di quelle mamme illuminate che gli rimproverano di togliere magia all’attesa: perché non parla del babbo natale, quel barbuto sovrappeso che le renne trasportano da una città all’altra. Una discontinuità che chiede di essere guardata bene, per la mediocrità che propone; e per tutte quelle mediocrità che ormai si scontrano con il Vangelo del Signore. E se dunque in questo Natale andasse meno gente in chiesa, perché finalmente s’accorgesse della distanza tra quel che pensa in proprio – o in coda a qualche guru mediatico - e quel che il Vangelo chiede, capite che non sarebbe una perdita. Ma, forse, potrebbe essere il primo passo per accorgersi della necessità di  una discontinuità tra abitudini che non cambiano la propria vita e un agire che cambia la vita altrui: come si può cantare il freddo e il gelo del bambino di Betlemme, rifiutando di lasciarsi prendere le viscere dal freddo e dal gelo dei bimbi - bimbi che tutti rimaniamo, a qualsiasi età, se riconosciamo il bisogno come condizione umana - bimbi che attraversano il mare per trovare terra? Una discontinuità che non può non scendere dai pulpiti delle chiese cristiane, nella santa notte e in tutte le notti di questa ottusa umanità. Poiché il Signore salva nella storia che viviamo, e non dalla storia; non ci chiama fuori, ma vuole immergerci; e questo significa che occorre saper vivere le tensioni di un cambiamento. Che può essere difficile, che può portare a sentirsi su sponde diverse: ma è lì che avviene il “concreto vivente”, non in un utopico paradiso recintato, quale vorremmo figurare questo nostro cadente Occidente. Le resistenze a questa discontinuità, se sono ragionate ben vengano: non possono che migliorare la conoscenza del momento storico che viviamo. Ma se  - facendo eco a parole di Francesco papa - nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima; o se sono malevole, ché germogliano in menti distorte e si presentano in veste di agnelli, in nome del buon senso che non è altro che egoismo da lupi: allora no. Siti e antenne, blog e social somministrano paure su misura, sospetti e inimicizie. Se non quando odio. E' questo il tempo di reagire a quella mormorazione di sottofondo che c’è oggi nella Chiesa, e che prende di mira gli orientamenti di Francesco, un papa mandato a snidare accomodamenti scandalosi e rigidità farisaiche: non solo sono operazioni teologicamente approssimative, ma soprattutto esistenzialmente aride. Il Natale può diventare la loro occasione vera di discontinuità. Lo si faccia diventare: è un dovere di battezzati aiutare i fratelli a non nascondersi. Senza cacciar fuori nessuno, ma a tutti dicendo di misurarsi finalmente sul Vangelo, che denuda, che non lascia scampo alle nostre miserie di uomini impauriti dalla novità che salva. Non la forza, se non quella della debolezza che ci portiamo nella carne; non l’esclusione, ma l’ospitalità che dà un tetto a Dio che viene nell’uomo: e questo è il Natale cristiano. 

 la palude - Ebbene sì, ho votato sì. Convinto che la vera tragedia di un popolo sta nel rifiutare il cambiamento. Per quanto piccolo, per quanto insufficiente, per quanto ancora correggibile. Ho votato sì contro l’arroccamento di chi ha e non vuol perdere minimamente, chiamando a schierarsi quelli che non hanno e così continueranno a non avere. Ho votato sì, perché, nel dovuto rispetto alla pancia, su una scala di valori la faccio precedere dalla testa. Ho votato sì contro l’ipocrisia di chi si è nascosto dietro un quesito di diversa natura, per tentare un golpe: e dunque quanti (e quanti del sessanta per cento?) non sapevano nulla della legge costituzionale, ma hanno voluto votare contro il governo. Presieduto da un tipo troppo giovane, e troppo bauscia, come direbbero i meneghini. Ai tanti dalema e dalemini settantenni sentirsi scavalcati (e scavalcati nelle cose realizzate dal giovin bauscia) non è andata giù. Ai quinci-e-quindi alla Monti - che pure fu orgoglio presentare in Europa dopo le volgarità berlusconiane – lo scout rampante e intraprendente (con il coraggio, lui, di confessare che “certo, sono cattivo”) per quanto di inglese sapesse tanto da farsi intendere, non pareva proprio destinato mai a indossare un look da montgomery, e dunque...  Tentare di uscire dalla palude: questo il traguardo mancato. Un cronista mi aiuta a stilare la lista della palude politica, dentro cui si è deciso di restare ancora per un po’ (ma quanto? quanti anni?). Dunque la conta. Ben ventitre sono i gruppi in Parlamento: dai cosiddetti «peones», sedici, ai sette di quelli che vorrebbero passare per maggiori. Decisamente non siamo bipolaristi: semmai politicamente bipolari. La rete, quella che i pentastellati prendono come unico riferimento democratico, ha insegnato all’urbe e all’orbo che uno può parlare anche solo per il fatto di esistere, non di avere cose da dire, e magari pensate. E la dimostrazione è tutta lì, in quella processione di facce note e ignote: dalle minoranze linguistiche di Alto Adige e Valle d’Aosta a Civici e innovatori (i superstiti di Monti); da Alternativa Libera Possibile (che abbina fuoriusciti Pd e M5S) a Fare! dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, al Movimento PPA (partito pensiero e azione). Ma anche sigle storiche ridotte al lumicino (ciò che resta del Partito socialista); e la riapparizione di ex ministri, come l’ exDc (ed exUdc, ed ex Pdl) Rocco Buttiglione (ora di nuovo Udc),  e Carlo Giovanardi (ex di varie sigle, ora di Gal); o Ignazio La Russa (ex Msi ex An, ora Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni); o ancora Bruno Tabacci (altro exDc già presidente di Regione Lombardia, ora con Ds-Cd), e Gaetano Quagliariello, di estrazione radicale, divenuto di Forza Italia, fondatore dell’NCD, che lascia per finalmente fondare Idea. Insomma nani e ballerine. Deputati e senatori, non lo dicono, ma è il loro pensiero unico, hanno una sola preoccupazione: salvare la legislatura, quindi le poltrone, e il vitalizio: il 62% sono di prima nomina; deve passare almeno l’estate prossima; resistere resistere resistere. Questo il vero esito della vittoria del no: una vittoria di Pirro come questa, è da guinness dei primati. Questa la palude da cui un referendum per quanto chiamasse a una legge imperfetta voleva tentare di farci uscire. Ma chi vuol lasciare un posto sicuro, con prebende non certo da insegnanti o infermieri, e con vitalizi che fanno comodo in un paese dove tutti tengono famiglia? anche i celibi? Questo il punto. Si abbatte per restare: non crediate che le manifestazioni annunciate - di chi si dice contrario a un governo subito, per elezioni subito – siano di persone credibili. Per fortuna una giornalista dice in faccia, al supponente di turno, di non riuscire a sopportare più di mezz’ora di frasi fatte. Un bello schiaffo, che manderebbe, chiunque non fosse un piccolo saccente sostenuto da un excomico, dietro la lavagna. Eppure, è su quelle frasi fatte, senza un pensiero, che brava gente (gli italiani, appunto!)  ritengono di affidare un futuro. Da cittadino ho votato sì. Da cristiano mi vanto di non essermi impaludato con chi vive di paura, con chi non sa tradurre la speranza nel difficile dei giorni. Non aspettando la perfezione, ma assumendo il limite.

Ipocrisia - Se hai avuto una settimana di immersione nella Parola, accompagnandoti nel silenzio a monache claustrali; se hai chiuso orecchi e mente a quanto nel frattempo è continuato a succedere oltre le mura del monastero; se, insomma, hai avuto possibilità di un digiuno salutare dello spirito, in quella disintossicazione indispensabile a scovare la serenità degli dei; se questo ti è stato dato, non puoi che ringraziare. E infatti. Se però i primi muri che vedi, nel tornare a casa, non fossero tappezzati  da quei sì e quei no che ti aspettano al varco di una gabina elettorale... I manifesti sono dati per informare. Questi non informano. Soprattutto - spiace dirlo per chi lo voterà convintamente un no dopo essersi altrove informato - quelli del no disinformano. Perché chiamano ad altro rispetto a quanto è richiesto da questa tornata elettorale. Mandare a casa il governo è lecito, talvolta doveroso: ma non è questa la volta. Ma se sei un esodato ancora non rientrato nei parametri pieni che ti aspetti; se sei uno che pensava di andare in pensione tra un anno e invece deve aspettare un po’ di più; se hai preteso dalle banche dell’Etruria di avere interessi impossibili, e adesso ti trovi coinvolto nelle loro crisi (a cui hai partecipato anche tu con una certa tua avidità, ammetti?); se hai un familiare padano o pentastellato che perderebbe il posto nella cancellazione dei senatori; se hai fumo negli occhi per la misurazione delle banane imposta dall’Europa ai tuoi gusti: se per tutto questo dai la colpa al governo e con il tuo no ne vuoi la crisi – come ti invitano a fare i muri degli ipocriti -  sappi che non è questa la votazione. Sappi che giocano sui tuoi risentimenti, che hanno il gorgoglio della pancia sociale, e mai su quel piccolo mal di testa che accetti volentieri purché sgorghi dal consentirti di ragionare. Perché tante bugie, e soprattutto la bugia che ti svia dalla ragionevolezza? E perché entrare nello stagno delle nostre passioni pur di ottenere quel che risulta utile a sé, a un consenso che non promuove ma distorce? L’inganno è diventata una virtù? In politica è ormai così, e negarlo è darci ragione sul fatto che la democrazia non sta più nelle stanze di certi capipopolo. Perché democrazia è libertà nella verità, o non è. Una democrazia che, nelle sue distorsioni, entra pure nella Chiesa. Avere dei dubbi sui pronunciamenti papali, è lecito. Purché siano dubbi sinceri: e non sottigliezze interrogative che nascondono proprie certezze da cui non ci si vuole smuovere. Prima l’episodio non bello di cardinali che pubblicano un libro con l’intento di condizionare il sentire di chi è stato ecclesialmente radunato in Sinodo; poi - a Sinodo concluso con le indicazioni racchiuse nella Amoris laetitia - la recente lettera che torna a ridire di fatto, da parte degli stessi, che l’obbedienza non è più una virtù cardinalizia: perché non è più fondata su quell’umiltà da cui forse si è tratti in inganno dai paludamenti purpurei in cui ci si avvolge. Dire nella Chiesa, dire con la parresia dovuta: ma l’ostinazione? Pietro e Paolo si confrontarono in piedi l’uno davanti all’altro. Ma oggi, davanti a Pietro che Francesco è, i Paolo sono proprio quei quattro emeriti per ufficio, e un pochino meno per virtù? Per grazia, scendendo nella quotidianità dal silenzio corroborante di una settimana di esercizi spirituali - hai  fatto passare innanzi tutto attraverso te la Parola che sei stato chiamato a servire alle sorelle claustrali -  trovi l’intervento del patriarca di Costantinopoli. Che scrive: “Indubbiamente, ad avere soffocato e ostacolato le persone - è stata in passato la paura che un “padre celeste” in qualche modo detti la condotta umana e prescriva le usanze umane. È vero esattamente l’opposto, e i leader religiosi sono chiamati a ricordare a loro stessi, e poi agli altri, che Dio è vita e amore e luce. Di fatto, sono queste le parole ripetutamente sottolineate da Papa Francesco nel suo documento, che discerne l’esperienza e le sfide della società contemporanea al fine di definire una spiritualità del matrimonio e della famiglie per il mondo attuale”. Dover sentire questo nell’ecumene, sarà sufficiente a superare certe occulte ipocrisie che s’annidano dietro dichiarate (ma sospette) sottomissioni?   3 dicembre 2016


Serenità
– A Lucio Anneo Seneca - che come precettore di Nerone non ebbe certamente una vita facile, né una buona morte, data la costrizione al suicidio – si  attribuisce questo detto: Ecco una cosa grandiosa: avere la debolezza di un uomo e la serenità di un dio. Per i tempi che corrono, un buon detto anche per noi. Mantenere la serenità nonostante le avversità di un mondo che si sta costruendo sulla cyber propaganda, dove la verità non ha casa, e dove diffamazione, false credenze, notizie inventate stanno costruendo una nuova democrazia: quella di popoli che non sanno, pensando di sapere. Pur di arrivare al potere, si cavalcano populismi; e, si dice, ora i populismi hanno trovato il loro leader internazionale: quel Putin di cui non si saprà forse mai come sia riuscito da un giorno all’altro a prendersi il Cremlino. A meno che ci si ricordi della sua provenienza dal Kgb. Può ora ben baciare le icone, e accendere le candele della devozione russa: a nessuno è impedito di convertirsi. Ma se gli atti che seguono sono della stessa natura, se l’avidità del potere è la stessa, come conciliano i nostri capipopolo questa devozione al capo russo, già comunista, loro che hanno indiscutibili matrici di destra? (Populismi che inquinano ormai al di là dell’Oceano, e qualcuno ha scritto così: “L’America cafona, becera, ignorante, cupa, arretrata, razzista, xenofoba, l’America povera non necessariamente di soldi ma sicuramente di idee, l’America che cerca qualcosa in cui credere e che non aspetta altro che una demagogia un po’ cialtrona da abbracciare e a cui aggrapparsi, un improbabile salvatore travestito da Zio Sam che prometta di regalare sogni”). C’è adesso una corsa a Mosca, cominciata dal nostro exCav, di pentastellati e di padani, seppure in concorrenza tra loro, per abbeverarsi alle tecniche di assalto al potere. Che è quello soprattutto di inquinare lo spazio pubblico, mediante l’uso dei social: questa costruzione del consenso fondata su una ammodernata catena di santantonio. Tu dimmi, io diffondo, loro amplificano. Fraudolenti della ragione. Ma la ragione ha come proprio vettore la serenità: che non è passività, ma capacità di accettare quel che non si riesce a cambiare senza tuttavia arrendersi mai. A fronte degli ultimi sondaggi, amici chiedono se vale la pena di andare a votare, dato il profilarsi di una vittoria del no, che
non è contro la legge proposta, ma contro il governo: e dunque spostando – fraudolentemente – il voto; e dunque facendosi in un certo modo complici della menzogna del risultato. Serenità non è lo star-sereno che è poi 
diventato un sarcastico modo di rifilare un tranello. Attingere alla serenità è immettersi nel piccolo resto di chi sorride della fragilità umana, e si mette in servizio a curarla senza tuttavia violentarla. Agire sapendo di perdere è proprio degli dei: che lanciano comunque un segnale.  Uno dei piccoli paesi della Bretagna, affacciati sull’Oceano. Un paese di pescatori, e barche ormai dotate di tutti gli aggeggi elettronici che assicurano una buona navigazione. E tuttavia resta quel faro, bianco sulla cima bruciata di un promontorio, che vogliono continuamente alimentato: anche se nei giorno di nebbia fittissima la sua luce  non guida. Ero lì, in uno di quei giorni di nebbia: e ho udito il singulto della sirena del faro. Forse oggi occorre essere quel singulto: senza violenza, e tuttavia macerante l’anima di chi ancora la tiene almeno un po’ aperta. Ed questa la serenità: non arrendersi, non lasciarsi sopraffare dalla delusione per quest’uomo che ci abita attorno, per questa democrazia che non attinge alla verità. Vale per questo mondo l’antica e sempre nuova parola evangelica: le porte degli inferi non prevarranno. Se qualcuno tiene acceso in luce e suono il faro della difficile ma sorprendente navigazione della vita.

 
Il Papa ha dedicato l’ultima udienza generale del Giubileo, all’opera di misericordia del sopportare con pazienza le persone moleste. È una riflessione che merita attenzione per i giudizi cui ci chiamiamo sia sulle persone di chiesa sia su quelle di servizio alla politica.
Sopportare - «Dedichiamo la catechesi di oggi a un’opera di misericordia che tutti conosciamo molto bene, ma che forse non mettiamo in pratica come dovremmo: sopportare pazientemente le persone moleste. Siamo tutti molto bravi nell’identificare una presenza che può dare fastidio: succede quando incontriamo qualcuno per la strada, o quando riceviamo una telefonata... Subito pensiamo: “Per quanto tempo dovrò sentire le lamentele, le chiacchiere, le richieste o le vanterie di questa persona?”. E anche noi possiamo essere molesti! Succede anche, a volte, che le persone fastidiose sono quelle più vicine a noi: tra i parenti c’è sempre qualcuno; sul posto di lavoro non mancano; e neppure nel tempo libero ne siamo esenti. Che cosa dobbiamo fare? Perché tra le opere di misericordia è stata inserita anche questa? Nella Bibbia vediamo che Dio stesso deve usare misericordia per sopportare le lamentele del suo popolo, ad esempio nel libro dell’Esodo il popolo risulta davvero insopportabile, ma Dio ha avuto pazienza e così ha insegnato a Mosè e al popolo anche questa dimensione essenziale della fede. Facciamo mai l’esame di coscienza per vedere se anche noi, a volte, possiamo risultare molesti agli altri? È facile puntare il dito contro i difetti e le mancanze altrui, ma dovremmo imparare a metterci nei panni degli altri. Guardiamo soprattutto a Gesù: quanta pazienza ha dovuto avere nei tre anni della sua vita pubblica! Una volta, mentre era in cammino con i discepoli, fu fermato dalla madre di Giacomo e Giovanni, la quale gli disse: “Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. La mamma faceva lobby per i suoi figli. Anche da quella situazione Gesù prende spunto per dare un insegnamento fondamentale: il suo non è un regno di potere e gloria come quelli terreni, ma di servizio e donazione agli altri. Gesù insegna ad andare sempre all’essenziale e a guardare più lontano per assumere con responsabilità la propria missione. Potremmo vedere qui il richiamo ad altre due opere di misericordia spirituale: quella di ammonire i peccatori e quella di insegnare agli ignoranti. Pensiamo al grande impegno che si può mettere quando aiutiamo le persone a crescere nella fede e nella vita. Penso, ad esempio, ai catechisti – tra i quali ci sono tante mamme e tante religiose – che dedicano tempo per insegnare ai ragazzi gli elementi basilari della fede. Quanta fatica, soprattutto quando i ragazzi preferirebbero giocare piuttosto che ascoltare il catechismo! Accompagnare nella ricerca dell’essenziale è bello e importante, perché ci fa condividere la gioia di gustare il senso della vita. Spesso ci capita di incontrare persone che si soffermano su cose superficiali, effimere e banali; a volte perché non hanno incontrato qualcuno che le stimolasse a cercare qualcos’altro, ad apprezzare i veri tesori. Insegnare a guardare all’essenziale è un aiuto determinante, specialmente in un tempo come il nostro che sembra aver perso l’orientamento e inseguire soddisfazioni di corto respiro. L’esigenza di consigliare, ammonire e insegnare non ci deve far sentire superiori agli altri, ma ci obbliga anzitutto a rientrare in noi stessi per verificare se siamo coerenti con quanto chiediamo agli altri. Non dimentichiamo le parole di Gesù: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere pazienti nel sopportare e umili e semplici nel consigliare». 16 novembre 2016

