Lunedì 11 Dicembre 2017
daQui

 Cassandra - Per quei due miei lettori che sentono questo nome per la prima volta: è una che aveva il dono della profezia. Ma, si sa, non tutte le profezie sono gradevoli. Dunque quando predisse che la sua città sarebbe stata distrutta, non fu presa a sassate, ma quasi. Anzi peggio, perché i contemporanei pensarono bene di passare a noi il suo nome come foriero di sventure. Chi vede sentieri storti, e avverte, non solo anche oggi non è ringraziato, ma si sente dire: non fare la Cassandra. Cui si dovrebbe rispondere: e tu non fare lo struzzo; immergendo gli occhi nella sabbia o voltandoli da un’altra parte, non ti salvi. Così può sembrare a qualcuno fuori luogo usare in tempo d’avvento parole che apparentemente non sono di speranza. Apparentemente: perché vivere di speranza vuol soprattutto dire accorgersi. Di quel che avviene, che diventa segno di quel che verrà. Stolti!, capaci ormai di leggere nel cielo delle matematiche meteorologiche quando nevicherà oppure no, e del tutto incapaci di lasciarsi cogliere da fremiti di ragionevole timore di fronte a una umanità che sta scivolando. Chi ancora pensasse che non tocchi ai pulpiti cristiani occuparsi delle cose della terra - ma soprattutto di quelle che vanno sotto il nome di politica – non solo è fermo a quella cantina di pregiudizi che han fatto fiorire le cose peggiori nei decenni scorsi sulla responsabilità personale; ma, e principalmente, si prepara a scartare le possibili voci che facciano da corno di richiamo alla vigilia di tempi bui. Lo sapete: dire dai pulpiti la parola comunismo - contro, naturalmente!? -  non solo è possibile, ma desiderabile. Dire la parola fascismo, no. Non capendo che già è fascismo non poterla pronunciare. Predicare che il fascismo è l’esatto opposto del fatto cristiano: perché - nazionalista autoritario e totalitario - nega ogni premessa di quella fraternità senza la quale non si fa Vangelo; e dunque avvertire che le fobie contro la libertà degli individui e l’ospitalità allo straniero necessariamente sconfinano da una appartenenza verace alla Chiesa: questo non può essere taciuto, o rimosso nel panorama che il nostro mondo sta vivendo. Non è enfasi esagerata oggi l’avvertenza di persone attente sulle orde nere che avanzano nelle menti di troppi nostri connazionali, di troppi che frequentano le nostre chiese (la storia è maestra? macché!). Essere costretti a marciare contro le marce di individui che già han scelto la divisa, e che già si sono posizionati di fronte agli avversari, giornali o sedi di volontariato, è il segnale di un pezzo di terreno già perso. Siamo in una vigilia: e in vigilia le sentinelle ancor più debbono scrutare. Perché non si finisca in quei tanti natali che sprofondano in un clima festoso dimentico del dolore che non vien mai meno. Natali sordi e muti: se non sono la festa dei poveri betlemiti dell’oggi, se non si sottraggono alla ipocrisia di chi si inscrive nella massa di chi chiude le porte della città, sottraendosi all’arte del “buon vicinato” che prepara ogni pace. Specialmente se credenti, occorre osare, per fare di questo Natale una qualche rinascita. E se per arrivarci occorrerà prenderci il fardello di cassandre, sarà un prezzo giustificato della fede che ci rende liberi. Di fronte ai potenti del mondo. E agli arroganti.  9 dicembre 2017

  Rancore – Cresce. E cresce in quella parte d’Italia che si sente abbandonata. È la notizia di questi giorni: e ce la dà il Censis: “Il Paese riparte, la produzione industriale vola anche più di quella tedesca, e corrono i consumi, anche quelli accantonati per tanti anni come i viaggi e la cultura. Ma buona parte del Paese rimane indietro, crescono il rancore e la paura”. Un sentimento covato nell’animo, il rancore. Fatto di sdegno, di invidia, di odio. Che può esplodere. E quando esplode, che succede? Pagine di storia sono lì a dirci che cosa è successo. E la paura di molti, che il rancore non abita, si domanda che cosa potrà succedere. Giorni fa, ci si chiedeva se - pur in un democrazia consolidata come pare essere la nostra (ma è proprio così consolidata? e il frazionamento in infiniti partitelli ciascuno chino sul proprio laboratorio di potere?) – ci si chiedeva se non fossimo alla vigilia di rivolte con sbocchi autoritari. Scrivono che un italiano su quattro vorrebbe l’uomo forte, quello capace di mettere tutto a posto: col manganello?  O cominciando con la violenza di chi entra in una assemblea di volontariato, imponendo i propri proclami demenziali? Con la violenza di parole e di presenza che stordisce ancor più delle randellate? Solo un gruppetto di neofascisti in perfetto stile squadrista – stessa mise e stessa testa rasata - che legge “democraticamente” (dicono di sé) un volantino contro l’immigrazione, irrompendo su volontari increduli e impauriti? O l’avanguardia di un fascismo disorganico ma già diffuso nella nostra società? (non vi pare strano che siano naziskin veneti ad arrivare a una riunione a Como? quale rete ormai collega questi nuovi rivendicatori di una razza pura? Quella veneta? O comasca? O bergamasca?). Che cosa è il fascismo l’han detto bene quei tipi: “Ora potete riprendere a discutere di come rovinare la nostra patria e la nostra città. Nessun rispetto per voi”. Sta infatti lì l’evidenza di un convincimento rischioso: la   rivendicazione di una diversità privilegiata da chi non la pensa come loro, ponendosi al di sopra delle leggi in nome della pretesa superiorità della loro etica politica: chi si oppone al fascismo è considerato un nemico della nazione, contro il quale è lecita qualsiasi forma di violenza. È troppo pensare di essere nella stessa vigilia degli anni venti del secolo scorso? Nasce la paura, che non è solo quella di non farcela alla fine del mese, alimentata da chi verrebbe qui da oltremare a portar via posti di stradino o di becchino, così contesi da giovani italiani! È la paura di una coscienza collettiva che possa ergersi a giudice della storia: quella che si fa andando, e dunque quella dei giorni che viviamo. Mi ha lietamente colpito un servizio televisivo sulle Filippine: un prete che dal pulpito chiede quando si dimetterà quel loro dittatore, che proclama di voler sterminare “tre milioni di drogati come Hitler ha saputo sterminare tre milioni di Ebrei”. Per uno che sta in un paese dove battaglioni della morte ti entrano in casa e uccidono tuo fratello, tuo figlio solo perché drogato, beh converrete che è un bel coraggio. Certo avviene mentre quegli omicidi di massa sono in corso. E prevenirli, almeno là dove si è ancora in tempo? Qui da noi? Prendere le distanze, da quanti fanno da acquario con le loro politiche ambigue a quei piranha, è compito cristiano. Dei cristiani. In particolare di chi ha il dovere di accompagnare nella fede della Chiesa, dai pulpito o dalle sale di convocazione di quanti non disperano ancora sul futuro. Qui gli alberi si stanno spogliando nell’imminenza dell’inverno. E rivelano così l’architettura più o meno sagomata dei tronchi e dei rami. È tempo di scoprire l’architettura contorta di chi ci circonda, predisponendo selve abitate da belve.   1 dicembre 2017  