 

 popolo - Ti svegli alle sei e un quarto, qualche rapida preghiera per dire al Signore che ci sei, e che vorresti restare davanti ai suoi occhi tutto il giorno, poi accendi la tv per la rassegna stampa che segui ogni mattina. Ed ecco lì il flash: qualche punto ancora, e Trump sarà il presidente degli U.S.A. Per prassi impiantatasi da un secolo, presidente del mondo. Che la sua biografia non sarebbe stata sufficiente a porre degli interrogativi agli elettori d’oltre oceano, non è stato messa in conto da quasi tutti i politologi, i giornalisti e i benpensanti, convinti di una straripante vittoria dell’avversaria: ma chi votava lì era l’istinto, la rabbia. Non la testa. E questo, subito, mi fa ancor più convinto - come ho scritto anche recentemente, scomponendo qualche mio lettore per  il manifesto political incorrect  - che il voto del popolo non è la democrazia, come la si intende a piani alti, quei piani a cui non accederanno mai né i Salvini né le Le Pen, né i fautori della Brexit: ragionevolezza dell’agire per il bene comune. Il popolo – inteso come comunità che vive una appartenenza di reciproco rispetto – non è quello che è chiamato ai seggi, sia in America, sia ora in questa vecchia Europa. Chi ama le divise non ama la conoscenza: e dunque non si cura della biografia di chi elegge a proprio guru, per spingerlo al comando di una nazione. E la biografia di quell’uomo oggi eletto non avrebbe dovuto impensierire solo femministe o benpensanti: una serie di tre mogli (ma questo sembra essere un dato per i capi del populismo anche nostrano: sia la francese che il padano sono anch’essi arrivati, ad ora, a tre partner): e questo nel partito dei protestanti conservatori e puritani?; un affarismo che conduce alla bancarotta ben quattro compagnie, con migliaia di disoccupati, e fornitori non pagati? eppure sembra abbia vinto per lo zoccolo duro dei lavoratori bianchi; un evasore delle tasse, che con una schiera di agguerriti avvocati se la cava, e per un miliardo di dollari: ma non è quello il paese dove l’infamia più grave è appunto quella di non pagare le tasse? E quelle uscite, di una insolenza impossibile da sopportare? Forse la promessa del muro lungo tutto il confine messicano, che gli sarà impossibile da realizzare, gli alienerà tra quattro anni la simpatia di quei nativi bianchi che ad ogni sfumatura di colore, ispanica o afro, vedono rosso come tori in arena? Forse, ma non è detto. Eppure lui è figlio di emigranti tedeschi (e dunque per razza ariana più bianco dei bianchi nativi?). Non conta nulla. Non conta quel che non si conosce, o non si vuol conoscere. Conta l’immedesimarsi dentro una divisa, tanto più pericolosa quanto più la si vuol più pulita che più pulita non si può (vero, grillini, fautori dell'onestà altrui?). E questo è la radice di ogni nascente fascismo. Da di là dell’oceano è suonato un allarme. Non solo là, ma qui: le chiese sapranno tradurre per i propri praticanti la radicalità del Vangelo, che se perdona i peccatori, tuttavia lotta contro il male? E sposterà finalmente l’attenzione su quei peccati sociali che gridano vendetta al cospetto di Dio? per avvertire che non può entrare nell’Eucarestia chi non lascia entrare dalle sue mura chi cerca cibo e libertà? Sono le sette e trenta: spengo, e prego il Signore di restare con i suoi occhi davanti a questo mondo.   9 novembre 2016. - P.S. poi ricordi una foto del Clinton giovane, il marito: cappellone e spinellatore: a parte qualche incidente da sottoscrivania, non è stato un malo presidente. Di tutti si può sempre aspettarsi che entrino in responsabilità. Lo sia anche questo fabbricante di sogni tristi. Tristi per una umanità che si vorrebbe migliore, e da subito, a cominciare dai suoi capi. Ma le biografie possono cambiare in meglio.


Commemorare - I cattolici non festeggiano i 500 anni della riforma luterana. Commemorano. Fanno memoria. E lo fanno nella persona di papa Francesco che incontra i luterani svedesi nella loro casa. Questo giorno di ecumenismo, dove ciascuno sta sul suo cavallo, ma non innesta un’asta di guerra con l’altro, trova oppositori sia tra cattolici sia tra protestanti. Persino noi, in questo piccolo luogo collinare, ci siam visti strappare in Abbazia, dal “muro” che racconta di settimana in settimana, i nostri convincimenti, l’annuncio di questa visita: fogli strappati in quattro parti, e abbandonati lì, in terra, in un segno di avvertimento violento. Un cattolico con gli occhi rivolti all’indietro? o un protestante di passaggio, fiero di una diversità che si esprime opponendosi? Pensare a una guerra di religione tra cristiani, oggi, è la cosa più triste che si possa dare. Oggi: quando più che nel passato il sangue di martiri di diversa confessione cristiana si mescola nelle terre nordafricane e in Siria. E triste è vedere un accanimento, in casa nostra, che prende a bersaglio qualsiasi gesto per opporre un proprio rifiuto allo stesso Francesco. O usare di qualsiasi occasione: persino il terremoto, che nel crollo della cattedrale di san Benedetto a Norcia vede il disgregarsi della Chiesa. Una Chiesa di cui, per colpa dell’attuale papato, resterebbe solo la facciata. Una Chiesa che non sarebbe più quella dei tempi di Benedetto, costruttore dell’Europa: un continente ormai lontano da Cristo, tanto quanto fu avvicinato a Lui dal Santo di Norcia. Che poi il papa attuale venga dall’altra parte dell’oceano, dove i cristiani vivono lontano dalle fissità religiose occidentali; che poi chiami a quella misericordia senza la quale non si dà Dio, quello rivelato dalla passione per gli uomini del Figlio da lui inviato nel mondo; che poi Lutero abbia innescato una preziosa riforma - erroneamente chiamata controriforma, nella dimenticanza che sempre la chiesa è reformanda - chiamandoci alla necessità della Scrittura nella costituzione delle pratiche di culto e di carità; che poi questo per qualcuno non sia - che dire? Che Lutero può non piacerci per come ha concluso l’intuizione che primariamente lo ha mosso? Che è finito nell’infernale girone del potere, giustificandolo se accumulato dai principi tedeschi invece che da Roma? Che sulle sue tesi non propriamente affisse a Wittenberg quel 31 ottobre di cinquecento anni fa, e tuttavia certamente sue anche se in data posteriore, siamo colpiti dall’incoerenza di un processo di conversione che si è subito svolto in uno stato di separazione? Non festeggiamo le guerre di religione che ne sono nate; né le migliaia di separazioni di cui i protestanti hanno sofferto, e soffrono, così sconfessando loro l’opera di Lutero. Ma siamo nell’anno della misericordia: vogliamo pregare perché Lutero ne abbia? E ne abbiano quanti, cattolici, si accaniscono oggi ripetendo, mentre lo condannano, lo stesso che fece allora quel riformatore? che da puro si è ritrovato impuro di fronte alla veste senza cuciture del Signore? Loro che si rappresentano puri, nascondendosi nelle pieghe del papa emerito che pure li ha sconfessati? Noi facciamo memoria: perché camminando insieme, ancora su due linee parallele, in alcuni punti possa capitare quanto succede ai binari che si incrociano, per svoltare, quando hanno chiara la meta. E la nostra è Gesù il Signore, e non le Chiese, che sono solo il camminamento terreno che dovrebbe portare a Lui.  31 ottobre 2016  

Responsabilità - La Chiesa cattolica inglese si è schierata contro la decisione di Londra di uscire dall’Ue e ha firmato molti appelli a favore dell’Unione insieme al primate anglicano, Justin Welby, e molti altri leader religiosi inglesi. Provate a immaginare, a poco più di un mese dal referendum che ci aspetta, se la Chiesa italiana si mettesse di buzzo buono a dire: guardate che per essere cittadini responsabili, occorre votare dicendo sì o no a quel che viene proposto – all’oggetto di quella chiamata alle urne – e non sul consenso a un presidente del Consiglio. È sicuro, volete scommettere?, che immediatamente verrebbe accusata di intromettersi: e da chi naturalmente meno gli importa della materia referendaria, e più di riuscire a ottenere un proprio risultato politico, cacciando un avversario per vie traverse a quelle che pure osano chiamare di democrazia. Eppure: non si può essere cittadini senza essere responsabili. E la responsabilità implica innanzitutto il limite. Il limite del conoscere per scegliere.  Credo che dovrebbe preoccupare quanti “pensano”. Ci si era illusi, scrive il sociologo francese Gérald Bronner, che internet avrebbe diffuso una società delle conoscenze, una democrazia del sapere. Invece ha «accresciuto la forza delle credenze». Che ancor prima di essere quelle religiose – a cui si potrebbe pensare che la parola credenze rimandi – sono quelle delle piazze virtuali  nelle quali tutti si rappresentano capaci di tutto. Anche di scegliere senza conoscere. E così si è diffusa “l’impressione del sapere”, che esclude ormai l’ignoranza, che è invece il principale motore del conoscere. Solo se ho coscienza che non so, mi metto nella condizione di poter apprendere. Così è per quanti soprattutto, di fronte a problemi, non avendo altri argomenti, rimandano a quel facile capro espiatorio che è “siamo in un paese cattolico”. Che è come dire che quelli cresciuti in altra visione religiosa sono necessariamente meglio: i paesi del nord, luterani, quelli con il Welfare dalla culla alla tomba. Se vuoi conoscere la realtà vera, e non quella favola di paesi del benessere, basta darsi un poco a quella letteratura che nella forma del “giallo”– fortemente connotata da una lettura disincantata del proprio paese – descrive una violenza diffusa, e una fuga dalla responsabilità della cura di sé e del prossimo. Cosa che può naturalmente piacere a chi sogna un individualismo senza limiti. Ma che incappa inevitabilmente nel limite di una vera libertà: che non sia quella di rinchiudersi dentro casa, e dentro un bere che stordisce tutto un weekend. Guardare dunque in casa nostra, non per coprire le problematicità che abbiamo, o che stiamo importando, ma per dirci fino a quando potremo nasconderci dietro la fiaba dell’essere retrivi solo per essere in un paese ad educazione cattolica. Ed è stato il radicalismo di cui ha sofferto la Chiesa italiana, per cui non poteva “fare politica”: per la  leggenda che se i preti avessero parlato in prossimità di eventi da cabina elettorale, avrebbero sicuramente spostato i voti. Vero per un certo momento degli anni cinquanta del secolo scorso, ma inverosimile in questo tempo, dove la chiamata è alla maturità del giudizio. Che è esattamente l’opposto di quel mondo virtuale, che impone classi politiche messe su dalla paura dei pochi che agiscono senza pensare (su quattromila abitanti, centocinquanta fanno barricate per impedire l’accoglienza di dodici donne finalmente liberatesi dalla schiavitù: è questo il potere del popolo?!). Quando cominciò a comandare l’urlo, dalla notte dei cristalli si è scivolati nei campi di sterminio. Se i preti chiedono di pensare per poter determinare  la logica di convivenza della polis, si schierano, o invece producono quei sentieri di libertà senza dei quali l’ignoranza sale al potere?      


Fraternità
- Nella chiesa d’Inghilterra le barzellette arrivano in ritardo (come in ritardo, agli inglesi, arrivano i pentimenti per non accorgersi – loro, i grandi conquistatori del passato – che la storia li sorpassa. Ma questa è questione di Brexit). Forse arriva in ritardo anche in Argentina? O è stato solo un fair play da parte del papa? Certo mancava una gran risata di Francesco: bei sorrisi, e ampi, ma una risata da scrosciare sulla sedia questa ci mancava. E grazie al Primate anglicano. Uno che dev’essere speciale, se è vero che i padri sono fatti “più” speciali dai figli. Non tutti forse sapete che il Primate ha un figlio romanziere, che ha inventato un pastore detective: alla padre Brown per intenderci (è quel risvolto cattolico mai risolto, a mio parere accompagnato da secoli di senso di colpa per un Enrico che li ha svoltati loro malgrado: però, i sensi di colpa, come si sa, se non affrontati, possono generare ulteriori perdite d’orizzonte; ed è ciò che sta allontanando in questi decenni ancor più la chiesa anglicana da quella cattolica, nella visione gerarchica, e dunque di servizio, non di apparenza, né di potere, che il Vangelo chiede alle sue guide). Certo, non ancora Chesterton, ma si spera che ci arrivi il figlio giallista. Dunque la risata - o meglio le risate perché il Primate ha riso con il papa della propria barzelletta - è scaturita da «Sai qual è la differenza tra un liturgista e un terrorista? Con il terrorista si può trattare!». Ripeto: vecchia, vecchissima, e perciò attuale. Chi s’impalca a liturgista, attingendo al proprio sentire di gusto, non sente ragioni altrui: si fa così. Inutile tentare con dei ma, che arrivano da un richiamo alla essenzialità del rito: si fa così perché... e lì naturalmente si blocca tutto, perché un perché non c’è: e tuttavia resta, intangibile, il si fa così. E lì un perché riceve la risposta più antica che esista nelle parrocchie: perché il parroco sono io. Così dalla liturgia si scivola nella pastorale, e dalla pastorale a quel lato amministrativo che compensa, in molti presbìteri cattolici, la loro mancata paternità biologica. Poi è gente che scrive di partecipazione dei laici, o di condivisione presbiterale, 
magari imbastendo anche convegni sulla fraternità, che servono solo a parlarsi addosso. Perché non c’è che mettere insieme quattro o cinque di quelli, con qualche donna prona e qualche maschio incensiere, per suscitare un movimento, seppure della lunghezza di un’onda in un bicchiere. Onda corta, ma che può far tracimare la goccia che sporca tovaglie di lino. Che sporca l’essenzialità richiesta alla Chiesa: essa, se non deve vivere di uniformità, tuttavia non può mai tentare lo strappo della veste senza cuciture, veste di unità, del suo Maestro. E questo avviene là dove “fa fino” cavalcare l’opporsi per l’opporsi, la moda del distinguersi comunque, dicendo no agli altri per dire sì al proprio ego. Da una parte e dall’altra: e dunque personalmente non mi tiro fuori da questo dito che punto. Ma insomma, c’è chi se ne rende conto, e tenta di emendarsi (tenta?!) e chi no. Ad esempio, prendete chi oggi si oppone al papa: si oppone ai contenuti, o allo stile? e dunque alla freschezza, che non usa giri di parole per riportare le parole al Vangelo? Temono di patire un raffreddore per il vento nuovo? Non ricordano che la Pentecoste è stato un vento di fuoco? Confrontarsi davvero, partendo da una conversione che non fa della fraternità un bel tema da locandina. Confrontarsi perché libertà e uguaglianza siano le basi: libertà dell’avversare, uguaglianza nell’esserci. Senza la stupidità dell'ostinarsi su di sé. È l’indispensabile di una fraternità che non sia un embrassons nous, per lo più formale e poco convincente. Giusto come gli abbracci sul presbiterio di certe cattedrali o in certi altri templi cattolici. (O anche anglicani?). Abbracci che non abbiano il sentore della complicità, ma della verità su di sé e sull'altro. 10 ottobre 2016


 Capacità –Capacità di vangelo, di eucarestia, di carità. O incapacità, su cui il “conosci te stesso” può finalmente dire quanto uno è credente. Quelle tre indicazioni sono state il filo di un triennio, ma sono il filo conduttore di una vita cristiana: capacità di Vangelo, dunque di ascolto; di eucarestia, dunque di apprendimento dell’amore di Dio; di carità, e dunque di traduzione sul prossimo dell’ascolto della Parola per la via, e dell’amore riversato dal Dio eucaristico su di noi. Chiamati a vederlo, il prossimo, a sentirlo come vediamo noi stessi e come noi in noi ci sentiamo. Meno uno si conosce in se stesso, meno saremo capaci di compassione: essendo per sé la prima compassione. Sto ripassando queste linee date alla nostra Chiesa di Bergamo, e mi accorgo che (conoscendo me conosco gli altri!) ne siamo molto lontani. Lontani dunque anche dal Signore? Beh, questo è più difficile da dire, anche perché sappiamo che noi lontani da Lui, ma Lui sempre vicino a noi. Si dà il caso di parecchi che si attengono ai comandamenti e tuttavia restano lontanissimi da Dio. E si dà il caso del contrario. E di altri che vivono molto di atti religiosi, ma meno di fede. E tra l’una e l’altra ci può essere un abisso. Scandaloso, per chi guarda da fuori; e rattristante per chi vede da dentro. Nella Chiesa c'è abbastanza luce per chi crede e abbastanza ombre per chi dubita, scrive Pascal. Certo è che ognuno di noi ha differenti debolezze, differenti vizi derivanti dal suo patrimonio genetico, dalla sua indole, dalla sua biografia. È esperienza di ogni giorno: gli ostacoli all'amore che si fa prossimo sono differenti per ogni individuo. Ma se il vivere (soprattutto) di religione invece che di fede tocca i pastori della Chiesa? Di p maiuscola o minuscola che siano? Da noi, nelle parrocchie, e sotto l’egida di un vescovo, ci stanno i parroci e i curati: i primi sono i responsabili in primis, gli altri vicari o coadiutori. Tutti preti, ma... ma 
di difficile composizione se il responsabile in primis ha nel suo invincibile subcoscio (che a volte si rivela) “il parroco sono io”: detto in opposizione al suo coadiutore o ai laici. [E lì si può leggere l’incapacità di far avvenire quanto si è ascoltato dal Vangelo,  celebrato nell'eucarestia, e non si sa tradurre nelle relazioni. Che ti vale credere che Dio è nato nella carne, se non lo fai nascere nella tua carne? insegnava un antico Padre della chiesa]. Curato è un titolo che nella chiesa ambrosiana indica il nostro di parroco: indotto da quel curé francese, di cui si conosce l’accezione soprattutto per il Curé d’Ars. Ma è molto significativo: curato per mettersi in cura. Curato dall’amore di Dio e di tanti, per sapere a partire da Sé come prendersi cura di chi ti è affidato. Calare dunque i comandamenti del Signore alla misura dell’uomo: quello che tu sei e quello che l’altro è. Qui il segreto che svela le incapacità: di predicazione e di gesti. Per rimediarle al meglio. Capacità o incapacità da cittadini e da credenti: per l’unica strada che impedisce il nascere delle guerre, che scaturiscono da quel mio e tuo che non accomuna mai gli uni agli altri ma li divide, impedendo la condivisione degli obiettivi per l’unica cosa che importa per una pace: la polis, questa fabbrica continua della composizione umana. Ecco perché, a partire da una testimonianza vera dei credenti, si può esigere, anche da chi credente non è, che si accorga di quell’essere curato per poter disinteressatamente prendersi cura: capi o capetti della politica, che non si inventano ma si riconoscono messi lì a vivere di onestà e competenza. E di capacità sull’una e sull’altra. Che non si danno se non ci si riconosce nei propri limiti per specchiare al vero quelli altrui. Se la politica è la strada dei compromessi, non lo può mai essere al ribasso; e se la fede è quell’urgenza difficile che ti fa distinguere dalla religione, non può mancare il perché ultimo: per non arenarsi dentro una città terrena che si rinchiude in se stessa, negli interessi del mondo che separano dalla speranza ultima che regge questa consorteria provvisoria della terra. Capaci di onestà e di competenza: su di sé per incontrare gli altri in verità. E servirli senza lasciarsi fermare dagli steccati delle diversità. Umane e culturali. Solo così si è un buon politico e un buon curato.  24 settembre 2016

Competenza – Mangiarsi il fegato è il meno che possano aspettarsi i residenti romani. Ma prima di “mangiarselo” potrebbero, sulla memoria dei loro avi, consultare gli aruspici, per sapere il futuro che li aspetta. Anche se c’è il sospetto che gli antichi aruspici fossero i progenitori degli attuali sondaggisti: quelli dicevano non tanto quanto gli dei suggerivano attraverso le viscere degli animali, e delle pecore in particolare; ma quanto il padrone del momento auspicava: per farsi un esercito, per occupare un posto, soprattutto se di dorate poltrone. Dunque qualche attuale aruspice potrebbe declamare un “dalle stelle alle stalle”: che non sarebbe poi un gran vaticinio, dato quel che si è visto là nei mesi del mandato della rinnovata municipalità. Ma giustamente altri potrebbero avvertire di non aver fretta: lasciamoli lavorare, dicono sulle rovistate viscere; che francamente suona come un “lasciamo che precipitino da sé”. Perché tanti sospetti? Solo equivoci che nascono da passionalità scomposte? O seri dubbi sulla capacità di governare di un movimento che è nato per sfasciare gli avversari, mandando a quel paese (per usare un eufemismo) il Paese attuale,  ma senza essersi fatti muscoli per rimettere poi in ordine il nuovo? Alternando - sulle piazze infuocate dal comico fattosi capopolo - eufemismo e onestà, non hanno tenuto conto di un fattore che è di ogni buon governo. E se per davvero vogliono insediarsi con il bagaglio dell’onestà, dovrebbero onestamente riconoscere di non avere competenza. E senza competenza il nuovo non si fa. Anzi, nulla si costruisce: è la competenza di chi è chiamato a fare la signora sindaco (caro redattore rispetta la o e non sostituirla con la a!); ma è la competenza chiesta a un capocantiere e ai suoi muratori; o quella di un’insegnante, o di un giudice. Treccani definisce così: idoneità e autorità di trattare, giudicare, risolvere determinate questioni. Ora, per un sindaco, può essere che l’idoneità gli sia conferita dal voto di maggioranza (sempre che la maggioranza abbia i giusti numeri per dare autorità - il popolo ha sempre ragione? anche quando per accaparrarsi un sacco di farina ne rovescia dieci, in manzoniana memoria?). Ma oltre l’idoneità data da una votazione, dove trova l’autorità per giudicare e risolvere, se non si è fatto le ossa, se non si è rubato il mestiere, come fanno ragazzi e ragazze di bottega per diventare a loro volta parrucchieri o pasticcieri? Da nord a sud, tutti concordi i polemisti nel dire che occorre fare ciò che si sa fare, e non pretendere altro: in Lombardia Ofelè fa el to mesté; nel veneto Pitòr, parla de quadri; il Belli più diffusamente avverte Ognomo hanno d’avé li su mestieri: chi fa er boia, chi er re, chi scopa Roma: sei braghieraro tu? fa’ li braghieri (= i cinti erniari). D’accordo: essere arrivati là dove si vive di notorietà, ma senza competenza, non è solo del movimento dell’eufemismo: se ne sono viste di tutti i colori in tanti e lungo gli anni. Ma certo la pretesa di presentarsi come nuovi avendo di fatto le caratteristiche di sempre, non può passare sotto silenzio. Farsi le ossa, darsi il tempo di un’esperienza che non sia fatta di slogan ma di fatica e sudore, può generare classi dirigenziali veramente nuove. E nel frattempo? Logorarsi su chi viene da lontano, ma è restato appiccicato dal catrame della via? autoreferenzialità, stanchezza, ripetitività, assenza ormai dei bioritmi del rischio? Sì, non è facile per il popolo sano decidere. Ma almeno si può cominciare a pretendere la competenza. Ad alta voce. Per la Polis. E per la Chiesa. Che c’entra? C’entra. Eccome! «Io vi chiedo di fare tutto il possibile per non distruggere la Chiesa con le divisioni, siano ideologiche, siano di cupidigia e di ambizione, siano di gelosie». È il forte appello lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì scorso. Guardatevi in giro, e chiedetevi se si ha, in tante parti, la competenza evangelica nella conduzione di una parrocchia. Una competenza che è innanzi tutto l’umiltà di chi si lascia insegnare da chi l’ha preceduto, e dalla storia di quella comunità. E dunque dal controllo di una propria presunzione che non tiene conto se non di sé e delle proprie ubbie – pastorali, liturgiche, amministrative. Si hanno teorici ammirevoli (?) per quanto scrivono (quando non scrivono ovvietà), ma incapaci di lavoro di squadra, di ascolto, e di quello sguardo che rende capaci di profezia. Dicono (scrivono) che le chiese si svuoterebbero, che le persone si allontanerebbero se ... e non vedono che l’emorragia, nelle loro comunità, è in atto, e in modo vistoso per tutti meno che per loro. Resi ciechi da che cosa? se non da una incompetenza favorita da uno scacchiere curiale che non tiene conto delle qualità, e della corrispondenza delle persone ai luoghi; ma solo di curriculum segnati dal serpe della carriera: sempre più avanti, non tenendo conto dei limiti dell’età, e di una senescenza che se non diventa patologica tuttavia è di suo rilassante, e impervia al vero. Non più dunque il passo scattante del Cristo che precede nel seminare buona notizia sulla terra; ma l’arrancare di un don Abbondio sulla mula da cui non si sa scendere. Per l’incompetenza dei cristiani, preti e anche laici, oggi la mula della chiesa non è più nave che solca e trascina. Non ovunque, ma certo da troppe parti. 15 settembre 2016

Paura - Certo è il sentimento di questi terribili giorni, per uomini e donne di quella terra che non smette di sussultare, dopo la scossa che ha seppellito centinaia di familiari. Una paura ormai inscritta nella genetica di quegli abitanti, che non possono neppure sperare che quei fenomeni siano occasionali: loro e i loro nonni e i loro trisavoli sanno del ripetersi, a distanza di pochi lustri, dell’infamia delle viscere di quella terra. Una paura che tuttavia non li allontana, in una lotta che gli insegna, di volta in volta, a ricostruire e sempre un po’ meglio. I mostri, anche questo è nel loro nobile diénnea, si sconfiggono non arrendendosi alle loro zampate funeste. Ma di un’altra paura scrivo: di quella che è alimentata - in questo popolo di emigranti dalle Alpi alla Sicilia, per i migranti che ora bussano dalla Sicilia alle Alpi - da imbonitori televisivi e cartacei, e da alcuni sindaci di una terra, quale quella bergamasca, che della necessità del varcare le soglie della Svizzera – e non per chiedere ma per arricchire di strade di case e di banche – ha provato una umiliazione che dura da settant’anni. Ma non vorresti mai che nel numero di chi alimenta questa paura ci fossero quegli imbonitori da pulpito che sono i preti. E invece sì: ci sono paesi dove il parroco vorrebbe e il sindaco no; e paesi dove il sindaco vorrebbe e il parroco no. Vogliono insegnare al papa a non essere buonista, sui loro fogli anche appesi alle porte delle loro chiese: manco fossero le grida di Lutero, ma all’incontrario. Non avendo probabilmente mai introiettato, nella loro formazione, che la giustizia è il cemento della bontà; e la misericordia è la porta spalancata nei muri di cemento che pure sostengono una casa. E dunque accusare di buonismo è solo una scappatoia ridicola per non caricarsi della bontà. Il papa sbaglia dicendo “le persone devono essere amate e le cose usate; ma il mondo va male perché amiamo le cose e usiamo le persone”? Dunque chi stesse sulla soglia di questa assemblea, con il desiderio di incontrarla, sarebbe inevitabilmente indotto a pensare che il Vangelo sbaglia, che Cristo ha sbagliato nell’accedere alla Cananea. E volterebbe le spalle. Anzi, le sta voltando. Alimentare la paura dell’altro, del forestiero da parte di un prete è paura di che? paura di perdere la roba? di perdere il ruolo? o è la paura di perdere se stessi, dovendo rifare i conti con una formazione che li ha sempre fatti credere che mettersi a destra (dando e indicando di dare il voto a partiti di destra, avessero o no un pensare cristiano) fosse inevitabile dopo che “il Figlio è salito alla destra del Padre”?! Nascondendo la paura del forestiero nella paura dell’islamico, dunque ritenendo che ogni musulmano sia un terrorista. Un poco (o più) ignoranti sono, soprattutto quelli che vi dicono che il Corano loro l’han letto. Islamici terroristi, come cattolici terroristi nell’Irlanda del Nord, tanto per non cercare equivalenze di male al tempo delle Crociate? Paura degli islamici come la paura dei comunisti, per questo clero bergamasco che ancora non sa prendere le distanze da errori e confusioni del passato. Nessuno ancora, che io sappia, ha guardato dentro questo "pensare cristiano" che ha avuto in Pio XII il suo capostipite; comunisti dunque atei, per la paura di quell’ateismo bolscevico che nulla aveva a che fare, nel ’48, con chi votava a sinistra qui da noi, soprattutto in chi viveva nelle grandi industrie delle periferie milanesi: una lotta per la palese ingiustizia di chi accumulava, e non spartiva, se non in stipendi da elemosina. Stare dalla parte dei "padroni" è il peccato originale che ci ha portato a queste cadute di presenze nelle nostre chiese: altro che la comunione in mano, o inginocchiati, o le balaustre tolte, come nelle interviste - eminenti solo per le vesti sgargianti in cui si avvolgono - di insignificanti spargitori di lamentazioni vaticane! L’indifferenza per Domineddio non è per la rinnovata liturgia, che non sia avvale più del tombale celebrare tridentino; è in questo schierarsi con i potenti, dimenticando che allora “saranno sbalzati dai loro troni”, ma ora impediscono a cuori giovani di essere raggiunti dall’ebbrezza dello Spirito; e lasciandoli in quel mare di inconsistenze che sono i social, dove ciascuno è senza alcun confronto, senza alcun conflitto, tanto meno con Dio. In questo scorcio d’estate una rilettura del Guareschi ci chiarirebbe che i seguaci paolotti di don Camillo non erano certo migliori degli adepti di Peppone. E don Camillo, che era un intelligente prete della bassa, dei comunisti non aveva paura, ci conviveva; e delle arroganze dei suoi se ne accorgeva.  26 agosto 2016


democrazia? - A proposito di porsi delle domande, piccole sulle cose piccole e mediocri che spesso inceppano la vita, ma le grandi sul destino di questo umano che ci è imbastito su un divino: non da tutti percepito allo stesso modo, ma da tutti riconosciuto seppur sotto nomi diversi. Domande che hanno sete di verità: sete insaziabile per quanto a lungo si viva, ma lì ad alimentare una inquietudine che ascolta, e si fa in alcuni, con accenti più forti, profezia. Cioè, una risposta, per quanto velata, su quel che si vive per quel che ci aspetta: qui, in questo terzo millennio dell’era cristiana, e per l’immediato. Ad esempio, a volte mi chiedo se sono un buon cristiano: e naturalmente mi do risposte diverse a secondo di quel che vivo in quel momento; meno mi chiedo se sono un buon prete, convinto che un buon cristiano farebbe comunque un buon prete. Ma appunto: che è un buon cristiano? La Chiesa costruisce buoni cristiani? E lo Stato, costruisce buoni cittadini? Quest’uomo è pensato, e fabbricato, al meglio da chi è chiamato a questo difficilissimo ma esaltante artigianato? O ci si fa da sé, e nessuno che s’impalchi a mio maestro? In qualche lettura classica che frammezzo a quelle più odierne, mi sono cercato il Gorgia di Platone. Perché ultimamente c’è una corsa a sostenere il diritto di tutti di parlare senza conoscere, o conoscendo secondo i propri interessi contro quelli di un bene comune: le piazze fomentate da certe reti televisive, ma certi giornali che hanno inventato la sinistra del no-comunque. Dunque, in stretta sintesi da internet: Socrate è arrivato in ritardo all'esibizione di Gorgia, un predicatore monologante, perché ha indugiato nell'agorà, la piazza, uno dei suoi luoghi di conversazione preferiti, oltre che il cuore della vita economica, civile e culturale di Atene. Callicle, che ospita Gorgia, dice che il sofista può ripetere l'esibizione a uso di Socrate. Ma questi però vuole piuttosto sapere da lui qual è la funzione della sua  arte oratoria, che cosa insegna. E lì nasce la differenza fra due modi diversi di intendere la politica del sapere: il primo, Socrate, sta in piazza, discutendo con gli altri da pari a pari, mentre il secondo si esibisce davanti a un pubblico come una celebrità; il primo fa domande, mentre il secondo dà spettacolo come una star accademica. In quanto, però, si professa esperto di retorica, capace di rispondere a qualsiasi questione gli venga posta, Gorgia accetta la sfida di Socrate e si confronta con lui nella modalità del dialogo invece che in quella dell'esibizione discorso-applauso–fine. Insomma, scende dalla cattedra. E lì, in quell’opera giovanile che anticipa temi tipici del suo pensiero maturo, esce l’idea di Platone sulla democrazia: secondo lui essa assumerebbe in maniera del tutto acritica l'uguaglianza degli uomini, rinunciando programmaticamente al principio di competenza. Non solo: ma così è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide (e vedi un po’ quanto sta avvenendo dalle piazze di Istanbul, il tributo a un dittatore in nome di una democrazia). E’ evidente che, riletta oggi, non si tratta di negare l’uguaglianza dei diritti, ma di sostenerla con l’uguaglianza dei doveri. Un cittadino ha il diritto di sapere e dev’essere condotto per mano al dovere del sapere. Può un cittadino andare a votare un referendum senza conoscere il che cosa gli si chiede? ma solo sull’onda di rivendicazioni fondate sulla nullità di slogan senza attinenza? E l’immagine della Chiesa di Cristo può essere rappresentata dalle parate più o meno festaiole del centro della cristianità, e delle periferie che si omologano senza criterio; o dev’essere invece salvata dai superficiali ritocchi estetici che rischiano di far perdere il sapore del sale nella piccolezza del lievito? e questo con assidua opera di evangelizzazione che tocchi il cuore invece delle strutture? Chi, per professione, ha bisogno del consenso della maggioranza non può permettersi di parlare francamente: e se Francesco papa lo fa, sulle orme di quella minorità insegnata dal santo d’Assisi, viene impallinato nella sua stessa Chiesa; e se uomini politici agiscono non badando alla poltrona a tutti i costi, nuovi sofisti rovesciano dalla testa alla pancia il pensiero delle moltitudini. Delegare non è umiliante da parte di una moltitudine che non ha ancora avuto gli stessi mezzi: è l’umile riconoscimento di un limite. In un momento in cui stanno proponendo l’auto senza guidatore, senza qualcuno che ti prenda per mano di quale certezza di viaggio può rincuorarsi l’umanità? 9 agosto 2016

P.S. 15 agosto 2016 - A proposito di deputati che neppure sanno l’italiano, tra i commenti della rete, questo può essere d’appendice all’articolo: Il "marciume indegno" va all'Assemblea Regionale Siciliana  o in Parlamento o in consiglio regionale solo perché viene votato da noi, mica per magia o per qualche strano virus. E poi qualcuno ha il coraggio di criticare Renzi perché governa "senza la legittimazione del voto popolare". Sono questi i risultati del voto popolare! E poi vedo deputati candidati grazie a 30 click sul blog o all'acquisto all'ingrosso di tessere o preferenze da parte di chi mai ha letto una pagina di educazione civica o, quanto meno un giornale al mese. Chi consiglia di votare NO al referendum sulle riforme (solo per votare CONTRO, come sempre facciamo in Italia ) ha pensato per un attimo che siamo a questo punto proprio perché il sistema elettorale e istituzionale in generale va pesantemente riformato? Ora che un po' si prova a farlo, votiamo no solo perché Renzi ci sta sulle scatole? Siamo patetici

 


Controcorrente
- Verità e profezia: parole che sembrano andare contro corrente: e oggi, in questo mondo che sta cadendo come aereo trascinato in vuoto d’aria; e in un’ora in cui tornano azioni che si pensavano confinate nel buio di un certo medioevo - sgozzare, e su un altare. Come nel dramma di Eliot, quel delitto nella cattedrale che è l’emblema di ogni uccisione delle verità che denudano il potere. Verità e profezia, parole che rendono inevitabile porsi domande, ma che nello stesso tempo apostrofano come ribelli, in sospetto d’eresia, o, al meno, coltivatori di zizzania quelli che le pronunciano, quelli che ne scrivono. Se non ipocriti, e solo perché si espongono: pur facendolo in nome non di una propria purità, ma di un dovere alla purità propria e altrui. Se non pretenziosi: come se la verità sia diversa se detta da un diplomato scrittore da libri intonsi o da un balbuziente che sta nelle periferie dove si vive. Non si lasciano nascere profeti dentro la Chiesa – e talvolta li si uccide (in pensieri, parole e omissioni) come nella buona tradizione del primo testamento, salvo poi riscattarli a morte avvenuta - perché da sempre li si pensa roba da uomini tristi. Come se la gioia non consistesse nell’aiutare l’uomo a rivivere di continuo, a dare l’indicazione a lasciarsi partorire di nuovo seppure nel dolore. È il dovuto andare contro corrente, che innesca di contrappasso il tentativo di zittire quanti denunciano i tumori che si sono insediati qua e là nel gran corpo chiesastico. “Come ti permetti?” è nello sguardo di chi si è accomodato dentro storie che si coprono o con spiritualismi dai panni cospicui, o in panni sporchi che neppure trattengono residui di spiritualità. Celebrazioni dell’apparire: non più le cattedrali come il luogo dentro cui la profezia assume il rosso del martirio, ma palcoscenici su cui si rappresenta sé, teatralmente avvolti in seriche vesti, e in omelie che non toccano il cuore del Vangelo, perché non toccano lo stomaco e il cuore, insomma la carne delle persone. E si sviluppa l’antiprofezia, come il luogo che disgrega nella idolatria di tutto ciò che stordisce perché seduce: non più lo sguardo limpido alla ricerca della vita e dell’essere, e dunque della verità, rendendola un di-vertire – uno stornare dalle uniche cose necessarie. È l’opposto del verificare; e verificare è rendere ragione delle domande che la vita non risolve mai una volta per sempre. Anche nella Chiesa si vuole imparare dal mondo? Trasparenza, e sia anche teologica, sul vissuto ecclesiale, 
così come si è ingessato da alcuni secoli (è ”il siamo molto in ritardo” del cardinal Martini, e si riferiva alla traduzione evangelica per un mondo che non ne capisce più la lingua). È una rivoluzione dovuta, o una anarchia, quella che temono tanti episcopi (ed episcopabili)? E invece, prevale un conformismo che conduce ad appiattire il bene sui beni; e dunque a lasciare che la diversità dal mondo, che il Vangelo chiede ai credenti, si sfianchi sempre più in un adeguarsi senza più identità. Eppure senza identità, ce lo insegnano da sempre i saggi che hanno attraversato la vita, non c‘è più il sé, non si è più per nessuno. Non si è, per chi è diverso da noi per cultura o per fede: e ci si odia, e ci si sgozza. E pure nelle relazioni con chi la vita ci ha messo vicino, se non si nutrono di sé, si smarriscono: le relazioni vere, non quelle di complici che vogliono assecondarsi a vicenda nei propri stati inveritieri. E così la misericordia la si può dare e ricevere solo nella verità dell’essere. Perché il perdono è più facile della dimenticanza. Restando la difficoltà del dimenticare come il segno della propria fragilità, che chiama insistentemente alla verità delle cose. Quelle di questo mondo, e dell’Altro. Non che qui, per il passaggio dall’anno mille a oggi di molti uomini dell'annuncio, si sia stabilita la fonte della profezia. Guardi il cielo! Ma da qui, su questo colle, le nubi temporalesche non si vedono sopra ma davanti, dalla finestra che guarda sui tetti ma ti prolunga sino alla cerchia degli Appennini: quando il cielo si fa translucido nel colore del piombo.     30 luglio 2016