 pietas – Il termine latino meglio di pietà: nel mondo greco-romano indicava un atto di sottomissione: anzitutto la devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori. Oggi, traducendolo con pietà, lo si identifica con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. In quell’altro mondo, da cui pure facciamo provenire tanta parte della nostra cultura, il rispetto di chi sta davanti formava un ammonimento a lasciarsi prendere per mano. E dunque, caro Cristiano, quanto mi scrivi riguardo al DaQui ultimo merita una risposta: “L'arrabbiatura con il prete di Bologna non era per le sue parole di condanna di un atteggiamento "a rischio", quanto per la sua (apparente, a quanto pare) mancanza di pietà. Sbaglio? In compenso, oggi, un altro prete, sempre di quelle zone, ne ha fatta un'altra... Cosa sta succedendo?”. Appunto, cosa sta succedendo? La prima cosa che mi viene in mente è che i preti sono stanchi di essere confinati in sacrestia, dove stare bonini bonini a farsi le cose loro, non venendoci addosso con i loro disturbi celibatari. E sono stanchi di non essere riconosciuti nei loro sentimenti: che talvolta, come succede ad ogni altra persona, possono esplodere anche in un linguaggio non soave, o non misurato. Che vadano a confessarsi, certo, per i loro sbagli: ma gli vogliamo permettere di essere peccatori, e non solo per il sesto o il settimo comandamento? Saltargli subito addosso, con il libertinaggio favorito da Internet, senza aver ascoltato il tono, senza aver visto a chi stavano parlando? L’incriminata “se l’è andata a cercare” fuori dal contesto è certamente irricevibile: ma quanto pietismo ipocrita c’è, solo perché questo è mio figlio? Non è forse un genitore l’ultimo che vuol accorgersi dell’abisso di devianze verso cui si sta incamminando proprio il suo di figlio? La pietas è ammonire: e questa azione ha talvolta bisogno di uno scandalo apparente, per svegliare dal sonno; ha bisogno di quel pugno che papa Francesco ha detto di essere indotto a dare a chi parla male della propria madre. E molti a commentare allora (molti di quelli che Francesco proprio non se lo fanno digerire) che un papa certe cose non le deve dire. O le deve dire? E le deve dire un prete accorto? E non può non dirle qualsiasi adulto cui stia a cuore che certi esempi siano bollati, con forza, perché finalmente ci si scuoti? Dire poverina è rispettare la sua dignità, quella che ogni pietà vera esige? Ed anche: stento a credere che il secondo prete di Bologna abbia voluto assolvere il capo dei capi siciliano contrapponendogli la capo dei radicali. Semplicemente ha voluto richiamare un precetto del Signore, che racconta a chi vuol ascoltare che la vita è vita per tutti, e a nessuno è lecito violentarla, né nel grembo materno, né nel lungo arco di una esistenza. E magari (e spero che quel bolognese prete abbia aggiunto) non violentarla neppure impedendo alla vita di morire con dignità: che è poi l’ultimo atto di pietas chiesto a un uomo, che sia o no cristiano. So, per quanto ti conosco, che condividi tutto questo. Ma ti dirò che talvolta - guardando a destra e a sinistra e in su e in giù - mi sento come Ovidio esiliato tra i barbari di Tomi sul Mar Nero: diceva di sentirsi lui un barbaro, perché non ne capiva la lingua. Ecco: oggi il gorgoglio di pancia che parlano in moltissimi, non lo capisco proprio. E, ti dirò, preferisco essere un barbaro, uno straniero.   20 novembre 2017 

scontato - Ci è cascato anche Gramellini, che pure è un notista e scrittore per altro pregevole. Ma si sa , l’urgenza di una rubrica quotidiana può scusare. Dunque, se l’è presa con il prete che ha scritto, riguardo a una ragazza molestata, “se ti ubriachi e ti allontani con uno sconosciuto, cosa aspetti che ti succeda?”. Quel prete evidentemente dà per scontato che il violentatore sia esecrabile. Ed esecrabile da tutti, che sia o no un magrebino. Ma all’attenzione pone anche un richiamo alla prudenza. Le sta dicendo intanto che ubriacarsi obnubila; e poi che dovrebbe finalmente imparare da quello che succede ogni giorno, quando non si tira il freno dell’imprudenza nell’accompagnarsi a chiunque, sia persino il proprio ragazzo. Dato per scontato che i violentatori vadano isolati e rinchiusi, dove sta il peccato di avvertire che non si dia loro occasione? Avere pietà per quel che ti è successo, è molto più impegnativo di un “poverina”: è farti conscio della tua fragilità. Dunque, se è scontato rabbrividire con tutti i peli del corpo per chi violenta, dev’essere anche scontato che quel che ti è successo non è per caso? Ho pietà vera per te quando e se ti avverto: che è dei genitori, e degli educatori, preti compresi (e magari anche i giornalisti?). Così è dei fattacci che succedono a certi reporter – e il riferimento qui è più ampio del fatto brutale di cronaca appena successo a Ostia, così come è più ampio di quello che è successo alla ragazzina di Bologna. Sulla brutale aggressione, una testata sul setto nasale di un giornalista, non ci sono dubbi: inaccettabile. E tuttavia qualche interrogativo per chi sta da questa parte del televisore nasce. Quando l’ insistenza di una intervista diventa una molestia. Quando l’ insistenza diventa una invadenza, un assillo che rasenta l’ossessione, non è forse violenza? Una violenza che chiama violenza? Quando il microfono diventa una minaccia sventolata sotto il naso di quelli da cui si pretende subito una dichiarazione  di perdono, accanto al cadavere di un familiare? Quasi un archetipo quella consegna del tapiro, dentro quella trasmissione che sta nutrendo da decenni la pancia degli sguarniti: è vero che si beccano soprattutto i vippari – e qui la nota di pietà potrebbe un po’ calare, per il grado di demagogia che ci nutre. Ma dato per scontato che gli istinti aggressivi devono essere controllati, se mi provochi oltre il limite potrai aspettarti che ricambi con un calcio negli stinchi. E allora le vittime sono due, sempre: con diversa colpa, chiaro. Ma sono due. E due i violentatori, seppure chiaramente con diversa colpevolezza. A prescindere naturalmente dalla ragazzina e dal giornalista in questione. Ma è così difficile accettare la concatenazione che c’è tra azione e reazione? Così difficile accettare che nella fragilità c’è il serpe della violenza? Per non essere ipocriti: coprendo alla fine il vero male di uno nella brutalità dell’altro. Ed è proprio l’esempio di Gramellini che si ritorce contro il suo ragionamento: se ti tuffi in una vasca di piranha, metti in conto il rischio di essere morsicato. Avvertirti che gli uomini sono spesso piranha, e che tu non puoi sfidarli, è mancanza di solidarietà?   11 novembre 2017

  Viaggio – Il mondo è altro da quello che si vive nel recinto della propria geografia. Si sa. Ci si mette in cammino per conoscere altri luoghi, altre culture, altri paesaggi: e dunque altra bellezza. E si scopre e si arricchisce. Ma c’è un viaggio che in questi giorni di Ognissanti i cristiani non si lasciano mancare. Ed è la visita ai camposanti. Ed è un viaggio. Una lapide, una storia. Qui, nel cimitero di Fontanella, piccolo e adagiato sulla collina - trattenuto da una muraglia che gli impedisca di scivolare a valle, ma alcune crepe impensieriscono - si trovano almeno una decina di sepolture di preti, qui nati o qui sepolti dopo una vita spesa per questo grappolo di case; e di seminaristi morti in giovane età, strappati alla loro vocazione e all’affetto dei genitori “da un morbo crudele nell’età dell’innocenza”. E così nel cimitero del mio paese, quello affacciato sull’Adda, così disturbato ora nel suo silenzio dal mugghìo del nuovo ponte in ferro della vicina autostrada: storie che rileggi, là e qui, nelle pietre sepolcrali ormai affisse ai muri, a ricordare la tragedia di padri e figli ”che tragico destino ha insieme stroncato per l’immane massa di una frana”. Ma sono lapidi di un altro tempo: ora, data di nascita e di morte, e nient’altro; solo un passaggio di cui non avresti alcuna memoria, se non fosse per le foto che ti rimandano alla conoscenza che se ne è avuta. Ma serve una conoscenza: la storia che più o meno direttamente, si è comunque vissuta con quei trapassati. Per chi è giovane, e cammina lì dentro, sono pietre senza un passato, un viaggio senza contorni, senza quei paesaggi del cuore e della mente che l’antologia di Spoon River ha fatto sperare, a quelli della mia età, di avere anche per l’oggi in un cantastorie come Edgar Lee Masters. Che non si è lasciato frenare su amori e virtù: ma raccontando una vita, ne ha svelato pure vizi e carenze. Solo esigenze di spazio per cui il sessanta per sessanta dei colombari – e già il nome dice un disagio – non permette scritte diffuse? O qualcosa di più? Una deficienza di memorie, che viene forse da una timidezza nell’esprimere sentimenti? o in una indifferenza essa stessa mortifera? Già negli annunci funerari che appaiono sulla stampa o nei manifesti che ancora si trovano sui muri dei paesi, stereotipi che dicono la stessa cosa di chi è morto giovane o vecchio; e con quegli stampini che l’impresario funebre sottopone ai familiari dolenti: e così si va dal “tuo sorriso” a citazioni più o meno altisonanti. Ma la loro storia mai. Eppure è lì che si impara sempre di più di se stessi: su una vita finita qui in terra, per una proiezione che ha condotto più o meno pacificamente all'aldilà. Magari piccole storie, le piccole storie dei nostri morti: ma che dicano che ora sono i santi, senza un nome nei canoni ecclesiastici, ma con il nome nelle nostre vite. Che è quel che più conta. Dunque viaggiare nel regno dei morti, per farli rivivere dentro noi. E così prolungarne, nella nostra vita, quanto di incompiuto è stato nella loro. Perché - a nessuno sfugga - anche al migliore dei santi è inevitabilmente successo di non aver compiuto tutto, anche se qualche lapide può recitare “pieno di anni e di virtù”. La pienezza di desideri e di opere non sta da questa parte del mondo. E camminare nella terra dei defunti, almeno una cosa la si impara: che il limite ci appartiene. E non può mai essere vissuto come un dramma. Né nei giorni, né alla soglia della morte. Perché è porta di bellezza senza fine.                         30 ottobre 2017

 Frangente? – Come per tanti vocaboli del dizionario, c’è un senso proprio e un senso figurato. Frangente definisce “l’onda del mare che, per effetto del vento, piega in avanti la cresta rompendosi e spumeggiando”. Una immagine che ai poeti serve. Ma sarà per quel rompersi, che questo vocabolo in modo figurato si usa per una situazione particolare, per lo più grave. E l’inquinamento lo è, quello che sta patendo la pianura padana. Una cappa che nessuna pioggia per quanto invocata, e nessun vento ad oggi riescono a spazzar via. Ma sarà un frangente, o una realtà cui ci si dovrà assuefare? C’è anche chi di fronte all’invito a tener chiuse porte e finestre riesce a sorridere: a Torino sono usi a tener le porte aperte? Un sorriso sdrammatizza. Ma il dramma c’è, con profeti di sventura che calcano la mano predicando che il clima sarebbe ormai entrato in una fase irreversibile, che non farà che peggiorare da qui in avanti. Sono tra quelli che avvertono di guardare alla lunghezza del mondo, ai millenni, alle epoche: mai come in questa situazione vale il vivere il tempo presente, lo scorrere dei nostri decenni, senza apocalittiche previsioni che non stanno nel recinto della durata delle nostre vite. Certo, il tempo presente è senz’altro poco piacevole: per un verso si tenta con G7 di darsi delle regole sullo sviluppo, per contro ci stanno quelli che remano contro. Il nuovo rinascimento cinese, come è stato definito, si propone di sconfiggere in trent’anni la povertà di trenta milioni di abitanti di quel continente. Ma fra trent’anni quanti saranno spariti perché asfissiati? La cappa della Valpadana ancora non è gran che rispetto a quella nebbia giallognola che imperversa su tutto il territorio industriale che fu degli antichi mandarini. Ci spaventa certo, se il nostro futuro sarà quello: sperare che sia solo un frangente, una situazione scavalcabile, è necessario, purché la speranza si traduca concretamente e da subito nella sconfitta della stoltezza che pretende il sempre di più. Fermare le auto, ora; ma fermare da ora quello stile di vita che non sa vivere il bene della sobrietà, e che non può che condurre al limite di un baratro – supposto che su quel ciglio non ci siamo già. Frangenti, situazioni difficili. Non è forse anche nella Chiesa, cattolica e romana, che si vive un cambio che da un po’ avvolge il Vangelo in una cappa asfissiante? Si vive di esempi, lo dettava già sant’Agostino, più che di sermoni. Si vive di immagini che si danno. La rottura che oggi viviamo tra chi s’attacca a una definizione inderogabile di natura che impedisce uno sguardo sull’uomo quale è; tra chi vuole mettere paletti alla misericordia in forza delle leggi ecclesiastiche (ma perché non anche a quelle ecclesiali?): che tipo di richiamo può essere alla notizia buona che il Vangelo è per ciascuno? Ripiegati su trine  e merletti, su un passato che ha inevitabilmente preso la muffa del tempo, come si può evangelizzare? Nei momenti difficili occorre il coraggio di smuoversi da sé, da abitudini che sono sfociate lungo i secoli in imperialismi religiosi, che nulla hanno in comune con il Gesù che non ha una pietra su cui posare il capo. E non per un pauperismo che sarebbe esso stesso datato. Ma per un ritorno a quella leggerezza senza della quale nessun triennio di attenzione ai giovani da parte delle nostre comunità potrà aver buon esito. In questo frangente, dove forze vetero cattoliche di nuova marca, la Chiesa ha bisogno di rappresentarsi con una immagine vera: ripulita ed essenziale. La Chiesa che siamo noi, i credenti, per quanto peccatori. E la Chiesa che sono loro, i resistenti a un magistero fatto di gesti e di coerenza, quelli che che la fede nel Signore traducono in un'eretica rigidità.   20 ottobre 2017 

 la grazia - Mi auguro che molti cattolici si siano chiesti chi sia stato Lutero - in questo anno, che tramonta alla fine d’ottobre, dedicato alla memoria della riforma protestante avviatasi cinquecento anni fa con quelle 95 tesi che forse sono state affisse, e forse no, sul portale della chiesa nel castello di Wittenberg. Chiedersi chi era questo giovane monaco non è secondario rispetto alla storia che ne è scaturita. Controverso fondatore, o solo uno dei tanti, Melantone e Zwingli tra gli altri, che si sono ribellati partendo da convinzioni diverse? non tutte teologiche, ma politiche, se non economiche? e poi accomunati dalla tradizione protestante in un unico movimento? Lutero la mente, gli altri braccia di una rivoluzione? Perché rivoluzione è stata, dalle sola fide, sola scriptura, sola gratia si è negata ogni mediazione della Chiesa: niente dottrina delle buone opere, nessun merito della vita monastica, niente sacramenti dell’ordine sacerdotale, della confessione, e della Cena, ridotta a pura celebrazione conviviale (tanto che, alcuni miei giovani finiti in America con l’Erasmus si sono trovati a partecipare a “messe” a base di coca cola e patatine - ma questo non c’entra con il luteranesimo d’origine controllata, semmai a quelle frammentazioni inevitabili per chi si ritiene fonte originale nell’interpretare la Scrittura e il proprio agire morale). E poiché gli storici su un punto sono concordi - che il conflitto di Lutero non ebbe l’intenzione di mettere in discussione la chiesa e il papato, ma solo dal porre la questione della illiceità teologica del commercio delle indulgenze - come si è finiti oltre? Si sa che gli epigoni tradiscono i maestri, soprattutto esaltandoli. Ma Lutero, poi, dopo quella sincera indignazione per il gran peccato della chiesa del suo tempo, ci ha messo del suo. Ecco perché è utile sapere chi è stato. Per sapere che cosa ne è stato, nei secoli, di quella accorta riforma della chiesa che era nei suoi desideri. Lui, monaco agostiniano, dalla sofferta vocazione ecclesiastica (ebbe una sua notte buia e proprio nel momento del consegnarsi), si è visto rapidamente affiancare da discepoli che nella novità delle dottrine trovavano la consistenza di una vita altrimenti non più religiosamente significante. Ma invece di reggere dentro la chiesa, di fare resistenza dentro, si è chiamato fuori: smonacandosi; e sposando quella Caterina, lei pure uscita di convento, che gli avrebbe preso non solo il cuore ma pure la conduzione dell’esistenza. Lo si vede da quei discorsi a tavola: certo la raccolta delle conversazioni informali alla tavola di Martin Lutero e di sua moglie Katharina von Bora, su temi quali la teologia, l’attualità politica, l’accademia e la vita quotidiana, fanno emergere un Lutero diretto, a tratti violento e persino volgare. Una deriva, e non la si comprende, se non come una nemesi per un uomo che pure era stato predicatore della grazia. Che è bellezza di Dio. Per la sua vita, lasciare il ministero è stata una decisione forse giusta, forse affrettata, forse sbagliata: non è nel mio giudizio. Ma non stendere la mani alla grazia, questo se lo è fatto mancare, poi. Apparentemente. Secondo quei suoi biografi orgogliosi di lui, della sua umanità anche corrotta. La grazia è un dono; ma vuole corrispondenza; e umiltà nel lasciarsi prendere per mano. Sia chiaro: a me Lutero piace; anche se fino a un certo punto.  5 ottobre 2017 