 Verità - Non è, cara amica, che ci impuntiamo sugli errori dei cardinali, come se si fosse condotti da “santa” invidia, non tenendo conto dei tanti che, elevati alla porpora, sono degni. Degno è stato certamente il cardinal Martini: l’abbiamo conosciuto, e si è fatto amare per la coerenza della vita ispirata alle Sacre Scritture, lette sull’uomo contemporaneo; degno il cardinale di Firenze, Piovanelli, recentemente mancato: tutta la sua vita è stata esemplare, da parroco a vescovo di Firenze, vivendo in semplicità e armonia in ogni ministero affidatogli. Ma colpisce che così non viva ciascuno di quelli a cui è stato ricordato che vestono di rosso per una missione al martirio. Pur nella diversità di ciascuno. Ma sicuramente una diversità che non  può mai essere affine alle modalità mondane. Il rischio di vescovi con la “mentalità del principe”, denunciato da papa Francesco, esiste là dove ci si adegua a vivere l'autorità religiosa allo stesso modo di quella mondana: per sé e non per bene evangelico. Il Papa, diceva Piovanelli nei suoi ultimi giorni, ci insegna “a non metterci al di sopra e neppure alla pari, ma al di sotto, come ha fatto Gesù lavando i piedi. Tutti dobbiamo metterci in discussione e imparare sempre più a servire, non a difendere la nostra autorità”. E questo copre soprattutto quel bene consegnato a Pilato: la verità. Verità sulla Chiesa, ma verità sulla dottrina che si è imposta con una rigidità che nulla ha a che fare con quella conoscenza dell’uomo che è voluta dalla creazione: creazione dell’uomo sempre in divenire. L’immagine della Chiesa, nonostante il papa spiritualmente “mediatico” che ci è donato oggi, non è ai massimi livelli di esemplarità. E tuttavia fa specie sentire persone che lasciano la Chiesa, motivandosi - a viva voce e con un po’ più di un pizzico d’arroganza (sanno essi il peccato? il proprio e l’altrui? e la fragilità da cui nessun credente è esentato, a qualunque vocazione debba rispondere?) – con gli scandali che uomini di Chiesa producono. Chi gli ha insegnato che la fede dei discepoli nasce dalla coerenza di chi gliela trasmette? Chi gli ha detto che se un prete, un vescovo, sbaglia, è Cristo che sbaglia? Non ci si può chiamar fuori per questo: solo una crassa ignoranza, e nient’altro, può spiegare il loro gesto. Puoi forse rinnegare tua madre solo perché partorisce figli indegni? O ancor più la sostieni per la risposta che solo lei, con amore, sa dare ai suoi figli, quanto più sono nel bisogno? È vero: guai a chi scandalizza i piccoli. Ma piccoli sono anche quelli che si sono sempre accontentati di atti religiosi, senza nutrirsi di Parola, senza accendere la fede nel segno di Gesù che si consegna, e non si sottrae, al peccato dell’uomo? La neghittosità di Pilato è tuttavia riscattata (per ognuno c’è sempre un riscatto, persino per Giuda e il suo pentimento che davanti a Dio può non essere stato tardivo, nonostante – o forse proprio per questo – si sia condannato al suicidio), sì, riscattata, la neghittosità di Pilato, da quella domanda che nella Chiesa dovrebbe poter diventare un mantra: che cosa è la verità? Porsi in continuità questo interrogativo, aiuta a non lascia fuori nessuno, ad accorgersi di chi preme per entrare nel grande abbraccio. Anche chi fosse affetto da crassa ignoranza, certo. Difficile, ma necessario. Quanti nella Chiesa sono chiamati a condurre, ad accompagnare, dovrebbero ricordare quanto capita al re Riccardo nella tragedia di Shakespeare: non distinguendo più tra la propria persona e il ruolo, deposto da re dice: io non sono più nulla. Se lo ricordino per non ripetere lo stesso tragico errore: confondere se stessi con il posto che occupano. Solo chi assume la spiritualità del grembiule, non subirà una tale tentazione. È difficile ma necessario. Solo così ci si lascerà condurre alla verità. A poco a poco, ma sicuramente. E finalmente si libererà il volto della Chiesa da ogni confusione con i poteri terrestri. E dunque la si renderà credibile anche per quanti oggi se ne scandalizzano. 17 luglio 2016 

  Intimismi - [A buona ragione, alcuni nella Chiesa cattolica si interrogano sul numero dei sacramenti. E non solo per un buon confronto ecumenico – che sia davvero un ascolto reciproco – per capire in che modo la Chiesa evangelica conosca solo due sacramenti, il Battesimo e la Santa Cena. La spiegazione che loro ne danno è che gli altri cinque, conosciuti dalle chiese cattolica e ortodossa ( = cresima, confessione, unzione degli infermi, ordine sacerdotale, matrimonio), non sarebbero stati istituiti da Cristo. È vero: non è facile riconoscere allo stesso modo la definizione di sacramento – segno visibile istituito da Gesù Cristo – a tutti i nostri sette. Ad esempio: se si prende la cresima come invocazione dello Spirito e unzione con il crisma, questo avviene già pienamente nell’atto battesimale. E dunque sembra davvero una ripetizione, tant’è che la si chiama anche sacramento della confermazione: cosa che negli anni ottanta è stata mantenuta sì, ma con lo sguardo puntato su una ulteriore celebrazione, detta “professione di fede”: chiamate pedagogiche di appartenenza alla chiesa e meno al Signore che il sacramento produce]. Questa summa sacramentaria (!) per introdurre un interrogativo: ci sarà ancora il matrimonio religioso in un non lontano futuro? Poiché il Censis, facendo una proiezione, ci sta raccontando che tra quindici anni matrimoni in chiesa non ci saranno più. Si sa come sono le proiezioni: parenti dei sondaggi, il più delle volte cannano. Ma qui una fermata va fatta: è sotto gli occhi di tutti i parroci la caduta libera di queste celebrazioni. E non è che ci si può consolare con l’analoga flessione dei matrimoni civili: in una società liquida, gli uni e gli altri patiscono certamente la perdita dello status socialis che il matrimonio dava nel passato. Quel che conta sono i sentimenti: avvolgersi in un intimismo a due, che sta producendo anche un rimando continuo di fecondità, per altro surrogata da cani e gatti che affettivamente sostituiscono i figli; e poi i diritti che vengono oggi riconosciuti alla pari, rinforzati  ancor più dalle legge sulle unioni civili, senza doversi restringere dentro un atto vincolante, e un per sempre che non si percepisce come possibile: questo il sentire comune. La risposta a questo sentire, nelle nostre comunità cristiane, da che cosa è data? C’è purtroppo un cardinale di santa romana chiesa che da un posto di responsabilità sta dicendo che il ricevere la comunione in ginocchio riporterà alla fede (dev’essere una fissazione di quel dicastero, un mantra che viene da lontano, e che si pensava finalmente accantonato con il ritorno di un predecessore nelle lontane terre natie...). Intimismo per intimismo: deprecabile in un senso, e non nell’altro? Il vangelo se chiama all’amore, chiama ad uscir fuori da sé. Se si recinta il vangelo, come mostrare il vincolo matrimoniale come luogo privilegiato, capace di fornire garanzie di stabilità in favore del proprio amore e di quello dei figli? O se il vangelo lo si riduce a organizzazione, a grandi manifestazioni, o, per contro, al “tra di noi" proprio di certi movimenti (e l’ipertrofia dell’ego di preti, che vivono e fanno vivere di surrogati?!), non chiamerà più alla bellezza del consegnare sé a qualcuno: come Gesù ha fatto, come ogni cristiano può fare. E dunque, certo i sacramenti: ma la fede? Fede della Chiesa e fede della persona? In un visibilità che appunto non si congela in intimità, ma vive la testimonianza di un vincolo dentro una comunità. Certo è che tra quindici anni, qualche rara avis volerà ancora nel cielo delle chiese, tubando in Spirito santo: ci mancherebbe. Ma appunto saranno ancor più pochi dei pochi di oggi. Pochi ma buoni? No. Il vangelo non è di pochi. Almeno suscitare la nostalgia per quello cui non si riesce ad accostare. E questa è la responsabilità oggi delle nostre chiese: senza fughe consolatorie altrove, e senza arretramenti in pratiche di religiosità popolare che non contengono la fede. 8 luglio 2016

 

Guerre (ovvero prevenire)– Ormai si va via per la metà del tutto, in politica: metà di qua, metà di là. Lo si è visto nelle elezioni comunali nostre, e lo si sta vedendo nell’exit della gran Bretagna dall’Europa, oggi. Gli uni contro gli altri, e a parità di forze. È meglio del venticinque per cento che potessero suddividersi quattro partiti? Mah! Cinquanta e cinquanta vuol dire guerra. Lungi da me fare la Cassandra di turno: ma ci siamo beati dell’assenza di guerre, nella storia europea, per un periodo lungo quanto mai. E ora? Basta quanto la notte ha consegnato alla cronaca? E quanto consegnerà, se i lepenisti di qua e di là delle Alpi – in combutta con le frange neofasciste dell’est - avessero la capacità di titillare ancor più la pancia delle genti nell’avviarle alla riconquista dell’indipendenza? E i muri che là e qua quelli stanno costruendo, e le armi a proteggerli da invasioni, quando per sbaglio spareranno oltre confini nazionalistici, ci preserveranno dal consegnarci a conflitti  disastrosi? Basta una pistola balcanica a scatenare la prima guerra mondiale; e la pazzia nazionalista di un nullafacente piazzaiolo (quanti ancor oggi siedono su scranni che non hanno guadagnato se non per acclamazioni di piazza – o di osteria? – e non certo con la fatica di chi si occupa del bene comune, muratore o intellettuale che sia) a portare morte in tutto il continente. E le voci di papi – Benedetto XV prima e Pio XII poi – e le consolatorie parole di parroci immersi nel lutto di famiglie che perdevano goccia a goccia padri, zii e fratelli non hanno fermato l’orrore. Perché l’orrore o lo si ferma prima o nessuno può più sperare di opporsi al tracimare degli interessi che alimentano l’odio, e l’analfabetismo sociale. E l’orrore lo possono solo fermare quanti oggi sembrano mancare: i profeti. Quelli che intravedono, e avvertono e sanno scudisciare un mondo che si bea di tecnologia, e non nutre più il cuore. Ce n’è di profeti, certo: ma non bastano. La profezia ha bisogno di rimbombare, o non penetra la cervice del cuore. A convincere di un bene che non sta nel proprio rinserrato, ma è solo se condiviso. Nazionalismi impregnati da individualismi e particolarismi, stanno da una parte e dall’altra di quei due cinquanta per cento che sembrano opporsi: e stanno all'inizio delle guerre, mancando ambedue di un’anima. L’anima di chi non sopporta che sessantadue uomini pesino come tre miliardi e seicentomila di loro simili: è, guarda caso, la Charity britannica Oxfam che in suo rapporto allarma sulla divaricazione che si allarga tra i super ricchi e la metà della popolazione mondiale. Quando questa forbice toccherà anche i paesi europei, quanto si resisterà all’euforia di risolvere con la forza l’opposizione di popoli meno abbienti con quelli che si rinserrano nelle muraglie dei loro mari? Ecco: «Il tema che ci interpella oggi è come essere Chiesa povera per i poveri. La nostra terra, così ricca di strutture, di opere, di segni di carità, riesce a far crescere il Vangelo? La nostra terra è ancora capace di seminare Vangelo e di generare o è diventata sterile? La risposta passa anche dai battezzati laici, uomini e donne che favoriscono la crescita di esperienze che sanno di Vangelo»: invito del vescovo di Bergamo. La nostra terra così ricca di ... ? ha esasperato ancor più i recinti con cui da sempre ha difeso i propri orticelli, con la dabbenaggine di chi non vuole accorgersi che nessun recinto impedisce al vicino di buttarti i suoi sassi, o di scavalcare per rubarti i cavoli. Dov’erano coloro cui era stato consegnato di essere voce profetica? Preti e vescovi (e diaconi, e laici impegnati)? A lavorare per il vangelo e dunque per l’umanità, sapendo la fragilità umana e accompagnandosi per correggerla? o a costruire cose che “non han valore”?  Quando le tempeste imperversano, è un buon parafulmine collocato in anticipo che ti salva; e una rete distesa sul vigneto che ripara oggi per il vino di domani. E se l’avvertire profetico – far prendere coscienza oggi dei passi che conducono lontano dalla salvezza - allontana qualcuno, pensa che stai facendo quanto il Vangelo ti chiede: e nient’altro. Questa l’utilità del servo che appare inutile, oggi. E forse reietto. Ma è il discepolo che il Signore ama.   24 giugno 2016

 visioni - Avete notato, di questi giorni, i bellissimi cieli che s’affacciano dopo un temporale? Bianchi cumuli di nuvole lattiginose, fissati sull’azzurro, in una plasticità che neppure Michelangelo... In viaggio, qualche giorno fa, a distrarre un poco dalla guida: ma basta mettersi sulla corsia di destra, quella meno frequentata, e prendersi una velocità che permette di osservare senza pericolo. E pensieri che accompagnano, sollecitati dal teatro della natura: senza alcuna apparente parentela, ma non è detto. Appunto, in quel viaggio, giorno in cui la liturgia festeggia il Cuore di Gesù, riverberi di considerazioni, slegate ma non troppo. Una festa, quella, a cui togliere i riferimenti zuccherosi, e ottocenteschi, del Gesù biondo dallo sguardo languido che apre la tunica per mostrare un cuore da cui si dipartono raggi luminosi: non so se questa fu la descrizione suggerita da Margherita Alacoque. La stessa immagine, anche se rinnovata da uno pseudo gusto moderno, che imperversa nelle nostre chiese, da quando suor Faustina, la veggente polacca ha convinto il papa conterraneo a dare titolo diverso alla domenica in Albis: festa della misericordia. Dimenticando che una giornata della misericordia c’era già nel calendario liturgico, il venerdì dopo il Corpus Domini appunto. (E passando sopra a quel ritmo battesimale che nella deposizione delle vesti in albis immette nella Chiesa a pieno titolo verso la Pentecoste). Voglia di rifare il volto di Cristo, di secolo in secolo? Tra l’altro dimenticando che le visioni delle cosiddette veggenti nulla hanno a che fare con la Tradizione scritturistica che si è conclusa con il libro dell’Apocalisse? (Si può essere canonizzati nonostante; questo è successo a un po’ tutti i santi, papa Giovanni Paolo compreso: ed è bello saperlo per ciascuno di noi che, con molta probabilità, non saremo messi in nicchie d’altare). Certo, e nonostante le lunghe file ad ogni esposizione, quel Cristo che esce dal lenzuolo di Torino non è il massimo per un gusto che Lo vuole bello secondo canoni di irrealtà: Gesù, ebreo di due millenni fa, un poco tarchiato, alto non fino all’uno e settanta, uno il cui fascino doveva consistere soprattutto nello sguardo: fissando amava, e ti sentivi amato. E invece: eccolo lì, colori impossibili, lungo e affusolato come un certo standard maschile attuale richiede; e comunque ancora con quella faccia femminea, e una rinnovata raggiera che gli esce dal petto. Ed entrambe le veggenti a dire che non andranno all’inferno quanti seguiranno ... che cosa?, l’una, la frequenza eucaristica di nove primi venerdì del mese (e si badi di non scavalcare la sequenza, se no si ricomincia da capo!), l’altra ad assicurare che non perirà chi venererà quell’immagine (un dipinto che si sovrappone alla contemplazione eucaristica? un dipinto e/o il corpus Christi!?). E forse per questo tanti preti l’han subito collocata – gusti estetici pur non permettendo – per assicurarsi personalmente la salvezza? Preti che avrebbero potuto accontentarsi, al di là d’ogni figurazione, di predicare quanto il vangelo ci dice da sempre: Cristo ci ha amati e ci ama, senza compromessi e con una fedeltà che è inversamente proporzionale al nostro peccato. Amore che non chiede una corrispondenza alla pari: non impone gioghi, o ricatti devozionistici. Amore che non chiede emozioni, semmai concretamente avvia al difficile dell’affidarsi. E certo l’icona della Sindone, per quanto sgradevole secondo canoni di bellezza contemporanei, aiuterebbe di più a entrare nel cuore del Cristo che ama: oltre appunto le apparenze, nel Cristo glorioso e bello della bellezza della Trinità. Tuttavia, se è vero quanto ha insegnato Hume, essere la bellezza “non è una qualità delle cose stesse, ma esistere soltanto nella mente che le contempla” accettando che ogni mente percepisca una diversa bellezza: se è così, è bello pretendere che l’immagine di Gesù - ancora in-glorioso, terrestre, umano come noi siamo – sia propria di ciascuno, non imposta da fuori. Fabbricata da sé, vivendo ciascuno una storia che lo specchia in Colui da cui, in momenti diversi e in modi diversi, ma sempre, sa di essere amato; e secondo il bisogno di amore che vive, e condivide. Come queste nubi in cielo: di diverso splendore, se sipario disteso sul sole di giorno, o sulla luna di notte. 7 giugno 2016

 


Felicità? - Questo maggio, così aprile: con tuoni e rovesci improvvisi di acqua che danza nel vento; vento che mani non acchiappano, ma che c’è; e lo dice questa natura scomposta, pioggia che schiaffeggia in secchiate che nessun ombrello può contenere; e alberi che sembrano avvitarsi su di sé con rami che sfiondano l’uno sull’altro. È bello, ma certo c’è rischio: fulmini che possano entrare da finestre lasciate improvvidamente aperte, o piante, di cui non si è misurata una possibile malattia, che si schiantano improvvisamente su uomini e cose. Ma questo tempo - di mattinate fosche e pomeriggi azzurri, di queste stagioni racchiuse in una sola giornata - , di più mi fa pensare a chi ha della vita una dimensione monocorde. E mi richiama, a mo’ d’esempio, quei fanatici che a Natale partono per spiagge assolate; a chi si lascia alle spalle la propria stagione, che non è climatica solamente, ma intrisa della propria storia, fatta di cielo e di terra, di atmosfere che racchiudono tutti per radici che vengono da lontano;: e chiedono di essere riconosciute per assicurare una fecondità ben oltre la biologica. E non solo per un credo religioso, ma per una necessità antropologica che tocca anche a chi se ne può infischiare del Natale dei cristiani, e delle loro speranze. Non è questione di presepi o di alberi addobbati a palline di vetro. È questione di felicità. Che, si sa (o si sappia) non è un singolo valore, che su qualche mercato della vita si può trovare e comprare. È una somma di valori: una somma algebrica, fatta di più e di meno, e non gli uni senza gli altri. Sottrarre il dolore, il conflitto; non viverli dal di dentro proprio per uscirne: è sottrarsi alla felicità che si coglie per attimi qui e ora, ma sarà piena (una promessa anche per i non credenti) nell’eternità della vita.  (E' un'Ape che se posa | su un bottone de rosa: | lo succhia e se ne va... | Tutto sommato, la felicità | è una piccola cosa. Trilussa). Una somma di piccole cose, che si danno a volte l’una dentro l’altra, talvolta l’una a soppiantare l’altra. Ecco: negarsi le stagioni è rifiutarsi di immergersi nella vita che è data. Come rimuovere ricordi, e melanconie e nostalgie, che tessono emozioni, terriccio fertile e fecondante per  vivere il presente? Rifiutare è seppellire uomini e circostanze che hanno dato fiato alla propria anima, in incontri che, non potendosi cancellare, si possono far fruttare nella riconoscenza. Vivere dunque la pioggia come una bellezza non minore di terra e cielo inondati dal sole; e lasciarsi affascinare da quei cieli plumbei, che apparentemente minacciosi (o forse no) si stendono fino a un’ultima striscia d’orizzonte che si sfianca in un luminoso grigio perlaceo: è non voler perdere nulla di quanto sta nella promessa della vita. Quanto sarebbe scialba una vita, e noiosa, se le sottraessi l’acqua lasciando solo il sole, lo si vede dalla stupore di chi scopre la neve, che la sua regione non gli ha mai dato. E dunque, altri cieli, altre terre? Sì, non dimenticando mai tuttavia che si porta sempre sé, con il corpo l’anima: e cioè, quella storia incominciata fin dal grembo materno; e quel desiderio d’immortalità che “nessun continente può appagare più di quanto un pizzico di farina, in bocca ad un affamato, possa saziarlo”. Questo lo avrebbe detto il santo Curato d’Ars. Che, seppure da una cultura diversa da quella che oggi viviamo, più luminosa di quella sua canonica triste, ha centrato il bersaglio. Perché l’aver vissuto una buona vita pur nella maniera diversa di ciascuno, ha chiesto ai santi di sempre un solo grande riconoscimento: vivere proiettati, assaporando tutti i giorni che ci sono dati, così come ci sono dati. Senza fughe. Tantomeno fughe all’indietro, come sta succedendo a molti che si dicono credenti, ma credono alla fin fine solo a se stessi: senza umiltà vera, che sta nell’affidarsi, creano stagioni proprie, eliminando quelle che gli stanno davanti. Quelle a cui siamo chiamati da una obbedienza che canta il Laudato sii per ogni creatura: il sole, la luna, l’acqua, l’uomo, e perfino la morte. E quella morte a sé, al proprio delirio di onnipotenza, che la vita esige ogni giorno, per dare i suoi pizzichi di felicità.  24 maggio 2016