Ritornare - Ho avuto un’estate piuttosto impegnata. Ma qualche giorno di vacanza me li son presi, anche solo per ubbidire ai precetti di chi ti vuol ricordare che nessuno è indispensabile. Ma anche alla buona ragione che qualche distacco ravvicina meglio. E così mi son fatto le cinque giornate di Napoli. Cinque giorni su e giù per una città che è molte città. Una bellezza che sfianca e qualche disarmonia che respinge. Mescolate, neppure messe le une accanto alle altre. L’opprimente ponte della Sanità, che è il luogo più frequentato dai suicidi: e per cascare, con sofferenze racchiuse in attimi di disperazione, accanto alla chiesa di san Vincenzo, che è invece diventata luogo di un riscatto dei ragazzi del quartiere. Quando appunto alzi lo sguardo. Ma quando lo alzi, lo sguardo, t’accorgi che Dio ha visitato questo popolo. E scopri che non solo san Gennaro dice la sua presenza due volte l’anno, ma anche santa Patrizia, che ogni martedì fa sciogliere il suo sangue in quella stupenda chiesa di san Gregorio Armeno: un poco in disparte, servita da una scalinata che la separa dalla frenesia della Spaccanapoli. Con tutti gli interrogativi che rimangono, per un credente abituato più alla sobrietà di una fede che vive invisibile; ma incalzato dalla diversità di un credere che esige la presenza del divino: la speranza non può rimanere negli anfratti inaccessibili, per chi abita una rude terrestrità. Un viaggio dopo molti anni dalla prima volta. Con una consapevolezza diversa, devo riconoscere; e con una voglia di ritornare per capire di più allacci che sembrano così distanti, tra il silenzio del Vomero e l’improponibile rumore di clacson nella bassa città; o tra i miserabili “bassi” che pure palpitano di vita e il vuoto della nuova città che svanisce dopo le ore degli affari. Per ascoltare più avvertitamente la lingua fatta di suoni oltre le parole. Le risate in un piccolo bar, dove il caffè è sublime: il barista parla, non ne capisco un acca, gli dico che sta parlando russo, e lui che si scusa in un italiano ritrovato: ah, lei è russo? Per cogliere una gioia di vivere dentro urla che si rincorrono da una finestra all’altra. Per superare la differenza che inevitabilmente c’è tra chi abita e chi visita. Ritornare. Non amando lo spaparanzarmi su una spiaggia - pur rincorrendo coste dove il mare s’infrange bianco di onde su alte falesie rocciose - molti dei miei giorni di vacanza fatti solo di viaggi sono stati un ritorno. Aperitivi in successione. Per rivedere e ricordare. Perché ogni ritorno è un immergersi. Che affranca e che rilancia. Vi sono ritorni anche dentro i viaggi della vita: ritorni necessari, e tuttavia non si fanno. La Rundinella è una canzone napoletana, su un amore tradito, un’attesa che forse non farà primavera: ma Io lascio la porta aperta quando è sera sperando di trovarti vicino a me. La speranza di quel popolo è una porta aperta. La porta aperta che ciascuno vive, quando allontanamenti o abbandoni non hanno le ragioni del cuore di chi è lasciato. Confessate o meno, sono le sofferenze di tutti prima o poi nella vita. Perciò ci si attacca a qualsiasi cosa quando ci sente abbandonati da Dio: fosse il sangue di martiri, o la vaghezza della memoria. Ma con una voglia di ritornare là dove si è vissuto – seppure per qualche tempo, benché talvolta poco - per sapere il ritorno che conta.    23 settembre 2017

 amicalità - Mi mancava, il buon odore della terra dopo un temporale; e questo vento che sibila tra i rami dei carpini, e l’ondeggiare dell’erba prima delle cadute delle falese, sui confini continentali della vecchia Europa. Non si ha bisogno di andare su Google – come si dice, intendendolo forse come un monte di conoscenza? – per combinare emozioni proprie con i versi di poeti che sono infissi nell’anima. In questi giorni di cambiamento del clima, dopo l’afosità di un’estate per altro benedetta, si può cogliere in maniera più sottile quanto avviene: come se i fiati affannati dell’estate finalmente lasciassero posto al respiro della mente. Che osserva e discerne persone e fatti. E se su di un fatto ne hai versioni diverse? La verità di quel fatto sta in colui cui decidi di credere: ma è una verità? o la tua verità, quella che desideri perché non ti scombina?  Si dice di un prete, per altro ammirevole, che non usi mai la parola onnipotenza nei confronti di Dio. Il perché non lo si conosce, ma è facilmente intuibile: ha lo sgomento di un mondo che va alla deriva – e non solo per terremoti o uragani – ma per una malvagità umana. L’onnipotenza di Dio ha sempre avuto a che fare con la libertà dell’uomo; e da sempre è una delle ragioni per cui tanti si dicono agnostici. Puoi ben dire che Dio non è assente ma nascosto, e la storia umana è un susseguirsi di illuminanti sue apparizioni e rivelazioni, di tracce certe anche se spesso indecifrabili della sua presenza. Resta difficile abbandonarsi a un itinerario che conduce a Lui, se non si coltiva la fede-fiducia nel suo esserci accanto, ma soprattutto se ci si arrende di fronte a una cronaca che sembra solo voler portare lontano. Leggiamo dell’imbarazzo dell’Arma per i due carabinieri che avrebbero stuprato ragazze americane. Ma è l’imbarazzo della Chiesa per i fatti di violenza di cui sono responsabili alcuni religiosi. Ancora non è l’imbarazzo degli avvocati, che pure avrebbero da vergognarsi di alcuni di loro: da una intercettazione si è saputo di avvocati che si sono arricchiti con le denunce di pedofilia: “quale storia vuole che raccontiamo?”. Certamente ci sono bravi ragazzi che sono bravi, finché non incontrano gli orchi: carabinieri, preti o avvocati. Follie ancora più ignobili perché sarebbero compiute da chi indossa una uniforme. Ma, si legge anche, tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro: al di là della nomea che ci hanno appioppato quelli al di là dell’Oceano – loro che si sentono comunque innocenti, da Hiroshima in poi - non è che oltre a chi indossa una toga o una divisa o una talare, a rendere indigesta la benevolenza verso il genere umano possono essere tutti, anche quelli senza una particolare livrea? Serve la verità ma senza vendette: dice Francesco papa in Colombia. Che è come dire: chi non cerca un amico è nemico di se stesso. E come ne avremmo bisogno – di amicalità condivisa tra tutti - senza accomodarci dentro le versioni che ci piacciono, su qualunque sponda ci abbia messo la nostra nascita e le nostre scelte di vita! Il mondo moderno non spinge il cristiano ai margini della storia, ma, al contrario, gli chiede di immergersi pienamente, senza riserve, nella vita, nella storia. Solo così è possibile sentire l’onnipotenza di Dio accanto a sé.             9 settembre 2017 

acquarelli estivi 

 7. un passo indietro /

Un prete di città don Bernardo non lo era mai stato, lui che veniva dalla cima delle valli. Eppure era stato mandato lì, alla soglia dei cinquant’anni, in una vicinia di una vasta parrocchia, a recitare gli ultimi anni della sua vita. Fino agli ottantotto che ora si misura. Gambe più lente, ma cervello sempre in azione: entri in casa sua e trovi pile di libri in corridoio, in soggiorno e persino in bagno. Oltre che, naturalmente, nel suo studio. Un prete di città divoratori di libri: per nutrirsene più delle minestrine che si prepara di ritorno dalle uscite per ministero. Una vita che, da solitario, non ha mai sofferto di solitudine. Occhi azzurri e ridenti, nei ritrovi di preti è la sua saggezza che riempie il daffare dispersivo altrui. Non che lo si cerchi molto: ma lo si gode quando c’è. E in quei momenti, persino il più accanito fruitore di cellulare riesce a lasciarlo nel taschino dei bermuda ultima moda; e così don Bernardo concorre a curare nei suoi confratelli quella nuova sindrome del pollice da smartphone: ovvero, come dicono studi medici, i dolori alla base del pollice causati dall'uso continuo del dito per scrivere messaggini, e-mail, text sugli smartphone. Che è poi una delle cose che sorridendo dice di non condividere: i preti dovrebbero aver imparato dai misteri che celebrano la necessità della distanza, della sosta, del soffermarsi: proprio quello che i nuovi strumenti di comunicazione tendono a schivare. Ci rimproverano omelie senza fondo? Occorre metter dentro di sé le storie degli uomini, il loro pensiero che sa risalire i secoli, per poter tradurre nel vissuto di oggi, dice. E giustifica così la sua passione libresca, a chi ritiene che occorre ‘calarsi’: ma, ribatte sempre con un sorriso, occorre calarsi muniti di salvagente. E il sapere è l’indispensabile mai alimentato a sufficienza in un predicatore di vangelo. In un momento storico in cui si usano le false notizie fatte passare per incontrovertibili, in cui si inganna volendo ingannare, come si risponde se non uscendo dalla fonte giornaliera di internet? Indotti a non riuscire a capire quel che pure si vede, solo la distanza può aiutare a servire la verità. E porta l’esempio del pittore che giusto qualche giorno fa ha incontrato sul pianoro montano a cui l’hanno accompagnato per sfuggire un poco a questo afoso agosto cittadino. E racconta di come è stato lì un bel po’ a vedere i movimenti di quel giovane uomo: al cavalletto pennellate, e poi un passo indietro; ancora pennellate e un passo indietro. Per cogliere nella distanza l’insieme che si creava sulla tela. Ecco, senza quella distanza, un dipinto non racconta quello che pure è nel progetto dell’artista. Merita, e ancora sorride don Bernardo, che noi preti facciamo un passo indietro per cogliere l’essenziale del dire e del fare cui siamo chiamati? Sennò, come possiamo testimoniare ad ogni persona che pure per ciascuno occorre nella vita, in certi momenti della vita, fare un passo indietro per capire quel che pure si vede, ma non si riesce a comprendere?           29 agosto 2017. 