Convivere
 - No, miei cari, la vena poetica – in scrittura di prosa – permane, e convive. Le grandi distese di campi in fiore, quel giallo dell’erba colza che la pioggia di questi giorni sta mortificando, ma non distruggendo (a questo ci penserà la falce dell’uomo tra non molto); queste distese che trovi nella bassa bergamasca, a citare i campi dipinti da mille sfumature di colori, che hai attraversato in Provenza; no, gli occhi delle emozioni ci stanno ancora: ma convivono. Una sensibilità diversa, che gli anni producono; cicatrici giovani che più si risentono col passare del tempo, e che inducono pruriti problematici. Scriveva Montaigne “grattarsi è una delle gratificazioni più grandi che ci offra la natura, e quella più a portata di mano”. Ma, aggiungeva, purtroppo il pentimento gli sta sempre alle calcagna. Perché a prurito segue prurito, fino talvolta a nuove lacerazioni.  Il convivere dell’animo poetico con la fatica della realtà, definita da una prosaicità del quotidiano, è condizione di equilibrio. Ed è di tutti, per tutti. Quando Freud e Jung saranno finalmente superati, e con loro le innumerevoli forme in cui si è sedimentato il delta della psicanalisi; quando ci si accorgerà che un padre e il Padre non si possono “uccidere” allo stesso modo; e che la storia di una vita non può essere intristita per anni da un avvolgersi su se stessi alla ricerca di colpe, distesi o no su un divano; quando, insomma, si accetterà di far convivere in sé strade intasate - e il loro fracasso di clacson - e campi ubertosi di colori e di silenzio, allora sarà pace. Non la pace del mondo - il Signore ci ha avvertito – ma la pace che assume il conflitto come creativa legge della vita. Certo, a volte nelle mie prose, cari amici che trepidate, ultimamente non compare la pennellata che rinfranca l’ottimismo del cuore: ma l’utilità del pessimismo della mente è esso stesso un cantico. Che va cantato: pena il prolungarsi di quel prurito che offusca la lucidità su quel che avviene. E avvengono cose: nel mondo, e nella Chiesa. Che finalmente un presidente americano rompa il silenzio dell’orrore nucleare, e affronti il grande spartiacque del secolo scorso, tra Occidente e Oriente, tra il prima e il dopo che fu il Vietnam; e lo faccia mettendo piede a Hiroshima, e a Ho Chi Min - la città che ha preso il nome del generale che fece fuggire la grande potenza impotente, di fronte all’orgoglio e al martirio degli abitanti delle giungle (come dimenticare quelle fiammate al fosforo, e la corsa della bimba nuda, le braccia alzate, e sulla bocca il grido che ha l’innocenza violata). Cose 
buone di un Presidente "abbronzato", accanto ad altre non riuscite per l’ottusa occlusione di una maggioranza parlamentare contraria (ma di gufi sembra ormai riempirsi la terra, e non solo di là dell’Oceano, in maniera esponenziale: gente dalla vista notturna, e mai il sole di un bene seppur limitato a trarli dai loro trespoli boschivi!). Ed è bello che Francesco non abbia paura ad esporsi continuamente, nonostante i suoi appelli siano sistematicamente inesauditi: applauditi ma non esauditi. Il fallimento del mondo non è fallimento davanti a Dio. E l’essere minoranza che difende la fragilità - sia essa di chi si straccia contro un reticolato o di chi si lacera nella propria umanità impedita - è gradito a Dio come vero sacrificio che redime. Dunque, occorre imparare a convivere. Tra quello che è, e quello che resta una evangelica utopia. Nella giornata di oggi, è previsto un voto di fiducia sulla proposta di legge delle unioni civili. Un ottimo passo avanti là dove si riconosce finalmente ad ogni persona il diritto ad essere cittadino a pieno titolo. E tuttavia, su alcune pretese di diritto - che cos'è il matrimonio? - è il diritto dei cittadini cristiani di dire la loro. Senza scomuniche, ma anche senza adeguamenti irresponsabili. Poi, che costino di più alle casse della previdenza gli accresciuti assegni di reversibilità, per i discepoli del vangelo non è argomento (lo è per i piazzaioli che si definiscono, loro, i veri cattolici; quelli che non si vergognano di proclamare che la sessualità è solo per la riproduzione: almeno ipocriti, o, secondo l'immagine evangelica, sepolcri imbiancati di vescovi e preti che non frequentano la quotidianità delle persone, e non sono afferrate dall'odore delle pecore). Dire che una riflessione antropologica dev'essere all'inizio di decisioni così forti, questo è nostro e da rivendicare. Non altro. Senza le troppe preoccupazioni per quel che sarà: imparando ogni giorno, per il giorno che è dato, dai gigli del campo.   11 maggio 2016     

 Francesco ÈMi si dice che va di moda in ambienti di sacrestia il socci-pensiero. Che è pensiero intollerante e partigiano. Non so quanto i suoi compagni di un tempo -  e di una fede che si fermava in alcuni al dito del don Gius invece che a ciò che esso indicava, il Cristo Signore obbediente non a sé – e quanti si riconoscono oggi in quel movimento, e che non si sono piegati a logiche economiche e di potere, quanti insomma si ritraggano oggi dal sopraddetto pensiero, e lo aiutino - lo curino - con l’evangelica correzione fraterna. Aveva cominciato il nostro denigrando il cardinal Martini, definendolo non cattolico: e solo perché avrebbe, a suo dire, in vita e in morte raccolto solo consensi, che non sono il quid del cristiano che o è perseguitato o non è. (Naturalmente omettendo, e questo almeno il socci-pensiero non può dimenticare, proprio l’opposizione feroce del suo movimento - che si espresse allora pubblicamente con una signorina comunion-liberazion-leghista che sarebbe diventata presidente della camera dei deputati, prima di trasformarsi in personaggio del trash televisivo, a look metallaro; oltre che in un penoso boicottaggio dei propri aderenti alle convocazioni in duomo presiedute dal cardinale). Malafede o cecità? disturbi psicologici? o calcoli di sopravvivenza narcisista? o meschini conti di chi tiene famiglia? (Domande lecite, e proprio nell’ambito della carità: personaggi così non vanno forse aiutati a guardarsi in uno specchio che non gli rimandi una falsa immagine di sé, che gli fa dunque produrre insensatezze?). E infatti da subito intenta una campagna contro papa Francesco fatta della stessa pasta, proclamandolo non papa. Perché? Perché, lui giornalista, nel conclave c’era: probabilmente nelle pieghe purpuree di quei quattro o cinque cardinali che gli stanno facendo da suggeritori e da stampella. E dunque (sentite, sentite) per una scheda non decifrata il Conclave sarebbe invalido e invalido il papa che ne è uscito. Ma è un antipapa soprattutto perché (e sono solo le ultime polveri): 1. “Con l' Esortazione apostolica Amoris laetitia Bergoglio ribalta il magistero della Chiesa, ponendosi al di sopra delle parole di Cristo e dei comandamenti di Dio”. 2. “Alla fine la Chiesa sarà spinta a sciogliersi in una sorta di Onu delle religioni con un tocco di Greenpeace e uno di Cgil”. 3. “Bergoglio istituisce i peccati sociali (o socialisti). Quindi, par di capire, dovrebbe guardarsi dal ricevere l'eucaristia chi non condivide le sue idee sull'immigrazione”. Dalla seconda e terza proposizione, si capisce l'ottusa sponda del socci-pensiero. Anche se lo scrivere su quel giornale che ha di mira il sostentamento di chi sta bene e il rifiuto di chi può disturbare con una presenza impropria, non avrebbe bisogno di molte sottolineature - ma può un cristiano non stare dalla parte dei poveri? è questo che dicono le parole di Cristo e i comandamenti di Dio? (domande ovvie, da vergognarsi nel doverle ricordare). Ma la prima proposizione è di una deficienza assoluta: la buona notizia del vangelo ingessata e ridotta a un corano-cristiano. Non più l’amorevolezza di un Dio che abbraccia l'uomo che si fa, che si scopre sempre nuovo, ma l’inflessibilità di una parola che produrrebbe fatāwā inconciliabili con lo Spirito Santo di Dio operante in ogni tempo (in ogni tempo!, caro socci-pensiero, o non è più Pentecoste?). Quel che dovrebbe preoccupare i vescovi è non badare al perché queste letture fatte idee circolino tra preti e diaconi (e tra qualche loro fratello vescovo); e ricadano così sul popolo di Dio, che è santo sì, ma anche tanto fragile. E di quella fragilità che ama tanto un duce politico quanto un papa sovrano, fatto ritornare alla tiara dei poteri totali, quelli che violano la responsabile coscienza di ciascuno. È triste non vedere i segni dei tempi, quelli a cui chiamava papa Giovanni nell’indizione di un Concilio: che mantenesse la Tradizione ma rivedendo quelle tradizioni incrostate, che non sanno più parlare all’uomo che oggi è. Il socci-pensiero parla: fossi lombrosiano, direi che il suo viso dovrebbe da solo pre-allarmare, con quegli occhietti troppo stretti e dunque incapaci di uno sguardo ampio, lo sguardo della misericordia appunto. Ma per grazia di Dio, attorno ci stanno molti occhi grandi: accorgiamoci di quelli, e abbandoniamo le opere del diavolo (ci è stato o no insegnato, caro socci-pensiero, che il meglio lavorio del demonio, in cui tu pur fortemente credi, è quello di nascondersi dentro le frattaglie delle teorie negando l’incarnazione del Verbo?).     


 Nuvole, neppure gravide di pioggia – che già sarebbe liberatorio - appesantiscono questo tempo di Pasqua, il clima di una stagione che da noi coincide con la primavera: margheritine che spuntano nei prati, danzando con il giallo dei fiori di cicoria; e cieli azzurri solcati da quei nembi bianchi che fanno la gioia di chi guarda la profondità del cielo dal basso della terra. Invece ci tocca una stagione, civile ed ecclesiale, che ha il grigio di questo cielo pallido. Se tento di percorrerne i motivi, da un po’ di scritti in qua, non è che sia preso da smanie luterane, nella vigilia dei cinquecento anni dalla Riforma. E dunque non penso a chiese parallele a quella romana (cosa su cui amici lettori mi stanno interrogando), quando impallino certe vetustà che la annebbiano, quando per certo non la infangano. Così come chiaramente non mi allineo a “quelli che tutti gli altri paesi” sono sempre meglio del nostro, quando – e quanto impropriamente lo si può vedere anche senza il collirio dell'intransigenza – quando si vuol solo tirare la giacchetta alla storia e alla vita, e tirarla sulle proprie voglie in barba alla obiettività. Perché, come sempre, il vero grande conflitto è tra verità e menzogna, da Pilato in giù. Tra la verità che stirerebbe  le pieghe dentro cui ci si nasconde, e la menzogna che invece provoca disagi e sofferenze, se non disastri sia dentro la Chiesa sia nella società civile. I care, mi sta a cuore, e profondamente, che si esca da questa palude, che riflette il plumbeo di un cielo terreno. “Ecco l'unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinfacciargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza”. La mediocrità: ho sentito molto familiare alle mie idee don Milani, fin da subito, quando di nascosto ho avuto quel suo Esperienze pastorali, libro non all’Indice ma ritirato dal commercio per sospetto di lesa maestà dei canoni ecclesiastici del tempo; e avuto da un amico libraio che, sottobanco, soddisfaceva le mie curiosità di seminarista già in poco odore di santità. Della santità da canonizzazione: fedeli nei secoli come i carabinieri?! Ma di quale fedeltà si parla? Di quale fedeltà si deve parlare? Quella di chi è ministro per il bene comune, e poi, pur di tenersi stretto l’amato, quasi marito, combina pasticci?; o del cardinale che si difende, 
al modo d’asilo d’infanzia, e dunque “non solo io” ma altri trenta hanno appartamenti sovradimensionati? E poter dire che il Giubileo non sta funzionando proprio là dove, per una esemplarità, ci si aspetterebbe incidesse di più: dirlo è così irrispettoso? o è invece doveroso? È tempo di deporre le vesti che coprono il vuoto, vesti dell'inganno: lo dice Isaia a chiunque oggi afferma errori intorno al Signore rintanandosi nelle paure di chi non sa osare la liberazione evangelica; ma lo dice, se lo si vuol ascoltare, anche ai tanti politici che macchinano scelleratezze con parole menzognere, se non si vuole che i palazzi del potere, ecclesiastico e civile, siano abbandonati da Lui che solo ne è il fondamento. La scelta di strade le quali non siano tortuose ma vadano subito al cuore del problema; non girando attorno alla fede, ma mettendola al centro: così si salva l’uomo, così si educa un adolescente. Anni cinquanta, non c’era il Grest, ma il suo antenato - il biliardino - e c’era in tutte le parrocchie. Risultato? l’antivangelo che viviamo nelle nostre stesse comunità, in chi parteggia per chi tira su i muri. Non perdete tempo con quelle cose, voi dedicatevi a quanto vi è stato consegnato: mettetevi a capo, e al fianco, della via; e dentro, a vita che conduce. Lo diceva ormai settant’anni fa il prete di Barbiana. Stare qui a ripeterlo oggi ci tocca, anche se amareggia per tutto il tempo perduto. E che ancora si sta perdendo. 8 aprile 2016


Liquidità - E non solo a Natale si parli del bene che è “stare” in famiglia. Anche nei giorni di Pasqua. Direi soprattutto a Pasqua, quando invece l’invito è quello dell’andare con chi si vuole: magari il Venerdì Santo il giorno del dolore che non è solo cristiano? e soprattutto oggi in cui il Calvario è Idomene, e il cimitero è il Mediterraneo. Indiscutibile, chi non crede lo può. Ma se si vive gomito a gomito? Uscendo di casa? Gli uni verso la croce, gli altri verso le discoteche, periferie delle dissonanze? Uno “stare” in famiglia che non è tanto lo stare fisico, ma lo stare affettivo. Una compagnia che conduce. Quella a cui si chiede ai preti di non avere: pur dandogli come statuto di vivere nel mondo, e non in un convento e tanto meno in un monastero. È vero: si dice che per un prete la sua famiglia è la parrocchia in cui vive la sua obbedienza. È vero; ma di una famiglia liquida, si parla: inafferrabile come l’acqua, che ti bagna ma non si ferma su di te. A meno che non ci si tuffi, cosa che non è di tutti i preti, preferendo alcuni star fuori dal gran secchio, magari a rimirare se stessi. Chi si tuffa è avvolto: sente su di sé il fluttuare carezzevole o turbolento, modifica egli stesso l’onda con i suoi movimenti, se ne sente parte. Ma quell’acqua resta estranea, appunto è liquida, non è carne e sangue. Con l’aggravante che ti è data ad tempus. La mia vana battaglia in Sinodo diocesano perché non si scrivesse la regola dei nove anni di mandato per un parroco, mi si rivela col passare del tempo sempre più giusta. E perché è inumano comunque rinserrare in norme di tempo una familiarità, e perché è antiecclesiale non lasciare al nutum episcopi lo sguardo di servizio da richiedere. E poi: ogni uscita da quell’acqua è pur sempre dolorosa, persino quando (per usare un’espressione senz’altro dura, abolita nel nuovo codice di diritto canonico e non perché non possa esserci, ma per una presunzione ipocrita che non possa avvenire!) persino quando si è chiamati fuori per odium plebis, perché, ad esempio, il popolo di Dio non ne può più di una guida da padre-padrone, o per una cattiva amministrazione (ché, per “lapidarsi” in un monumento che duri nei secoli, un prete incarta una comunità in debiti che impediscono persino di cambiare un coppo per trent’anni). Ed è lacerante, seppure in maniera diversa per la diversa "immersione" attuata: ogni volta è chiesto ad un prete di andare verso una terra che non conosce, come Abramo (e forse non come Abramo, ma, canta Bob Dylan, “viene giù la tristezza come una grandine, lasciando una traccia viscida”); e magari senza accompagnarlo con un autorevole avvertimento di conoscere quella terra prima di mettersi a piantumare secondo sé. Proprio perché la liquidità di quella famiglia non lo affoghi, sottraendo a sé il bene di un incontro che “riscontri”. Ma, come si usa dire, il problema sta alla fonte. Preti che si ritrovano in una promessa di celibato che con l’andare degli anni non trovano vera per sé - pur sentendosi capaci di poter dire agli uomini un servizio di Cristo nel ministero ordinato - non pone oggi la determinazione ad affrontarlo il tema di una ristrutturazione delle modalità pastorali, non più legate a forme dissonanti da un’antropologia finalmente riconosciuta in significati nuovi? e una antropologia anche del "popolo di Dio", che tocca pure l’humus profondo dell’uomo che il prete è? Una compagnia propria, fatta di carne e sangue, non renderebbe anche quella familiarità liquida di una parrocchia qualcosa di meno fatigante? Senza nulla togliere alla esemplarità di una comunità costruita più determinatamente attorno al Cristo, ma anzi togliendo una sacralità dei mediatori, che essa sì distoglie dal Cristo venuto a liberare l’umanità da schiavitù sempre ricorrenti. Se si vuole, come si vuole, che nella Chiesa si cambi, occorre partire dalla fonte; lì stanno problemi irrisolti, che minano alla radice la leggerezza del Vangelo. Accanto agli altri, questo del ministero ordinato, che finalmente si liberi da quelle improprie idee di puro-impuro che minano l’appropriatezza della prima beatitudine. 31 marzo 2016  


a Pasqua -
 Per fortuna a Pasqua siamo tenuti a non fingerci buoni come a Natale. Ma per sfortuna a Pasqua non ci siamo tenuti a quella rivoluzione che essa ha comportato. Che l’essere  buoni è costitutivo dell’essere discepoli per tutta la vita. E in un tempo nel quale si scambia la bontà per il buonismo, la tentazione è quella di sentirsi a posto, non essendo buoni: cioè capaci di altruismo, capaci di aderenza a quell’umano che ci fa immagine di Dio. C’è un termine che ho imparato da poco. Ed è un sostantivo tedesco che suona così: Schadenfreude, che si può tradurre come "piacere provocato dalla sfortuna" (altrui). Un sentimento molto diffuso tra i tifosi del calcio; godere quando perde la squadra avversaria: se perde la corsa alla coppa, se perde lo scudetto. Anche se la propria maglia non è in competizione. Soprattutto se la squadra avversaria è una che vince troppo. Insomma l’invidia arrocca sulla propria mediocrità. Ma non solo tra tifosi: anche tra i politici il sentimento della rivalità rende ciechi. E tra i credenti pure: non ha mai avuto sorte favorevole, dall’Antico testamento al Nuovo – da Giobbe a Gesù - chi ha una vita di profezia: e cioè di annuncio di un diverso modo di porsi di fronte al mondo. Calunniati, emarginati, e qualche volta, sì, fatti risorgere ma da morti. “I pensieri sono i peggiori nemici della panza”, direbbe a proposito il Montalbano di Camilleri. Pensare in maniera diversa le relazioni, e il prossimo; pensare in maniera buona il bello che la resurrezione di Cristo ha proposto, certo a partire dalla sua incarnazione, non rientra negli schemi ottusi di tanti cristiani. Comunione? Certo. Ma liberandoci da quali incrostazioni che rendono oggi insignificante il Vangelo? Insignificante per il vissuto di chi va in chiesa, e dunque insignificante per chi non ci va. L’orgoglio di essere cristiani qualcuno lo declina in un arroccamento su forme tradizionali, che nulla hanno a che vedere con la Tradizione degli apostoli e dei padri della Chiesa. E’ stato detto da persone più grandi di me, che “nei grandi passaggi della storia” - e questo che viviamo lo è – “gli uomini e le donne del Vangelo hanno aperto una strada nuova per i credenti. E, indirettamente, hanno contribuito alla nascita 
di un nuovo mondo. Sono stati, cioè, epoch-making, partecipando alla chiusura di un’epoca e all’apertura di un’altra”. Ci si è messo Benedetto e i suoi monaci, a delineare il bene della compagnia umana che sa amare la terra per offrirla a tutti; e Gregorio VII al passaggio del primo millennio, mettendosi alla testa delle forze che stavano modellando una nuova Europa cristiana, al servizio della fede e della giustizia; e Francesco d’Assisi, a ricordare la povertà di cui siamo intrisi in corpo e mente, per non inseguire la stoltezza di una chiesa che insegue la ricchezza del mondo, in oro e in potere. Anche oggi, questo mondo caotico per tecnologie che penetrano nazioni e continenti, rende visibile l’ingiustizia della terra; ingiustizia di fame e di guerra che richiama popoli in migrazioni tragiche: anche oggi questo mondo chiede che si esca dalla pancia delle paure per entrare nel pensiero dell’accoglienza. La storia sta andando decisamente in un’altra direzione: ce ne vogliamo accorgere? per essere fedeli al vangelo della misericordia? Vogliamo sconfiggere, certo con le armi della tenera fortezza, quelli che ci vogliono male, solo perché il vangelo che ci è stato consegnato dice un di più che disturba? Il boccone che Gesù diede a Giuda nella cena ultima lo dà anche in questa Pasqua ai cristiani che la celebrano: un boccone di grazia? o di nuova disgrazia?  22 marzo 2016


Tre anni fadue interventi che facciamo nostri, per non essere né papisti, né, tantopiù, antonsocciani_ «Fratelli e sorelle, buonasera!». Così si presentò al mondo Jorge Mario Bergoglio in quella sera di tre anni fa, il 13 marzo 2013, quando si affacciò vestito di bianco dalla loggia di San Pietro, dopo essere stato eletto papa dal Conclave successivo alla rinuncia di Benedetto XVI. In questo triennio il primo papa col nome Francesco, il primo gesuita e il primo latinoamericano, ha compiuto e realizzato 12 viaggi all’estero per un totale di 20 Paesi visitati, 11 visite in Italia, 168 Angelus e 124 udienze generali, 2 encicliche, 15 costituzioni, un’esortazione apostolica - «Evangelii gaudium» - che rappresenta la linea-guida del pontificato, un’altra in arrivo fra pochi giorni dedicata alla famiglia; e poi, 153 messaggi, 130 lettere, 180 omelie pubbliche, 628 discorsi, 382 meditazioni durante le messe a Santa Marta, una delle novità simbolo del papato di Bergoglio. Inoltre, un libro intervista, con Andrea Tornielli, coordinatore di Vatican Insider oltre che vaticanista del quotidiano La Stampa. I principali “cantieri aperti” sono tre: la riforma del sistema economico-finanziario vaticano, quella della Curia, e la riorganizzazione del sistema mediatico d’Oltretevere. Con una certezza: il sostegno della gente, dei fedeli e dei non credenti, che sentono questo Papa dal linguaggio semplice e profondo e dai gesti significativi, che chiede ponti e non muri, un papa vicino, soprattutto a chi soffre (di Domenico Agasso jr e Pablo Lombó).

Commenti, articoli commemorativi, tentativi di bilancio: il terzo anniversario dell’elezione di Papa Francesco è stato oggetto di riflessioni varie. Con una caratteristica: il consolidarsi di due categorie. Su fronti contrapposti ma con lo stesso giudizio di delusione. Da una parte, i critici dal fronte tradizional-conservatore. I quali riducono un po’ ossessivamente il magistero del Papa ad alcune mezze frasi contenute in qualche intervista vera o presunta. Questi commentatori censurano quanto Francesco dice e insegna quotidianamente, e ripetono invece in continuazione quelle due o tre mezze frasi «da intervista» cercando di affermare che il Papa cambia la «dottrina». Dall’altra parte ci sono i critici dal fronte progressista-riformista. I quali si aspettavano dal Papa argentino le riforme e i cambiamenti dottrinali ormai da lungo tempo ribaditi nella loro agenda. E ora si dicono delusi perché questi cambiamenti non sono avvenuti. Per i critici del primo tipo, Francesco è un rivoluzionario che rompe con la tradizione dei predecessori. Per i critici del secondo tipo, è un conservatore che si è presentato sotto le mentite spoglie del progressista. A queste due categorie sono da aggiungere coloro che riducono il pontificato di Francesco e il suo magistero a slogan. Come se per vivere la «conversione pastorale» e la «riforma dei cuori» proposta dal Papa bastasse soltanto cambiare alcune parole d’ordine. I critici da fronti opposti, come pure gli ermeneuti dello slogan, finiscono così per non fare veramente i conti con la testimonianza talvolta spiazzante di Francesco. Un Papa che attira quanti non si sentono a posto, gli irregolari, coloro che sono in ricerca, quelli che non sanno già tutto o che non hanno già chiuso tutto nei propri schemi e pregiudizi (di Andrea Tornielli). 15 marzo 2016


 Anamnesi.2.bisSparito. E poiché quando pubblico quello è, senza archivi ulteriori, mi sono trovato appunto tutto sparito. E irrecuperabile, secondo gli esperti. Di ogni cosa creata si diventa gelosi, che sia o no un figlio ben riuscito (ma le cronache di oggi dicono che un figlio è comunque ben riuscito - anche se occorre spostarsi in California, avere un conto che ti permetta centinaia di migliaia di dollari, trovare una donna che sia disposta a generare da non si sa bene quale seme per poi darlo a te un figlio che tanto desideri da passar sopra a idee di cui pure sei alfiere: il corpo della donna, l’uguaglianza economica, il dono dei figli che non è mai un diritto per una coppia, né etero né omo: alla faccia dei padri ispiratori del sole dell'avvenire). Ma torniamo a noi: anche se, per il raccontarci i sintomi delle malattie di cui soffriamo, quella parentesi ci sta bene. Dunque: si sa che quando un figlio è fatto, è fatta: i capelli rossi non glieli cambi più, e i denti alla castoro forse, ma molto forse, qualche odontoiatra di un po’ glieli stenderà. Ma, a differenza di un figlio, lo scritto che ti è uscito di botto, bello o imperfetto, generato dall’impellenza del momento che crea immagini, quello non lo puoi ridire più: irripetibile. Ti resta la sensazione che era giusto, per forma e per sostanza; te ne resta il sentore, ma, appunto, come effluvio che svanisce mentre lo vorresti afferrare. (Il mio professore di liceo, consegnandomi i temi, puntigliosamente mi dava in custodia ogni volta che non dovevo accontentarmi, perché il meglio è oltre sempre: buona massima che vi aiuta a prendere con un grano di ironia le righe precedenti – e anche quelle seguenti!?). Quindi, avevo scritto molte cose, e ne ricordo solo alcune che giravano attorno a questo filo: ci sono predicatori dell’apparenza, nella società civile e nella chiesa; e finché quei virus rimangono, la malattia non guarisce. Di una ovvietà lapalissiana. Eppure non è così ovvio per tutti: tanto da farmi sospettare che l’hacker distruttore avesse un mandante. Chi? Nella chiesa o altrove? Capisco che questa vi può risultare una presunzione senza merito. Ma poiché i rilievi del nostro sito dicono che abbiamo clientes che toccano Roma, e oltre, e sapendo che  a Roma ci sono i Palazzi... vanità delle vanità? Ma va’! occorre giocare un po’ quando si ha un ginocchio sbucciato: bambini restiamo sempre, tutti, e di più in certi momenti. Ma che cosa ci poteva essere di così eccitante? potrebbe chiedersi la vostra pur diffidente curiosità (diffidente se non state leggendo vedendoci quel po' di autoironia del pezzo). Una cosa la ricordo: 
chiedevo che fosse riparato presto quello sbaglio di generosità di papa Giovanni, che ha statuito che fossero fatti vescovi impiegati, per quanto di rango, degli uffici vaticani; chiedevo che si ponesse fine allo scandalo di un episcopato inteso come decorazione, e non come consacrazione per una chiesa. Senza la quale non c’è neppure un vescovo. E, ad modum exempli, dicevo che non avvenisse più che i papi nominassero vescovi i loro segretari ancora in funzione di camerieri. Successori degli Apostoli, dice la dottrina. Non manichini per vestiti demodés, a colorare (di potere?) le celebrazioni papali. Anche in prospettiva ecumenica: la chiesa che si dà al mondo come una grande organizzazione, rovesciando la piramide fondata sul servizio di Pietro, non è una chiesa che può prepararsi all’unità. C’è un’immagine cattolica che non dà scandalo solo nelle perversioni pedofile di alcuni suoi membri: lo dà soprattutto e innanzitutto offuscando la sobrietà del Crocifisso, che si diede nudo alla salvezza di ogni uomo. Non è ovvio. Come non è ovvio, e qui ricordo più brevemente: che in politica stiano riciclandosi personaggi che dovrebbero accontentarsi  delle laute prebende con cui sono stati allontanati: o dal voto o dai tribunali; e sul dire di nani e ballerine che è il nostro cattolicesimo italiano, la nostra vicinanza al vaticano, a tenerci retrogradi rispetto ad altri paesi. Paesi considerati civili solo se propongono quanto piace a sé, e non in quello per cui ci condannerebbero nelle nostre pretese senza razionale fondamento. Le loro ipocrisie - e cito per tutti ... anzi non cito per lasciare aperto a voi il  penoso gioco - e le loro incongruenze, di politici, di giornalisti e di preti che si piccano da assistenti mediatici, gridano vendetta all’intelligenza di Dio. Ma anche gridano a noi che non soccorriamo la loro ignoranza, accontentandoci di guardare e passar oltre. Non è più tempo di passar oltre: i muri, che tanti politici nostrani inneggiano, dicono non solo ignoranza ma la pervicacia del male assoluto: quello dell’io e loro. Quello di un populismo che scardina, e che si ripropone, seppur ipocritamente nascosto, come ritorno del razzismo. Potrebbe dunque esserci già la diagnosi: ignoranza del Cristo e dell’uomo. 29 febbraio 2016

.1, anamnesi – Levar di furore soprattutto da sinistra (da destra no: perché?), al dire di un vescovo, e neppure in cattedra e fuor di microfoni ufficiali, di una preferenza al voto di coscienza sulla difficile proposta all’esame del Senato. Voto di coscienza che non può essere a comando di partito: e dunque si ”auspica” sia segreto. Ovvio, no? Ma: può, deve, o no?, un vescovo dire la sua? -È cittadino italiano. -Ma è, lui, in una posizione che lo qualifica come portavoce della Chiesa in Italia. Lo stracciarsi le vesti è l’atto di ipocrisia che più impudico non si può. Un gran levare di polverone, un andar via comunque per la propria strada, nascondendosi dietro l’intangibilità del Parlamento. Che intangibile è, ci mancherebbe, ma come istituzione: come persone? [ Il Senato romano ha pugnalato Cesare per mano del suo figlioccio; e a leggere certi volgari fricchettii di attuali senatori (qualcuno più di altri, con l’aggravante sospetta di essere romano di Roma: discendente dai lombi del Tu quoque?) a leggerli, c’è da scommettere che non ci si è ancora lavata la toga ]. Un episodio che rivela un malessere mai risolto: state notando l’uso di cattolico nei media? sulla bocca di opinionisti mestieranti, presi dalla cronaca grigio-rosa, o da una certa suburra di attorucoli senza più chiamate, o da giornalisti in cerca di rilancio? Cattolico per dire retrogrado: non un pensare altrui che interroga, ma un sasso da gettare in stagno. Una rinuncia a usare l’intelligenza, che si ritorce. Non un chiedere lumi, ma una pervicace idea di progresso: che non è andar comunque avanti, se davanti ci può essere un burrone. E, in campo avverso ma parificabile (ricordate gli opposti si attraggono degli anni settanta in pieno terrorismo?), quelli che vanno su un palco da cattolici (cattolici a proprio dire): a proclamare che non siamo stati creati per il piacere ma solo per la riproduzione (oh la bellezza creatrice di Dio come poteva non fremere nel cielo di Roma?!; e si avvertissero finalmente quelli che ancora non hanno voluto capire la pericolosità cristiana di certi movimenti catecumenali pur benedetti da papi, non sempre pure essi ben illuminati, seppur canonizzati); e, aggiungendo in peggioramento, a spiegare che una legge così non deve passare, sennò le casse statali dell’assegno di reversibilità ci manderebbe al fallimento: alla faccia dei principi cattolici su cui ci si è radunati (e lì atei devoti mischiati a tradizionalisti, transfughi di partito ma sempre più verso i fascio-cattolici).         È tempo ormai di esigere una guarigione: magari non definitiva, ma accettabile per una qualità della vita, sociale ed ecclesiastica. Ma occorre accettarne le tappe: anamnesi, diagnosi, prognosi, terapia. A partire dalla prima, l’anamnesi appunto: il raccontarci quel che è, i sintomi del malessere che è innegabile. Scandali e piccinerie, ipocrisie e arrivismi, presunzioni e  arroganze. Un mondo raccontato non secondo interessi di parte, come avviene. Ma com’è; avendo l'unica paura che rimandando la verità della descrizione il male peggiori: perché inevitabilmente peggiora. Quanto la Politica – i politici – deve smettere di rincorrere comunque la protesta per rincorrere la verità, anche se impopolare; tanto la Chiesa deve guardare finalmente nelle pieghe di comandamenti che non hanno avuto mai la definizione di dogmi: per assumerli e correggerli, per farli diventare cristiani, e dunque umani, secondo l’Incarnazione del Figlio. Siamo nel tempo giusto, con un papa che sta facendo rientrare l’essere cattolici nell’essere cristiani. Non più in opposizione a ortodossi e protestanti a stracciare la veste di Cristo: quella veste senza cuciture, tutta d’un pezzo, e tuttavia tessuta con fili diversi, intrecciati al punto di non poterli sconnettere. Cristiani che imparano da altri cristiani, che rispettano altri cristiani che in fatto di umanità hanno visioni diverse. E allora non ci sarà più né schiavo né libero, né uomo né donna, né... Un’unica Chiesa nell’unione delle diversità: esemplare per il riconoscimento sapiente dei veri diritti di tutti nella società umana. Descriviamoci, raccontiamoci, è il primo passo nella misericordia della verità che guarisce.  13 febbraio 2016


civile?
- Quando si sente qualcosa che non va, e ti si dice fatti vedere da un medico, per quasi tutti è panico: e se poi mi trova qualcosa? Come se l’andare dal medico faccia nascere la malattia invece che semplicemente riconoscerla. E dunque dare l’avvio a un rimedio. Che, il rimedio, si avvale di quattro parole greche: anamnesi, diagnosi, prognosi, terapia. Sono talmente entrate nel quotidiano, che possiamo sentirci quasi padroni di quella lingua, manco l’avessimo studiata. Ma sono parole che dicono una responsabilità: intanto il farsi raccontare i sintomi, quel che avviene oggi rispetto ad ieri, perché la raccolta dei dati delimiti il campo. Poi si fa diagnosi, si dà un nome a quel che si ha: grave o no, sapendo quel che ci capita, se si ha ancora un fil di senno, non ci si fida più del suggerimento  dell’amica sul quale si è ritardato il presentarsi dal medico: sai, usa questo, a me ha fatto bene! E sulle domande cruciali: ma ne esco? quando? la previsione è più facile in certi mali, molto meno per altri; senza contare che  la disarticolazione di un calciatore e quella di suo nonno non hanno lo stesso percorso dello sperato eventuale recupero (e non solo perché il calciatore ha a sua disposizione fior di esperti rispetto ai nonni di medio censo e di altra età...): ed è la prognosi. Avendo il quadro, avendo il nome, avendo una letteratura - quella studiata e quella sperimentata - il medico fissa una terapia: tot tagli, tot pillole, tot convalescenza (e/o tot rassegnazione). In campo sanitario così si fa nei paesi detti per antonomasia civili, e cioè quelli del primo mondo (molto meno, ma per le ovvie ragioni che in salute si dipende dai soldi, nei paesi ugualmente civili ma in sottosviluppo). Ed è a proposito di quell’aggettivo – civile – così mal usato e così abusato quando pare e piace, che io credo che una buona applicazione della prassi medica dovrebbe essere di rigore nei campi del vissuto politico ed ecclesiale. Quando mai ci si racconta la verità dei sintomi? E quando si dà un nome a quel che accade, o quando ci si mette lì a darsi dei tempi giusti, oltre che interventi utili? Si fanno un mucchio di convegni, si prendono teologi di qua opposti a quelli di là, si fabbricano santini su figure che han detto, han fatto: ma da cui soccorre buon senno staccarsi, per il solo fatto che non vivono più adesso (mi chiedo quanto rimanga utile proporre la figura 
del santo d'Ars - che confessava molto, che mangiava patate, che passava la notte - per digiuno? - a lottare con Satana - a presbiteri che vivono in altro mondo, con altri uomini, con vissuti altri). Parole, parole, parole. Nella Chiesa, soprattutto i preti sono sommersi dalle parole, tanto che poi ne perdono il segno: e quello biblico e quello esperienziale. Ma dico della società in cui siamo: ci si avvolge attorno a quell’aggettivo per infagottarsi dentro scelte ideologiche invece che antropologiche. Loro civili, e gli altri oscurantisti? Loro civili come gli svedesi, dicono, quando gli svedesi stessi non credono più alla fallimentare forma di civiltà nella quale sono stati e sono allevati. Si leggessero, certi politicanti e giornalisti al seguito, qualcosa della letteratura nordica, oltre alle veline dei loro consimili. Si disimparasse finalmente, e dunque, a usare il termine civile: lo si sta facendo diventare fatuo. Si usi il termine umano. E finalmente dagli uni e dagli altri si resterebbe aperti a quel mistero dell’uomo che in nessun tempo mai sarà dato di definire una volta per sempre. “Servito­re di tutti” dice Gesù, senza limiti di gruppo, di famiglia, di etnìa; senza il limite del chi sei tu o chi non sei. Senza la rigidità che impedisce il riconoscere l’altro in quanto altro. Civili? O semplicemente e il più possibile profondamente rispettosi? Così si serve, si ama, il prossimo. Post Scriptum: Fermo restando che il Curato d'ars è santo: ma la sua figura, tolta dal tempo, è diventata, e lo si riconosca, una figurina da segnabreviario: se ne avvertano quanti amano la fabbrica dei santini. Ecclesiastici soprattutto, ma non solo.      5 febbraio 2016