 6. Vino rosso, vino bianco / Abita nella vasta parrocchia che ha ereditato dal vescovo ormai defunto. Ereditata come la dote per un figlio; tanto era per lui quel suo vescovo: un figlio; e si sa che ai figli si dà indipendentemente dai loro meriti. E infatti don Aurelio non è di quei parroci che si impongono per la forte personalità, costruttori di cemento e di piani pastorali; ma uno che si affida all’intuito, e la cui virtù principale di apostolato è la provvisorietà che si nutre della occasionalità. Sul pezzo, come dicono, forse non linguisticamente corretto, i suoi colleghi giornalisti; e dunque sul punto dell’oggi, e non di futuribili che finiscono per trascurare le domande quotidiane. Legge molto, e ascolta tanto, lui che si dedica alle erbe officinali, nella grande terrazza che prospetta sul fiume: le erbette che coltiva gli insegnano il giusto irrorare e il non violento sfoltire; e i profumi, di cui sente la necessità, per essere un prete bastante. Non ha grandi ambizioni, don Aurelio, fors’anche per una certa pigrizia che dicono scritta nel suo segno zodiacale. Però presiede, con dedizione, quella grande comunità, invidiato da quei colleghi che presumevano di averne diritto per meriti pastorali. Sta dunque in una vasta canonica, ed è orgoglioso d’esserne il titolare, seppure ad tempus: un attraente parco con alberi secolari, un orto in cui cresce di tutto, dai cavoli alle varietà delle uve - bianca rosata nera - che fanno gola ai ragazzi della parrocchia. Fosse per lui, si volterebbe dall’altra parte quando scavalcano i muretti per venire a godersela, l’uva. Ma c’è la Barbarina, tanto imponente quanto lui è smilzo: custode oculata, giustamente gelosa del suo lavoro. Lei, la perpetua più dedita all’agricoltura che alla cucina, diventa la regina settembrina nella capiente cantina: ai lavoranti di torchio e tini mesce gioiosa il succo dell’anno precedente: ed è persino generosa. Vino familiare, ma doc. Vino che don Aurelio usa per la messa, mettendoci di suo il sigillo ecclesiastico: ne conosce la provenienza e la lavorazione. Ed usa vino bianco. Al proposito: ci tiene alla congruità dei segni; se si deve aspergere, si asperga con acqua, e non con  aspersorio secco; e se si deve incensare, che sia con un turibolo fumigante. (Chiaro; anche se non altrettanto chiaro in alcune celebrazioni cui partecipa in molte chiese, ancora). Ma, si dice don Aurelio, che restino sempre segni di Altro, e non figurazioni didattiche. Gli vien da sorridere (e caccia il resto come tentazioni non caritatevoli) quando sente preti che usano esclusivamente il vino rosso perché rappresenterebbe meglio il sangue eucaristico. E, lasciando perdere dissertazioni su quale tonalità di rosso dovrebbe essere quel vino-sangue (rosso rubino, rosso granato, rosso aranciato?) si chiede (con una certa compiaciuta maliziosità piegato sulle sue erbe che sembrano fargli un occhiolino d’intesa) quando arriveranno, quelli, a fabbricare ostie color carne. “Non siamo qui ad asciugare gli scogli, a smacchiare i giaguari, a cambiare gli infissi al Colosseo, a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole, a pettinar le bambole” esorcizzava fino a qualche tempo fa un politico di tramontate speranze, ma di sicuro umorismo. Il parroco Aurelio, sull’onda, prega così: Signore, facci liberi, non stupidi.                 18 agosto 2017. 

 5. Voce del verbo percepire /

Si sa, quando meno sei accalappiato dalle cose da fare, tanto meglio i pensieri vengono a galla. E se poi ti cerchi anche un luogo che favorisce... Sulle rive dell’Adda, sotto quel salice imponente che struscia i suoi rami sull’acqua, don Santino il posto l’ha trovato. E alcuni tardi pomeriggi se li è presi, in quest’estate torrida che tutti descrivono con il verbo “percepire”. La percezione della realtà che non è la realtà: "sentono" tutti, uomini e donne, più caldo di quanto faccia. Così di dice, e si scrive. Con quale fondamento scientifico, don Santino non se lo spiega: se il termometro è a trentacinque, perché dovremmo soffrire a quaranta? Ma neanche tanto ci mette la testa. Che dicano e scrivano, al primo grosso temporale d’agosto si sarebbe tutto dissolto! Quello che gli rimbalza, è che su tanta parte della vita si usa ormai la percezione come strumento di interpretazione della realtà. (Molto parente, ma meno nobile, di quando si dice: "io la penso così" - con quella ostinazione che rivela l'assenza determinata di un ascolto delle ragioni opposte!). Fino a snaturarla, la realtà, o a caricarla di significati altri rispetto a sé. E’ successo a lui (ma a quanti altri?) di soffrire per un fatto colto in maniera esattamente contraria; e solo perché qualcuno ha deciso di credere più a una versione percependola come più attinente a sé, in barba alla verità dell’accadimento: usando filtri che lasciano scorrere solo ciò che si vuole per sé. L’accanimento terapeutico nell’uso della psicologia ha condotto a stravolgimenti dei propri vissuti in forza di soluzioni che accomodassero i sensi di colpa; qualcosa che quel nostro prete abduano ha sperimentato in certi colloqui con persone intente a cercare una via d’uscita da un passato da cui ricavavano solo frammenti negativi. Impedendosi il bene e la bellezza che pure si erano vissuti. Convincere che quel che è stato del proprio “improprio” passato è tutto cancellato per chi si abbandona alla misericordia del Signore, è da sempre  il suo punto forza; non esiste peccato, dice, che ci si debba trascinare per tutta la vita. Forse dovremmo tutti, e dice a se stesso don Santino, lasciarci accarezzare più spesso dalla brezza che scende dallo stormire di questo salice che ora mi mette in ombra. E che si descrive piangente: ma è la sua forza e la sua verità nel panorama della terra. E dunque occorre reagire, quando percepire è negarsi alla verità delle cose, dei fatti, delle occasioni. E delle relazioni: dell’amicizia e dell’amore. E della inseparabilità della felicità e del dolore. Accanirsi a vivere dentro la fatica della debolezza – senza lasciarsi liberare verso una gratitudine, sia pure segnata da imperfezioni – non è il Vangelo dei cristiani. Non è quello che tento di predicare, e che ho sperimentato personalmente come libertà. Se lo dice, don Santino, in questo tardo pomeriggio d’agosto, mentre l’ultima luce del sole ancora scavalca le sponde di questa valle del fiume.           12 agosto 2017

 4. Quando pensare è difficile, si smette di pensare? / 

Che il parroco succedutogli snellisse cose secondo se stesso; e portasse segni nuovi, e chiamate anche più risonanti, non gli è dispiaciuto: è saggio a sufficienza (anche se non lo direbbe mai di se stesso) per riconoscere che ogni uomo, anche il migliore, non sfugge a un certo irrigidimento sui propri schemi. Anzi, don Sandro è contento per il rinnovato brio che si era un po’ spento nei suoi ultimi anni di servizio diretto. Quando è stato colpito da un infarto, ha anticipato le sue dimissioni da parroco. Troppo serio per poter condizionare una comunità alle paure che quella botta gli ha portato, paure sconosciute prima, ma ormai annidate: normale reazione psicologica, gli hanno detto i medici. Ma lui non ci sta. Non che sia un prete poco coraggioso; anzi, ha superato se stesso in quella decisione: dopo dieci anni di condivisione di storie e di avventure evangeliche, in un popolo molto anticlericale e tuttavia disponibile a una sincerità della vita che aiutasse le verità dei giorni. Lasciare è stata una passione dolorosa. Lui, attivo e orante nelle misure giuste; lui, che si è fatto negli anni caldi della contestazione, leggendo molto, e osservando altrettanto: accogliendo e stimolando sempre i suoi collaboratori, preti e no, catechisti e no, a farsi luce, a darsi conoscenze. Ed essi glielo riconoscono: sono grati per le letture suggerite, e rimpiangono soprattutto Evangelizzare - irresponsabilmente fatta morire dagli editori -tra gli strumenti caldeggiati nei loro percorsi, preziosi per la crescita non solo spirituale ma culturale, e non solo per il compito di catechisti. Perciò, raccontano a don Sandro, non riescono a darsi pace. In parrocchia è stato fatto l’abbonamento ad una nuova rivista ritenuta più accessibile ai catechisti, quell’altra giudicata troppo difficile: dal nuovo parroco, naturalmente. Si è preso una balda schiera di giovincelli non ancor giovani (“è oggi l’imperativo categorico della nostra parrocchia”), e va bene; ma invece di insegnare loro leggendo insieme pagine di spessore, preparandoli nella fatica del deserto e dei pozzi da scovare, gli propina quelle schede precotte da cui ciascun sedicenne ricava l’impressione di essere capace subito, e di sapere tutto già: da solo. L’esatto opposto di chi si mette in ascolto: della Parola che si traduce in parole vive, con la fatica di chi si piega al discepolato del giorno e della notte. Quella cosa proprio don Sandro non la capisce. E ne soffre, per quei post-adolescenti non accompagnati, per quegli apprendimenti senza criticità. Per quella aridità che, non è difficile prevedere, intaccherà ogni pur desiderabile brio. E molto più a breve di quel che pensi il suo successore.                            6 agosto 2017 3. Le messe degli altri /

«Quella messa è la migliore di tutte; cambio chiesa per andarci». Con qualche excusatio non petita, e qualche sfumatura di linguaggio, don Luisito se lo è sentito dire più di una volta, nella sua visita alle case. A parte l’orgoglio ferito; e a parte le scusanti peggiorative – una per tutte: “sa, non la tengono tanto lunga, e a me va bene perché non posso perdere troppo tempo”; o quell’altra per tutte: “lasciano fuori la politica, là, mentre voi siete un po’ schierati”. Don Luisito non è uno che li manda a quel paese, e buona notte a chi non ci sta; non ci dorme la notte, e – per quanto gli compete, dunque senza prevaricazioni sulle opere dello Spirito Santo – si chiede dove sta sbagliando. Un’ora o poco più di celebrazione domenicale gli pare il minimo di serietà, sul totale di una settimana; e il Vangelo letto dentro la storia gli sembra l’unica possibilità di non tradire l’incarnazione. Che possa essere stato qualche volta umorale, esige che lo si consenta alla sua umanità; o che le celebrazioni non sempre riescano con il buco di una ciambella riuscita, tra canti e gioiosità reciproche, lo si può tenere in conto nell’arco di un anno. C’è una cosa che gli riesce difficile accettare, anche se gli salta addosso come la spiegazione per eccellenza: la divaricazione tra domanda e offerta, tra appartenenza nella fede e gestualità religiosa senza interrogazioni. Lo vede nel conto del droghiere con cui ci si presenta a confessarsi nello stretto tempo prima della messa, ben lontano da un orizzonte che tocchi i confini dell’eternità. Lo legge nella riluttanza ad abbandonarsi alla Comunità nelle proposte che sono lì a rendere autentico il celebrare: l’avvertirsi, il formarsi, l’istruire una coscienza sull’oggi. Ma lo sente soprattutto sulla pelle nella giustificazione delle mediocrità riguardo all’umano, prima ancora che alla vita cristiana. E si sente spaventato: sono questi i discepoli? Non sarà che la parrocchia, nella sua pretesa di una compagnia per tutti, finisce per rassicurare i pigri e per scoraggiare gli alacri? Qualcuno, con cui si confida, lo conforta sui non pochi che vivono in modo bello, accanto a lui, il fatto cristiano; gli ricorda che le categorie di una parrocchia – compagnia di tutti – restano il poco lievito, il piccolo seme, e il chicco di grano; e non le adunate di piazza, e non il consenso acritico. Chi si allontana dalla tua messa, don Luisito, per trovare, dice, la misura giusta per sé, si interroghi su quale verità vuole per sé. Digli questo, e dormi la notte. Tanto, veglia lo Spirito su quel tuo parrocchiano, pigro o arrogante che sia; o, perché in ricerca sincera di sé, possa avere davvero bisogno di altra fonte.              29 luglio 2017 



2. Quando si dice vocazione /

 Da bambino faceva il lattaio. Nel senso che portava il latte ai clienti dei nonni contadini. Appena munto, ancora caldo, le sue labbra segnate da lattei baffi traditori. Latte buonissimo perché non pastorizzato, di mucche sane, che passavano il loro periodico check- up veterinario.  Dal secchio direttamente in bottiglia o in secchielli di latta: che fa storcere oggigiorno il naso, al solo sentirne parlare, ai fissati delle date in scadenza e delle confezioni sotto vuoto. Le famiglie normali se lo andavano a prendere, quelle influenti (!) se lo facevano portare. E così, verso il tardo pomeriggio, dopo il giornaliero rito della mungitura, partiva verso tre destinazioni. Prima dalla levatrice: abitava nella casa comunale, al quarto piano, praticamente in un sottotetto; poi dal prevosto: attraverso il grande parco, alla porta di servizio dove l’aspettava la Lucia, dolce ma senza parole; e infine alla villotta del dottore. Neanche tanto dopo quegli anni, si sarebbe chiesto quale immaginario, quelle giornaliere incursioni in vite così diverse, potevano aver scosso la sua preparazione al futuro. Ricordava di essersi chiesto, per le successive conoscenze, in che modo gran parte delle levatrici, come quella, fossero madri senza un marito. O perché un prete se ne stesse solo in una grande casa, che non poteva certo essere colmata dalla presenza di una domestica, per quanto discreta (o forse proprio per quello?). O perché, tra le tre, ciò che più lo attraesse, fosse la casa del dottore: certo per l’eleganza; o forse perché ci stava quella sua compagna di scuola, biondina, che sapeva invaghita di lui – ma lui le avrebbe presto preferita un tipo di ragazza del tutto diversa: non diafana come lei, ma bruna, del colore del frumento maturo, e, diversamente da lei, che metteva una distanza che ancor più allettava. Adolescenza! No, il dottore rappresentava quel sapere che in lui era una voglia: inspiegabile in un figlio di operai? o seminata dai bambingesù e dalle santelucia che fin dai sei anni erano libri? Ma il sapere era anche del prete; ma del prevosto era l’invisibilità proposta, l’angelo con cui allora parlava, custode dei suoi sogni e delle sue birbonate: ed era dunque cosa credibile. E proprio non fosse la levatrice a dare un segno di futuro? perché senza un uomo, lei che si prendeva tra le mani, per prima, la vita che pure nasceva per iniziativa di un uomo? Ancora oggi, don Lorenzo non saprebbe dirvi perché si è ritrovato prete. Perché c’è una eleganza del vivere, e un sapere che si nutre di visibilità per arrampicarsi sull’invisibile? O perché si vive la vita anche con un amore che non ha convivenza? Non sa. E tuttavia sa che dal fare il lattaio è venuto il qualcosa del suo oggi. Della serie: sono gli incontri che fabbricano la vita.     22 luglio 2017 