 Nuovo? - Venti giorni per vedere se l’anno nuovo portava quel nuovo che tutti si sono augurati (tutti? quelli della nottata san Silvestro tra stelle filanti e ubriacature da spumante). Perché è vero che il tempo è tutto attaccato, ma uno spera che a volte si spacchi un po’, tanto da lasciar spazio a crepre da cui fiorisca il meglio desiderato. E sono qui a raccogliere alcune notizie. Varie tra loro, ma che compongono il puzzle di sempre. A mio parere. E dunque: il boom di Zalone e Volo. Supportati da una gratuita diffusa pubblicità, soprattutto da quei guru da weekend che ormai presiedono le menti italiane (le menti, e non solo le pance), hanno sfondato record di incassi ai botteghini dei cinema o alle casse delle librerie. In questo tunnel di tristezze civiche in cui abitiamo da anni, una voglia di leggerezza, voglia di ridere, si è scritto da scrivani pensatori. [Se non fosse, nel caso del film di Zalone, che si è anche un po’ manipolato - come i sondaggi elettorali che dicono tanti per accalappiarne di più (della serie, saltare sul carro dei vincenti). Eh sì: perché se il record si è basato sui soldi incassati, perché non si è scritto che un biglietto del film, nella catena di sale che ne avevano  monopolio (come mi assicura un amico che se lo è sentito spiegare dalla cassiera alla richiesta di euro undici) è stato maggiorato proprio per quel film del 30 per cento?]. Furbizie italiane? Quelle che ci descrivono come il popolo più fantasioso, costruito su poeti navigatori, e santi per l’inferno? E pure, su un altro fronte: la Sindaco di Quarto, che si dimette piangendo, dopo avere invano chiesto al partito dei duri e puri di aiutarla contro la camorra? E quel Pietro Maso, di cui si sperava come per altri una redenzione dall’omicidio dei genitori, che viene di nuovo imputato di estorsione a carico delle sorelle, per denaro, sempre il maledetto denaro – e dopo una recente intervista in cui si diceva assolto da una telefonata di papa Francesco? E papa Francesco, che nella versione crozzesca portava quel frigo da solo, con prelati e gente della moda e papa-boys a inneggiare, ma guardandosi bene dal condividerne il fardello; papa Francesco che sempre più è di tutti, perché piace per come dice e non per cosa dice, sennò finalmente la misericordia prenderebbe strade vere ma scomode? E quei fanatici che si dicono dell'Islam: radono al suolo il più antico monastero cristiano in Iraq, credendo una volta di più che distruggendo la bellezza si inaridisca la fede in un Dio così altro da loro, e si possa spegnere negli uomini quella speranza che ha alimentato la loro sete di bellezza? E la battaglia per la nuova legge sui diritti civili, che vede contrapposti valori cattolici a quelli laici, come se non vi fossero semplicemente valori umani su cui intendersi; e innescando così una guerra pari a quelle già vissute su aborto e divorzio? E, forse più banalmente ma non meno realisticamente in un mondo che di soldi vive, borse che van giù, al seguito del petrolio che precipita, mentre la benzina resta ai piani alti? E tanto altro, ugualmente dissonante, in questi venti giorni di inizio di un nuovo anno. Notizie vecchie, e non della vecchiezza che fa buono un vino. “Non si mette vino nuovo in otri vecchi ma vino nuovo in otri nuovi”(Mt 9,17). Già detto: finché non si rinnova l’uomo, le cose umane confermeranno il tempo degli uomini: tutto attaccato, finché il cuore non cambia. Ma, nell’alba secca di questo mattino di gennaio, risuona una volta di più l’unica certezza consegnata: Io faccio nuove tutte le cose. Una promessa d’Apocalisse, una promessa da ultime cose, ma che già possono esplodere oggi. Se Glielo permettiamo.         21 gennaio 2016.


L'ultimo - Mi si è sentito dire, e più volte, che il tempo è tutto attaccato: oggi è giovedì, domani è venerdì. E non cambia il disegno dei giorni, in barba a tutti gli oroscopi che vogliono l’anno che entra diverso – in meglio o in peggio – dell’anno che va. Ed è così, se non si lascia che l’abbaglio del cenone di san Silvestro offuschi la realtà: il tentativo di arrestare il corso del tempo, che ha richiesto a Proust ben sette volumi (ed io, in buona compagnia di tanti altri, mi sono fermato molto prima – e dunque ne dico per quei compendi che facilitano letture impossibili!). Ma, e c’è un ma come in tutte le cose: ma del tempo scomparso, del ricordo, della rievocazione nostalgica del passato perduto, un giorno come questo quasi inevitabilmente ti chiede conto. C’è un tempo perduto: e non perché sprecato, ma vissuto in quella maniera non piena di cui t’accorgi solo quando non lo si possiede più. E qualcosa è perso, con i qualcuno che si sono persi; e con le occasioni non meglio praticate, e con i fallimenti e gli abbandoni subiti. Ed è qualcosa che non torna più. Un tempo che scorre troppo veloce, che non si riesce a “prendere in mano”. Anche i più dotati di sé ritrovano nella bassa autostima le occasioni mancate; e nelle fragilità non riconosciute il perché di relazioni naufragate. Ed è così che salti al settimo volume dell’autore parigino: per sapere come avere il tempo ritrovato. E gli devi dar ragione: ritrovato attraverso la memoria. E in giorni che finiscono, come questo nel volgere di un anno – ma tutti i giorni finiscono, svoltando in un tempo altro – la memoria che fa risalire quanto si è vissuto fa rileggere sensazioni e nostalgie, persone e situazioni, doni e latrocini. E solo nella memoria di ciò che è stato dato, e offerto, si nutre il presente: come avrebbe scritto dal carcere Gramsci, il tempo è la cosa più importante, poiché è solo un pseudonimo della vita stessa. Tuttavia, e sant’Agostino ci avverte: "Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so". Lui è perplesso; né il passato né il futuro, ma soltanto il presente realmente è. Dunque una sosta, perché no?, qua e là, all’ultimo di dicembre o in qualsiasi altro giorno: ma una sosta in tensione. Noi siamo avviati all’oltre, qui per dopo. Ma vivendo pienamente l’oggi; e non perdendosi in ciò che è stato, in quello che sarebbe potuto essere. Non è nelle nostre corde, occorre ammetterlo. M il rimpianto non aiuta l’oggi che ci è dato. Se il ricordo fa risalire il bello che si è vissuto, lo si afferri, per non perdersi nella tristezza di quanto non abbiamo saputo vivere al meglio. E se qualcuno ci aiuta, i nostri santi in cielo e qualche amico ritrovato sulla terra, è una benedizione di cui saper ringraziare. Che è poi l’azione a cui siamo invitati dalla Chiesa in questo ultimo di dicembre: grazie al Signore, e a chi ci ama nonostante noi. Così ogni ultimo diventa il primo. 31 dicembre 2015.

 


Ecologismo
– Questa irrinunciabilità allo spettacolo superfluo! La sera dell’8 dicembre e la facciata di San Pietro: un ulteriore segno di come non bastino, ad alcuni, i segni che ci sono consegnati in una solenne sobrietà, che non offuschi l’essenzialità nella improprietà del come si annuncia. Il portale spalancato dalle tre spinte del papa (a sostituire il folclore di un martello fuori tempo): a dire le mani dell’uomo chiamate a sporcarsi contro la resistenza dei muri a farsi portali d’accoglienza; l’incontro di Francesco con Benedetto, che ha fatto del suo essere il già-papa un esempio di nascondimento: a ricordarci quel “c’è tempo per ogni cosa” del libro biblico, e per tutti; e la preghiera del pomeriggio in piazza di Spagna, all’Immacolata issata su quella colonna che data due millenni: a indicare a ciascuno di quale bellezza siamo stati privati dal delirio dell’obbedienza a sé dell’uomo, creatura contro Creatore. Segni che raccontano; segni che non nascondono. Segni d’inizio di un giubileo dedicato a ricordare che il Misericordioso sta a vedere quale misericordia rinasce in chi ha creato a propria immagine e somiglianza. Ed ecco, invece, quei volatili più o meno appetibili, quel salto di tigri e di ghepardi, quegli immusoniti pesci in muta strisciata, per raccontare, ci hanno detto, l’enciclica Laudato si’. Immagini dei più bravi e conosciuti fotografi mondiali, per, hanno detto, illuminare la casa comune. Cinquantatre anni prima altre luci in quella piazza: migliaia di fiammelle appese a mani di uomini e di donne, a salutare l’inizio di un Concilio radunato per cambiare il come si dice al mondo il Vangelo. E nessun telefonino a distrarre dall’esserci, dentro e del tutto, come oggi accade persino a vescovi e preti che si autoflessciano, mentre son lì a celebrare. Altro mondo? Altra storia? Non altra però 
la tentazione di annacquare; e forte il tentativo di non lasciarsi disturbare, appunto, dall’essenzialità. Con un papa come Francesco è facile cadere in una nuova papolatria: si guarda al papa, e meno al Vangelo che predica. O lo si riduce, il papa e con lui il Vangelo, a un nuovo panteismo, che per raccogliere tutto e tutti, rinnegherebbe le differenze: della fede e delle relazioni. Alla fine, le differenze delle persone: così tradendo l’essenza di questo gesuita, che del papato fa un servizio di ripulitura della trasmissione della fede cristiana, riportando nell’oggi l’intento di papa Giovanni declamato all’apertura del Concilio: “Una cosa è infatti il «depositum Fidei», e un'altra è il modo col quale esso è enunciato però conservando lo stesso senso e la stessa sentenza”.  All’inizio dell’anno giubilare potevano risparmiarci quella scivolata in un ecologismo senza uomo: esattamente all’opposto di quanto Francesco ha invitato nella sua lettera all’Urbe e all’Orbe, chiamando a un amore per la natura, a servizio e non a dominio sull’uomo. Ma c’è chi sta ritessendo le parole alle prime pagine bibliche, datando non solo il dono ma anche il Donatore. Dicono - senza dire apertamente, ma fanno - dicono datato l’ammonimento del Signore Dio che dà all’uomo flora e fauna, perché le usi a rimodellare continuamente il creato. In bellezza, senza violenza, certo: ma non bambini posposti ad animali! E' antico detto: misericordioso è il medico senza misericordia, senza una compassione falsa, fuorviante. Questa autentica misericordia occorre al mondo. Questa la misericordia che non trasformi l'insegnamento del papa in esortazioni da buonuomo. 

10 dicembre 2015 

 Bangui – Mai sentita nominare questa capitale della Repubblica Centrafricana. E neppure, ad essere sinceri, questo stato cuore dell’Africa, così come è chiamato. O meglio, come ho imparato in questi giorni, chiamato il cuore nero dell’Africa: per una sanguinosa guerra civile che ha visto scorrere sangue a torrenti, in uno scenario fatto di sfruttamento di una terra ricchissima di cui nulla ritorna a chi la abita. Mai sentiti nominare. E forse non è solo una ignoranza geografica: è l’ignoranza della indifferenza per tutti i là che non toccano il nostro qui. Quei là che danno meno risonanza alle centinaia di giovani morti su una piazza di Turchia due mesi fa, rispetto ai centinaia di Parigi. Che non è mai una diversa morte, e neppure un diverso dolore. Ebbene là, quella misconosciuta terra africana è diventata la capitale spirituale del mondo. Là è stata spalancata la prima porta santa del giubileo della misericordia. Là, e non a Roma, per un evento che per la prima volta vedrà tante porte sante quante sono le Chiese locali. A meno che ... a meno che sia un giubileo delle periferie... già il pellegrinare sui marciapiedi dei propri abitati fa scoprire le occasioni di misericordia. E se proprio (ma perché?), se proprio qualcuno ritiene necessario centrare su Pietro e insieme dare concretamente il segnale delle periferie - il fascino di un papa a Zagarolo, nel provocatorio romanzo di Morselli, ricordate? - lo si faccia con sedi continentali reali e non virtuali, dove Pietro stabilisce la sua residenza e si rende presente per un mese, così che i viaggi di quanti vogliono esprimere unità con Chi è stato fatto pietra di costruzione, siano facilitati per tutti, soprattutto ai poveri... e che, per parlare di mettere la miseria altrui vicino al proprio cuore, non si spenda se non per il pane di ogni giorno: e del corpo e dell’anima.  Così scrivevo al primo annuncio dell’anno giubilare; e dunque è gioia per me vedere il papa che si fa lui primo pellegrino giubilare, uscendo da San Pietro verso una terra abitata da persone poverissime; mi piace che avvii l’anno lontano da Roma, che renda visibile così il passaggio dalle parole ai segni. Troppo si è giustificata, lungo i secoli, una fastosità non giusta per il Vangelo. Dunque lontano da una ostentazione che oscura, dalle troppe vesti paonazze che brillano di sé, rivestito di un piviale da parrocchia rurale, le mani su una porta a listelli di legno: per dire la verità della fede, occorre saper prendere le distanze. E Francesco le sta prendendo, anche in mezzo al tumulto sotterraneo di chi non si rassegna: ma riuscirà finalmente l’innocenza a governare?           

30 novembre 2015

 inferno a Parigi - Quest’anno, con molta probabilità le luci gioiose che illuminavano le notti nei tre kilometri dall’arco di trionfo alla Grande Arche della Défense probabilmente non si accenderanno. Un altro Natale quest’anno a Parigi: per quanto paganeggiante, e lontano dalla sobrietà di Betlemme, tuttavia chiamava a un oltre di senso anche i più distratti, e forse persino i più avvizziti senzadio. Troppo pesante questa orrenda notte che ha terrorizzato la città simbolo di ben-essere, di una terrestre vita buona, descritta talvolta come per eccellenza la città simbolo del peccato. Aldilà di moralismi datati, è la città che più si avvicina a quella utopia di una terra abitata dalla pace, dalla convivenza. Sì, nate dal sangue le tre parole che racchiudono il vangelo laico dei popoli, nate dal sangue ma nate lì: libertà uguaglianza fraternità. Le parole attentate stanotte dal furore poggiato su un dio che non c’è: un dio che non crea gli uomini nella libertà tutti uguali perché s’accompagnino fraternamente, è un Dio che non c’è. E bestemmia maggiore di invocarlo mentre si dà la morte, non c’è. Ecco uno dei casi nei quali vacilla la mia speranza che l’inferno sia vuoto. Riempitolo, l’inferno, di tanti (ah, la santa chiesa di Cristo come si è lasciata deviare nei secoli da impurità solo carnali!) di tanti la cui colpa si può descrivere soltanto per le fragilità di questo composto umano, lo si pretende vuoto per quanti bestemmiano Dio – il Vero, che gli si dia il nome di Iahvè Allah o il Trinitario rivelatoci da Gesù - chiamandolo dio della morte, del fratricidio cainesco? Avviati all’anno della misericordia, quanto bisogno abbiamo di impiantarci nella giustizia per non scivolare nel nulla, in una parola senza azione? Raccontato da Dante, il Cocito, che per la mitologia greca è uno dei quattro fiumi dell’Ade, diventa un grande lago ghiacciato sul fondo dell’inferno. Lì Satana è immerso con i traditori – della famiglia, della patria, di Dio. Della patria umana sono traditori dal cuore ghiacciato quanti sputano fuoco su donne e uomini inermi. Infedeli, ci dicono. Ma certamente: infedeli, e vigorosamente di quel loro orrendo dio. Forse, in una ripresa di quell’orgoglio di cui sono imbastiti i francesi, forse riaccenderanno le luci per Natale. E la migliore sconfitta del buio che ha intriso loro e noi, stanotte, potrà essere – senza capi di stato – passeggiare a Natale lungo i tre kilometri del viale più bello del mondo, per riaccendere la speranza. La loro, e la nostra. 14 novembre 2015.  


 
cinque vie – Chiesa italiana in convegno a Firenze per darsi una indicazione di cammino per i prossimi anni. Già visti, convegni così. Ne sono uscite parole belle, colte, raffinate. Come hanno inciso sul corpo delle comunità cristiane? Che cosa hanno detto alle folle che della Chiesa sanno solo gli edifici per i riti di passaggio della vita, ma senza che ne colgano la vita di Gesù Cristo? Insufficienze che non devono frenare dal cercare di nuovo. E questo è il senso ultimo di cinque verbi che questo convegno si è dato. Verbi, cioè azioni. Nutrite da parole, ma azioni. Cinque vie che passano attraverso l’incarnazione di Gesù Crsto, Dio nella tenerezza e nella fragilità della carne umana.  Uscire: dalle sacrestie, dalle proprie strutture, è per eccellenza la missionarietà della Chiesa, chiamata a non rattrappirsi su se stessa, su certezze rese obsolete da un uomo che evolvendosi conosce l’altro di sé; e che dunque la possono tenere lontana dal campo in cui vivono la loro quotidianità oggi gli uomini e le donne; uscire è rischiare, ma è condizione per incontrare, per accorgersi dell’altro. Uscire per annunciare: per dire il nuovo che da duemila anni risuona senza ancora avere colto il cuore dell’uomo. Un annuncio di salvezza che è oltre l’uomo, e solo nell’umanità di Cristo trova il proprio cuore. E in Gesù trova il metodo della vita dei discepoli, che è l’abitare l'umanità, immergendosi, stando accanto, affiancandosi, non temendo di inzaccherarsi nell’inevitabile lato sporco del mondo. Una Chiesa che sa educare, tirar fuori il meglio di cui la creazione ha dotato l’umanità: senza sovrapposizioni che soffocano, senza induzioni che non tengano conto della unicità del vissuto di ciascuno; indirizzando il bene al meglio, e lasciandosi così educare mentre educa. E la via, infine del trasfigurare: per non lasciare nessuno nella pochezza della terrestrità, indicando allo sguardo orizzonti che danno senso alla fatica del vivere; senza tuttavia fughe dal mondo, senza illusioni, e senza abbagli che impediscano di vedere l’oltre di sé. Una chiesa che si incarna, svestendosi dagli orpelli che inducono a spiritualismi che conducono lontano dal volto di Dio rivelato nell'uomo Gesù. Cinque vie che si intrecciano: educare all’annuncio di un Salvatore del mondo, che trasfigura il tempo presente nella bellezza definitiva promessa: ma solo a condizione di uscire ed abitare il tempo presente. Riusciranno le parole a diventare azioni? Il metodo è indicato da Francesco: “In ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, cercate di avviare, il modo sinodale”. Fuori finalmente da quegli organismi di partecipazione – così come sono stati avviati da cinquant’anni a questa parte – che hanno dimenticato la partecipazione per vivere di statuti; e così proponendosi in arrocchi che non chiamano ad uscire da schemi artefatti, e dunque non annunciano se non se stessi, rinunciando ad educare il popolo dei discepoli, là dove non abitano più il mondo che interroga. Una volta di più chiamati a costituire, sull’esempio dei fratelli separati, quei Consigli di Chiesa della Comunità, dove non si teme il confronto e la critica, per liberare la teologia dal pericolo di insabbiarsi in ideologie che allontano dal Vangelo. Insisto sulla sinodalità: ne ho fatto esperienza, e pur nei suoi limiti, ha saputo creare quello spirito di novità spalanca la porta allo Spirito. Per evangelizzare insieme, popolo e pastori.  9 novembre 2015

 