1. La fatica di chi si rimette a piantare /
 Alla fine gli tolse anche il saluto. Dopo avere in tutti i modi cercato di far prevalere la propria opposizione. Dopo essere stata persino in Curia, e aver scritto alla Soprintendenza, che si erano chiamate fuori per incompetenza rispetto all’oggetto. Dopo aver piazzato ragioni paraecologiche in tutti i vicoli del pettegolezzo. Dopo che il progetto di sostituzione era ormai divenuto realtà. Tra le sue ragioni non aveva certo lasciato posto a quelle vere: la sua casa prospiciente gli spazi interessati, e i dieci metri quadri altrui di cui si era impossessata per il proprio posteggio, come qualcuno le aveva rimproverato. Voleva che la grande ombra ancora continuasse per sé, nonostante le diagnosi di malattia che gli specialisti avevano ufficialmente decretato per quegli alberi. Diceva che ci si doveva pensare quando sarebbero caduti: sulla testa tua, ridacchiavano senza indulgenza i compaesani suoi. Ma può talvolta aver ragione la non-indulgenza? Don Enrico aveva capito che le ragioni dell’Ubolda non erano solo quelle meschine, dette o taciute. Erano uno stato d’animo che la questione delle piante confinanti rivelava solo in parte: la paura di vedere cambiati gli orizzonti. La paura di ricominciare da capo, ad aspettare che l’albero nuovo prendesse la forma del desiderio, la vastità delle fronde e l’ombra nuova. Inutile ribadire che questo era già avvenuto nelle generazioni precedenti: che sempre qualcuno che pianta accetta lo svolgersi delle cose. Uno stato d’animo che non era solo dell’Ubolda: più drammaticamente, investiva i campi più conformi al suo apostolato. Lo sentiva, don Enrico, in libri dotti, in articoli sempre più ossessivi nel difendere il passato liturgico, catechistico. Lo percepiva in certe sorde resistenze di alcuni parrocchiani all’individuazione di una nuova evangelizzazione. Quante sere aveva speso a convincere che la “nuova evangelizzazione” – che i papi venuti dopo Paolo VI hanno raccolto e rilanciato – non voleva dire nuovo Vangelo, ma nuovo modo di predicarlo a chi riteneva di conoscerlo, ma di fatto lo identificava con le formulazioni che i tempi passati si erano dati. Quante volte aveva ripetuto che la Tradizione della Chiesa non ha una data oltre la quale ci si stabilisce in uno stare, in un dire, e in un fare, ma che anche l’oggi è Tradizione. Certo che non si butta nulla degli edifici costruiti dalle summae teologiche: ma guai a chi rinuncia a riconsiderare i vani di abitabilità, ad aprire nuove finestre che immettano a nuove prospettive, ad abbattere steccati per fare di due un solo spazio. Quante volte l’avrebbe dovuto ancora ripetere?  15 luglio 2017

 mammona - Così, tanto per concludere le note sulla immagine di Chiesa che si rappresenta al mondo (ma è cosa concludibile? per adesso ...). O immagine che il mondo rappresenta in una sua parzialità, certo riprovevole, ma non toccando l’essenziale. Anche perché l’essenziale è comune all’una e all’altro: ed è il peccato del potere. Il peccato che Gesù ha descritto come alternativo a Dio. O l’uno o l’Altro. O mammona o Dio. E mammona non è solo traducibile con denaro. Anche: e nella Chiesa e per il mondo sembra essere uno dei tanti traguardi di una vita. Molto più: per la Chiesa è appunto il tesoro nascosto, quello che sta nel cuore dell’uomo, non rassegnato alla sua creaturalità, ma sempre alla ricerca del competere con Dio; e proprio nell’apparire del potere – che si veste sontuosamente ed opera scorrettamente per difendere privilegi non scritti nel Vangelo. Li avrete sentiti certi liturgisti sospetti e alcuni giovani preti dire che le casule da duemila euro sono a gloria di Dio? o che poter duellare con uguali stampi con i governi è per difendere il regno di Dio? o che riconoscersi gerarchicamente attraverso titoli è assimilare sulla terra troni dominazioni principati e potestà (!), e così prepararsi alle grandi sorprese angeliche del paradiso? Un potere sulle anime, che nei secoli ha prodotto guasti teologici che hanno condotto a scismi e a dichiarazioni di eresie. E un potere che si è avvalso di strumenti umani, usati nella finanza con le stesse scorrettezze del mondo. Per una immagine così, che riempie riviste e schermi televisivi, come pensate che si possa ancora mostrare il vero volto della Chiesa? Che è un volto di peccatori, innanzitutto. E da dire senza vergogna: non nascondendo su piedistalli la pochezza degli uomini che sono stati chiamati a custodire l’integrità evangelica, in se stessi prima ancora che predicando agli altri? E poi è una comunità che nel suo piccolo (non è forse il piccolo resto, e sue immagini non sono forse il granello di senape e il pizzico di sale?) sta a fare da trasparenza al Salvatore del mondo. Ma, appunto, senza la sobrietà, Lui non lo si fa intravedere. I due preti che il papa ha finalmente riconosciuto come veri, sono stati mazzolati proprio perché ribelli (ma sempre ubbidientissimi) a una Chiesa che non si sentiva attratta dai lontani o non si teneva lontano dai mezzucci per attirare i figli dei poveri. E con don Mazzolari e don Milani ha riconosciuto anche quei preti che hanno imparato da loro a vivere il Vangelo: restando peccatori, ma credendo fermamente che senza una rivoluzione dell’immagine ecclesiale, il Vangelo sarebbe stato sotterrato sotto bar d’oratorio, e incoerenze varie. Nel loro piccolo, i preti di dopo hanno anche loro pagato in diffidenza: anche se il vento del Concilio ha spazzato via almeno l’apparenza dell’aperto rifiuto. Ma non la sostanza. So di preti che non sono stati ammessi all’episcopato per quelle diffidenze. E di altri che vescovi sono diventati, dopo una accurato esame di fedeltà alle gerarchie, esame cui si sono per tutta una vita ben preparati: poi, come si dice tra gli ecclesiastici, ciò che lo Spirito santo non fa nelle nomine, lo recupera dopo. Che non so se, a cose fatte, non sia un tentativo di consolarsi, come la pioggia che inzuppa una sposa. Perché poi, in un mediocre circolo vizioso, saranno vescovi, magari puri della purezza angelica - e dunque di chi non ha corpo, ma essendo terrestri, non sarà che gli mancherà con il corpo anche una certa anima? - vescovi che non sapranno dire parole nuove al proprio popolo e a coloro che hanno sacramentalmente designato a guidarne le varie porzioni. Vescovi che non san dire che l’immagine di sobrietà è essenziale per i preti: non ho né oro né argento ... ma per poter continuare con quel ma che segue, occorre davvero aver rinunciato a oro e argento. A qualsiasi mammona che abbia radici nel potere. Voi non siete principi: lo ha detto il vescovo di Roma, papa di carità universale, ai cinque nuovi eletti nel concistoro dell’altro ieri. Ma l’avranno ascoltato quei venerandi che li hanno preceduti, e a cui è stato detto sicuramente - perché è scritto nel rito - che la porpora di cui si sarebbero vestiti era il segno di una disposizione al martirio? O si saranno turbati, perché si davano certamente disposti al martirio, ma sempre pensando che il loro sarebbe stato un martirio da principi? Dunque spogliazione. Dunque sempre più Zagarolo. Sempre più le periferie di Bozzolo e di Barbiana. (E anche voi pensate che a una vera immagine di Chiesa occorra portare qui la salma di un papa? Io no. Anzi.)  30 giugno 2017