Sfollati - Se attraversate il ponte che unisce la bergamasca al milanese, e gettate uno sguardo giù, sicuramente vi fermate: i centocinquanta metri dal livello dell’Adda che scorre, a mulinelli, verso la diga di Concesa, mettono paura; se non fosse che le sponde avvallate raccontano in questi giorni la meraviglia autunnale, che un calendario da Frate Indovino potrebbe pennellare così: tavolozza di colori rosso arancione giallo, e bianco della nebbia a nuvolette, tra il verde superstite a macchiettare il tutto. E sono quei colori, a quinta di un fiume lento e forte, che dicono una natura che si quieta spandendo il meglio di sé, il suo tutto. Un canto del cigno prima dell’inverno, e di una nebbia che avvolgerà nel silenzio sponde acqua e ponte. E i tuoi passi. E sarà per quella ricorrenza di pensieri, che qualche volta succede, che in questo luogo sospeso tra acqua e cielo si fa strada una parola: sfollati. Certo sul riverbero di questa disgraziata, imponente migrazione di folle lontano da guerre e miserie. Ma qui gli sfollati sono quelli che hanno attraversato questo ponte per scappare dalla guerra (ad esser precisi, non proprio questo manufatto, ma quello che lo ha preceduto, dall’Ottocento ai primi anni cinquanta del secolo scorso, in elegante ferro traforato): ricche signore con figli, alle nostre povere case di campagna da Milano, la grande città, nell’immaginario di paese lontana per usi e costumi tanto quanto lo può essere oggi una località prospiciente il Mediterraneo. Riconosciuti nel bisogno di salvarsi dai bombardamenti. Accolti, e integrati: ricordo il loro ritorno per anni e anni dopo la guerra, in un festosità dell’incontro che rompeva ogni distanza di ceto. Una familiarità non di sangue, ma di figli dello stesso Padre. La familiarità che non da oggi  è propria della Chiesa. Che può essere tante cose, talvolta sfiancata da indecenze e grigiori, ma sempre attenta a mettere il Vangelo davanti a tutto. E a chiamare a una fraternità che non accetta muri, né tra vicini né tra lontani. In quella sinfonia che mette insieme le diversità, 
sapendone cavare una consonanza armonica che fonde silenzi e suoni. Una convivialità: i foresti ad apprezzare la polenta contadina nel latte appena munto, i paesani a gustare per la prima volta quanto è buono il formaggio di grana con le pere. Le piccole grandi cose della vita, scambievolmente offerte, a costruire la ricchezza delle diversità: questa paura di tanti uomini di Chiesa, che ancora li costringe a colonizzazioni teologiche, a chiusure verso le persone che hanno da Dio un diverso disegno sulla propria vita. La diversità che, per loro, diventa scontro invece che incontro: lontani da quel guardare a ciò che unisce piuttosto che a quello che divide. Anche per questo, l’armonia delle sponde del fiume nella loro colorata diversificazione autunnale – e sempre per quella connessione di pensieri – mi ricorda di essermi sentito lontano da quanto, qualche tempo fa, proponeva un illustrissimo, e altrettanto carissimo, pittore nostrano: Città Alta? città dal verde monocorde, di soli cipressi a svettare in gara con torri e cupole. Guardatela oggi, venendo dalla superstrada che collega l’Isola a Bergamo, e chiedetevi che cosa si perderebbe: una tavolozza, che mentre dice l’incantevole variazione delle stagioni, racconta la storia sinfonica dei secoli. Una armonia di apparenti dissonanze, senza cui non ci sarebbe la bellezza che state ammirando. Appunto.  31 ottobre 2015   

Sinodalità – Non tanto i contenuti quanto il metodo. Chi si aspettava un rivoluzione sui sacramenti, e il loro accesso, è lì che la cerca tra le parole dette e quelle non dette. Tanto da permettere a uno di quei firmatari della fronda antisinodale, venuto dall’Australia ad insegnare come si fa il papa, ad insistere il giorno dopo sulle proprie posizioni: ogni persona, ogni storia è da leggere in sé? macché, c’è l’intoccabilità del sabato; e la fame dei discepoli cui proibisci le spighe del nutrimento? se la sono cercata peccando. Ce ne sono, e tanti ad aver paura: paura della misericordia che illumina la giustizia: paura di sé, della propria fragilità che non vogliono riconoscere, e dunque non sanno consegnare al Crocifisso risorto. Paura di una chiesa senza potere: e non il grande potere di perdonare, ma il potere che avvolge sé in vesti di seta lasciando il povero senza mantello. Possibile che nessuno riesca a smuoverli, muli del dissenso verso l’umanità? Il Sinodo ha detto, il papa promulgherà: non forse nella desiderata attesa della legge, ma dello spirito sicuramente. Ma il metodo, quello per cui si sono levate le voci che non volevano essere parificate a quelle di altri, il metodo cui la Chiesa ormai si chiama - o non è quell’assemblea dei convocati che è nella sua natura - il metodo prende il nome di sinodale. Ed è consegnato ormai a tutte le comunità: un mettersi attorno, ascoltare, e parlare senza opporsi, ma mettendosi nel dono del Consiglio, dono dello Spirito. Il brain storming come metodo: vento della parresia e del rispetto, vento del discernimento reso partecipe. Dunque il sentire risuonare parole che già nel piccolo di alcune comunità di periferia sono state fatte riecheggiare fin dai tempi del Concilio, e sentirle vivaci e forti ormai consegnate a tutti, beh, è una soddisfazione. Un godimento, pensando a chi ha continuato imperterrito nella sua corazza del sabato, pronunciandolo intoccabile nelle forme e nella sostanza, e tenendo così lontano il popolo, peccatore e santo, di Dio. Ci si era dati, allora, i consigli di partecipazione – pastorali, presbiterali – e li si sono ingessati nel giro tre lustri: non ci si è accorti (non ci si è voluti accorgere) che occorreva svolgerli per non impiantarsi nella lettera degli statuti. E ora, là dove sopravvivono - o addirittura li si reimpianta soppiantando collaudati Consigli di Chiesa della Comunità – fanno da paravento dietro cui il parroco continua a vivere il mantra “qui il parroco sono io”.  Sottilmente, ma realmente. Ecco perché ho personalmente goduto per il metodo che si chiede sia ormai di tutti: ho goduto, per quel po’ di ragione che ci si doveva e non è stata riconosciuta, anche da soloni che ancora preferiscono sedere sulla cattedra di Mosè. Ho goduto, certo peccando per la piccola rivincita: ma sarà una delle poche volte che mi confesserò con gioia (altro peccato!). Ma insomma, uno attraversa una intera vita con pochi compagni del cuore e della testa, in mezzo ad ali fitte di paracarri del diniego, e poi gli capita sul finire di vedersi avvalorate, le cose che ha vissuto, da Chi può? E in una Chiesa finalmente dislocata da sé? E non sentire soddisfazione? Ma che incarnazione sarebbe la mia, e quella degli amici che hanno creduto con me, che lo Spirito sarebbe, prima o poi, tornato dall’America latina?    


Sinodo
– Riuniti ad ascoltare e a dire sulla famiglia, dalla poligamica Africa all’Asia buddisto-confuciana, dalla spersa Oceania alla duplice America: con il peso di una tradizione europea invecchiata nella fede e nei costumi. E così, le sommarie cronache che escono dicono di una compattezza spirituale nella diversità di vedute. Ché, poi, è un motto di difesa scrivere “diversità di vedute”, quando alcuni cardinali, prima e durante, non sanno cos’è l’umiltà dell’attendere, del mettersi in sintonia ascoltando. Anche i cardinali, uomini!, soprattutto “si" ascoltano: il che non è esemplare per qualsiasi consiglio di una chiesa che voglia camminare insieme. E si assiste, tra l’altro, a una rinarrazione modernizzata della voxpopuli-voxDei, già collaudata nella leggenda di sant’Ambrogio, attraverso la spontaneità di un bambino: un giorno, mentre celebrava la messa con la Prima comunione - è un vescovo che racconta - un bambino, salito all'altare per ricevere l'ostia consacrata, l’ha spezzata in due e ne ha dato metà al papà che, essendo divorziato risposato, non avrebbe potuto riceverla. Sarà uscito un “bello, ma andiamo oltre” non riconoscendo al bambino una volontà divina? o è stato un episodio che ha "commosso l'assemblea"? Anche i sentimenti fan parte di deliberazioni pastorali, non c’è alcun dubbio; ma, chiaramente, se la commozione del cuore non è da confondersi con sentimentalismi, neppure è da buttar via con arguzie teologistiche, o esclusioni aprioriste. Così, se non è facile capire perché in una assemblea sinodale dedicata alla famiglia, escano proposte sul celibato dei preti (naturalmente da rivedere!) e sulle diaconesse (naturalmente da introdurre, e da riconoscere al modo anglicano: e prima che poi, gradino su gradino, diventassero vescovi); se non è facile, è logico: se non si vuol finire nella newage cattolica del familismo, o la Chiesa la si vede in tutta la sua globalità o non è. Sfuggendo tuttavia, appena possibile, alla tentazione di trasformare quell’aula sinodale in una stanza dai simbolici lettini d’analisi freudiana. Non sempre, si sa, è buona letteratura quella che 
accompagna i professionisti dello scavo psicologico: “Si prendono i soldi che hai guadagnato con il sudore della fronte e ti rimpinzano di rancore e risentimento, tanto che dopo un po’ stai peggio di quando avevi cominciato, impiantando talvolta nel cervello falsi ricordi di abusi”. Professionisti che s’annidano anche dentro quel gran corpo che si è composto da ogni angolo della terra, per leggere il Vangelo sulla pelle dell’uomo che vive oggi: occorrerebbe ricordare a qualche solone più o meno imporporato di non renderlo difficile, il Vangelo – e così tradendolo e non tramandandolo; di liberarlo da quelle incrostazioni che hanno fatto dimenticare la persona affamata per privilegiare il sabato; per annunciare, una volta di più e meglio, che Dio è misericordia e non castigo. Ne saranno capaci senza scendere a falsi compromessi, ma senza ergersi ad arrocchi che negano la salvezza già in questa sovranità che qui e ora è data all’uomo dal suo Creatore? Sperare è la liaison tra fede e carità. Dunque speriamo.


 città – Ma non vale la pena di prendersela con gli anti-immigrati. Adesso è questo, domani è qualcos’altro: materia su cui i partiti di opinione costruiscono le poltrone per i propri cari. Se anche ormai finalmente si possono distribuire in Europa alcuni di quelli sbarcati da noi, su questo non parlano: non gli serve, ora, anzi potrebbe lasciarli senza saliva. Se anche il Pil cresce – di poco ma cresce – loro non informano i loro addetti: e se poi ci credono che si sta guarendo a poco a poco? Che il sindaco di Roma abbia fatto qualche pirlata di troppo, ma che in una somma algebrica gli si dovrebbe riconoscere d’aver scoperchiato un sistema incrostato su interessi delle varie corporazioni (si chiamavano così al tempo del duce) - dei vigili, dei tassisti e dei netturbini (si può dire netturbini?) – no, no, no, silenzio: c’è una poltrona da scalare, tirando assieme il caravanserraglio tra nordisti e capitolini, tra chi si è solo da poco diviso: pur di sconfiggere non un sistema perverso ma la parte avversa, in una partita molto meno seria di una calcistica. Insomma c’è materia per piangere. Persino l’organo vaticano strilla di una città in macerie. Che non  si capisce se si riferisce a quelle di duemila anni fa, o quelle lasciate dalle immediate precedenti amministrazioni: non certo restaurabili in un anno e mezzo. Non che io sia per chirurghi che si improvvisano amministratori: sono per competenze dirigenziali, se si vuole che l’acqua sgorghi, e che le fogne siano spurgate. Sono per cittadini competenti che si rifacciano all’ideale del bene comune, cioè del bene di tutti, in una solidarietà che finalmente si accorga di chi bussa e di chi sta dentro una città. Di cristiani, perché no? Non sono loro, secondo la Didaché, i cittadini che vivono nel mondo, assumendone tutte le vestigia, e tuttavia non “prendendo” dal mondo? non s’intascano, non amano la propria tribù più delle altre undici? È tempo che non si lasci più spazio a chi, direttamente e indirettamente, non prende strada dal vangelo: e non certo per imporre sharīʿah cattoliche, ma per testimoniare che la gratuità fa parte della bellezza del vivere; e che si può finalmente testimoniare che l’amore è prendersi cura del bene di chiunque, dunque anche mettendo fuori gioco i prepotenti. È il vivere secondo lo spirito, che sant’Agostino potrebbe oggi ancora ricordare con quel suo De Civitate Dei, e proprio avvertendo del paganesimo di ritorno: “L'amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l'amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste”. E non è forse paganesimo di ritorno di barbari cresciuti tra noi (si dicono cristiani: quanta compassione per i loro preti!) chi inneggia all’ostracismo dello straniero, chi pensa di accaparrarsi la terra come Caino, e non viverla di passaggio come Abele? Cristiani in politica, credenti forti e gagliardi; perché le nostre città finalmente vedono dall’alto di chi li serve la possibilità di vivere la verità della cittadinanza: la sovranità di ciascuno che riconosce quella altrui. E questo è vangelo di Gesù, la dignità portata a tutti: uomo o donna, giudei o greci, schiavi o emancipati. Dunque noi e loro: chi avrà accolto, e gli avrà data vita piena, entrerà già da ora nella sovranità di Dio. 10 ottobre 2015


Brutti
 - Commenti affettuosi, se volete, ma molto generici: se poi pensate che il titolo più grosso è ancora sulla pedofilia, capite che più che una condanna di quei delitti, è un prurito. Così la missione del papa nelle Americhe viene una volta di più messa in archivio, come se il suo passare dall’una all’altra America, da quella “comunista” a quella capitalista, non abbia segnato definitivamente un punto di non ritorno per le coscienze cristiane. Per loro: e non forse ancora per gli equilibri mondiali. È vero che a Cuba, seppur comunista, ha ricevuto un’accoglienza inimmaginabile; ma non hanno scherzato neppure negli States capitalisti - seppur connotati da un protestantesimo battagliero e da un cattolicesimo conservatore.

È vero: è andato all’Onu ad insegnar loro a far l’Onu, come hanno scritto; è vero, ha detto ai vescovi di là di piantarla di fare slogan a senso unico, ma di vedere la vita nella sua interezza: dai non nati ai bambini sfregiati ai giovani senza lavoro agli adulti senza speranza ai vecchi messi al margine.  È vero, ha parlato della povertà dei poveri, ma non tralasciando di denunciare la povertà dei ricchi. È tutto vero. Ma che cosa resta di questo lungo viaggio missionario? Alle nostre coscienze? E alla coscienza del mondo che pure l’ha applaudito? O forse perché l’ha applaudito molto ci si è lavati una volta di più la coscienza, e il tran tran tra ricchi e poveri della terra continuerà  come prima. Sì, l’elemosina ai siriani perché abbiano un inverno fornito di carburante. Ma elemosina. Senza un governo della ricchezza, non serve a nulla la lotta alla povertà; perché il problema non sono i poveri, e non sono i ricchi: ma il rapporto tra poveri e ricchi, per uscire fuori dalle scandalose statistiche di forbici sempre più vergognose. Che hanno condotto, e condurranno alle guerre.
Se vi capita di entrare in un negozio che vende vini a Brembate di Sopra e vedete lì uno di quei ragazzini dalla faccia evidentemente extracomunitaria, e sentite la signora che gli dice con rabbia di togliersi di torno “ché se no ti mando giù dal Papa” – quando vi capita una cosa così potete sorridere amaramente, sapendo che quella venditrice di vini (cui naturalmente non avete dato la soddisfazione di guadagnare da voi) rappresenta migliaia di altri che la pensano come lei: e cioè, ci pensi il papa che parla così tanto di loro. Infastiditi al punto che qualche giornalista si fa voce per sapere se davvero Francesco è comunista, costringendolo, in battuta, a dirsi pronto a recitare il credo. Perché  chi parla di poveri è un cattocomunista? E il Vangelo? dove l’han messo? che cosa hanno predicato i preti? Hanno predicato contro l’ateismo di stato sovietico, identificandolo con la voglia di uguaglianza che è un diritto delle persone e dei  popoli: è come quando gli altri identificano la chiesa con le crociate, o il papato con i papi del Rinascimento. Non esiste il dilemma comunismo o Vangelo: i primi cristiani hanno vissuto mettendo in comune i loro beni. È la volta buona di voltar pagina, di uscir fuori dalle sagrestie, da candelabri e merletti, per finalmente predicarlo il Vangelo: non certo per continuare a chiamare alla rassegnazione dei miti e umili di cuore, ché avranno il Paradiso (e dunque tocca sempre ai poveri). Ci saranno inevitabilmente dei martiri: beati quando vi perseguiteranno... Li sta già fabbricando in tanti paesi del mondo, il Vangelo che fa schierare dalla parte dei deboli. E chi non ci sta, prete, vescovo o laico, a predicare evangelicamente con la vita, si faccia da parte. (Certo, ammetterete con me che sono brutti, come quella signora e tutte le signore come quella: misericordiosamenteincorrect, è vero, ma come diceva quel mio zio delle Americhe, quando ci vuole ci vuole). 28 settembre 2015.


mostro
 – S’aggira per l’Europa da un secolo. Come un fiume carsico si spande, si rintana, e spesso minaccioso riemerge. Si camuffa, come un attore che impersona di volta in volta il dr. Jekyll o mr. Hyde. Ha in uso da sempre una camicia: può cambiare il colore da bruno a verde, ma l’anima, quella, non la cambia. Quella ha il colore nero della piccineria: un’anima rinsecchita, dalla pelle sgualcita. Il corpo, quel che si vede, no: fuori può ingannare con segni di filantropia. Persino di Robespierre si dice che avesse a cuore  la felicità degli umili, una condizione degna per tutti: purché non “meritassero” la ghigliottina. Purché fossero dei “nostri”. Purché (è l’ultima versione dei camuffati) siano veri profughi, perché quelli li prenderebbero anche in casa propria – se avessero spazio, dato che vivono in qualcosa di poco più di un monolocale, dicono. S’aggira il mostro del razzismo (lo si chiami come si vuole, ma tale è). E le recenti aperture, e finalmente!
certo, degli altri paesi europei agli immigrati non deve distrarre quanti vivono sulla sponda opposta ai camuffati, quanti si battono contro l’ipocrisia delle ragioni affidate alle piazze televisive. Scrutate le facce di quelli radunati all’ora di cena davanti allo schermo casalingo, o di chi sta sotto un palco, seduti a tavolate birrose. Sono operai smarriti per il loro mille euro al mese, impiegati frustrati, avvocaticchi senza cultura, compulsivi frequentatori del calcetto a cinque, o pensionati frequentatori di panchine annoiate: lì  a recitare un ruolo, anche muto, per assumere la rilevanza che non credono di poter avere altrimenti. Fomentati, fomentano. Non tutti sono depressi, alcuni hanno la timidezza che costeggia la patologia: per questo urlano. Alcuni, seppure ingannati,  affrontano di nuovo la vita, attraverso una realtà sfalsata.  E si immettono ormai protagonisti del voto che danno: fan parte di una legione. Sono qualcuno. Ci sono. Io ci sono. E gli altri assaggino il nostro potere: i nostri muri. E si credeva che quel di Berlino sarebbe stato l’ultimo, immersi nell’euforia del violino di Rostropovic, e nella armonia di picconi che lo demolivano! E invece ne sono venuti altri, in questo pugno di terra che dal Mediterraneo sale al Baltico: fino a quella rete, che, mentre impedisce, sfida a scrutare l’altrove negato. E fa specie che siano ora i paesi  dell’est, raccolti a cucchiaino dalle macerie sovietiche, ad opporsi a queste carovane migranti, neppure nascondendo la loro inclinazione fascistoide. Sono molte le possibili provocazioni di questi giorni: a un cristiano che voglia essere un responsabile cittadino è chiesta la vigilanza: la stessa che fu di qualche vescovo tedesco contro il nazismo (qualcuno, non tutti, non subito: il piccolo gregge che segue il Cristo può veder fuori anche i vescovi, e non solo i preti, e non tanto i battezzati, dal coraggio di denunciare ad alta voce, e senza bizantinismi): vescovi che usarono del pulpito per ammonire, richiamare con forza, subendo persecuzioni. Oggi, è la parola del papa che guida: per questo molti si sottraggono, distinguono, si oppongono? Uno straccio di camicia colorata di quel colore, del privilegio della razza del potere, può forse essere anche in noi, i credenti? La paura del nuovo, e dunque dell’altro, è la negazione dell’Incarnazione. Ce lo ricordassimo, nelle piccole e grandi svolte della storia. A piedi scalzi, se serve per accomunarsi seppure a distanza, perché no? 12 settembre 2015