spogliazione -  Una Chiesa che ha bisogno di divise, è quella di Cristo? Scrivo per le perplessità suscitate dall’ultimo DaQui. Tanti preti (e diaconi e vescovi) pensano che la spogliazione sia un pericoloso avvicinamento al protestantesimo. Quelli che - delle schiere sparse uscite dalle grida di Lutero - hanno soprattutto sofferto per l’iconoclastia che si è soprattutto, per loro, identificata con l’assenza di stendardi, piviali, e palandrane dei vari ordini equestri, oltre che dai bottoni rossi degli ecclesiastici insigni, da esibire nelle processioni. Quello che rimpicciolito per mancanza di fedeli, ormai, potete vedete nelle celebrazioni del Corpus Domini che si svolgano in città o nelle parrocchie di provincia, dove non siano state sostituite da un diverso e intelligente nuovo modo di intendere la presenza del Signore. (Ancora non rimpicciolito a Gandino? Ma lì è folclore e orgoglio di un passato, quando la ricchezza di panni che uscivano verso terre non globalizzate ancora non era un ricordo). Processioni in piccolo: perché a onta di chi vuol far sopravvivere manifestazioni astoriche, mette in strada un drappello di devoti che vanno dai bambini di prima comunione –  comandati - al piccolo resto di suore e di già figlie di Maria, oltre ai nostalgici incanutiti che, chissà perché, non richiamano i più giovani. Un passaggio che nasconde il Signore eucaristico dentro le apparenze di un potere che riesuma i cortei principeschi. E che suscita tenerezza, che è la cifra di bambini e di vecchi. Ma è questa la Chiesa nata dalla Pentecoste? E se qualcuno si scandalizza ancor più per queste righe, e ce ne sono, non è perché a cinquecento anni dal ribelle agostiniano non se ne è imparata la lezione, certo distinguendola dalle deviazioni? Che consisteva in un richiamo alla essenzialità dell’annuncio evangelico? Dietrich Bonhoeffer, il grande martire cristiano di professione luterana, in una delle sue lettere dalla prigione scriveva che povertà, spogliazione, nudità sono indispensabili per poter accogliere l’Altro, il Signore. Noi abbiamo una concezione diversa? Eppure nell’esercizio della Via Crucis Gesù spogliato delle sue vesti non è lì accidentalmente: è Cristo reso visibile dalla comunità in spogliazione. L’esatto opposto dell’immagine che si dà della Chiesa: che non è quella vestita di oro e di stoffe preziose, e non può assimilarsi alle sfilate di passerella alla Pitti (per quanto la moda ecclesiastica che si vorrebbe mantenere, e che rimprovera Francesco papa di non apprezzare, è ferma a pizzi e merletti di cui vestivano appunto i maschi dei tempi di Versailles; se non a “nuove” casule, che s’avvicinano molto ai pareo di origine esotica, in barba al simbolismo dei quattro colori liturgici). Deporre le vesti: era un atto penitenziale, un riconoscere che altro è richiesto ai discepoli di Cristo. Chiedere dunque che si depongano tutti i rossi non liturgici; quelle cappe magne che qualche cardinale si ostina ad indossare nonostante siano state abolite già dagli anni settanta del secolo scorso; e quei titoli di eccellenza ed eminenza che stridono alle orecchie di chi non vi vede né paternità né fraternità; e una abolizione di quel promoveatur ut amoveatur - che è chiaramente un segno di disistima, ma che ha portato alcuni a diventare persino cardinali: tutto questo (e altro) potrebbe finalmente contribuire a dare alla Chiesa l'immagine non di una organizzazione terrena, ma di una profezia. Poiché la spogliazione che si chiede non tocca, chiaramente, il vestire a festa per incontrare il Signore, la domenica e pure nella festa del Corpus Domini: ma è vestire nella sobrietà che essa sola rende solennemente provocatorio il passo sulle strade di un mondo indifferente. Un mondo ripiegato su di sé, un mondo senza Dio perché si è fatto dio a se stesso. È questa la buona stagione per non ripiegare sul passato: vivere il presente è riconoscere la storia che si fa oggi, gli uomini che oggi chiedono di potere distinguere i rumori dai suoni. Anch’io, quando tutto un paese era dentro quello snodarsi tra le case, mi sentivo spinto dal Noi vogliam Dio suonato dalla banda municipale. Ma oggi potrebbe essere il rumore che copre il suono delle parole evangeliche: un suono non enfatico, e dunque vero, della verità che ogni cuore di uomo cerca. Zaccheo, per vedere Gesù, è salito su un albero: alla ricerca di un senso per la sua vita. Qualcuno gli deve aver detto che Gesù passava di là. Per cercare il Signore, bisogna averne sentito parlare e avere un’idea di dove lo si possa trovare. Queste processioni infiocchettate, e così poco partecipate, se non sono precedute da altro, che contro-testimonianza potrebbero dare agli zaccheo di oggi?  15 giugno 2017 

lento, svelto - “Lo ha costretto al passo lento, a ridurre la velocità. Ne ha imbrigliato la leadership vorace, che stritola tutto. Le immagini di The Donald, l’uomo dal passo svelto, dagli scatti in pubblico, il presidente precipitoso che tutto ritiene una zavorra da cui liberarsi, che lentamente percorre i saloni del Palazzo apostolico fino alla Sala del Tronetto e la soglia della biblioteca privata dove lo attende Francesco, sono un messaggio esplicito. L’antichissimo protocollo vaticano previsto per le visite ufficiali ha dominato Trump: i gentiluomini di Sua Santità in frac lo hanno stretto nel loro passo contemplativo e la camminata è diventata metafora, allegoria allusiva, parabola della pazienza che la Chiesa insegna come virtù cardinale e alla quale neppure uno come Trump può sottrarsi. Il suo macchinone nero e superblindato ha perso l’abbrivio con il quale ha attraversato la mattina romana, appena varcato «il Perugino»: motore al minimo, attento alle strettoie e agli angoli aguzzi e angusti dei palazzi vaticani fino al cortile di San Damaso. Lui, lesto e zelante smanettatore della politica fulminea gestita via social con tweet roventi che rottamano cose e persone in un baleno, avrà capito la lezione che gli ha riservato, inconsapevolmente beffardo, il protocollo vaticano e la sua millenaria regìa? Dentro vi è nascosto un valore pedagogico, secondo il quale la pura frenesia, soprattutto in politica e ancor più in quella estera, spesso rischia di portare a risultati disastrosi     ( ... )”. Nel bell’elzeviro di Alberto Bobbio, che è il vaticanista per il giornale bergamasco, uno spunto che è più di un avviso per naviganti: una lettura che sa partire da quel che avviene in un certo momento e in un certo luogo per prolungarsi su quel che il futuro potrebbe essere in quel luogo ampio che è il mondo: se non si innesca il passo giusto. Così la cosa che lui e noi abbiamo visto il mattino dell’incontro di Francesco con il presidente statunitense, è diventato uno sguardo per molto più di quel che la tv ha trasmesso. Ed è bello che, il giorno dopo, si siano potute leggere parole che nella trasmissione non si sono ascoltate: perché non dette. E dunque grazie al vaticanista nostrano, che è buono come il salame bergamasco: nostrano appunto. Perché se un appunto gli si può fare, nella piccola enfasi che non poteva mancare alla sua penna per quell’avvenimento, è sull’aggettivo contemplativo attribuito al passo dei cosiddetti “gentiluomini di Sua Santità”. A me, mentre aspettavo impaziente che quella processione si risolvesse in una corsetta (o almeno in un passo “umano”) è venuto in mente tutt’altro che una contemplazione (ma si sa, io son poco ecclesial-romantico, al dire dei più che mi conoscono): ricordate il marchese del Grillo di Alberto Sordi? E il suo saltello che fa inclinare pericolosamente la sedia gestatoria? Così, tanto per fare un dispetto a quel papa che non gliene passava una? Un corteo di Sediari pontifici con il loro frac viola, e i Gentiluomini in frac nero, tutti con diversi collari d’oro, a segnare il passo di una Chiesa che non c’entra nulla con il mondo. Perché non c’entra nulla con il passo del Vangelo. Finché il Vaticano sarà uno stato, dovrà anche seguire le regole di rappresentanza proprie degli stati? Ma chi l’ha detto? Il cambiamento – che i sani di coscienza evangelica si augurano, in sintonia con Francesco papa - nasce dall’immagine nuova che ci si dà. E da un nuovo linguaggio. E la Chiesa che si insedia nelle periferie non può essere segnata dal passo di quei signori (arrivati lì per benemerenze che non sono, tra l’altro, sempre trasparenti – per non ricordare la destra che non deve contare sul bene della propria sinistra). Se per Trump vale la lezione della lentezza, per la Chiesa occorre ormai un passo sollecito: perché i poveri d’anima si stanno moltiplicando; e perché il Vangelo non può e non deve seguire le regole fatue del mondo. Già in Santa Marta si è in gran parte metaforicamente creato quel Zagarolo che da sempre auspico. Ma si potesse fare un saltello decisivo!:  i monsignori per carriera depongano le vesti che non siano quelle dell’innocenza meritataci giorno per giorno dal Salvatore; e non più vescovi che non abbiano un popolo di cui condividere profumi e miasmi; e il popolo di Dio, quello minuto, abiti le celebrazioni in San Pietro al posto di nobilume di varia estrazione. Un Vaticano trasformato in Zagarolo: sii benedetto Morselli, tu agnostico, per averci indicato la possibile via di una purificazione. 27 maggio 2017  

  vecchiaia - “Gira in zona da qualche giorno, pioggia o sole. E siccome piove spesso, perché aprile è il più crudele dei mesi, ma anche questo maggio non scherza, è spesso zuppo e fangoso. ...  Sembra che guardi nel vuoto. Fa così da quattro giorni. E smette di piovere. No, ricomincia. Beh, è uguale”.  Riprendere questo pezzo di un bel romanzo giallo, potrà sembrare fuori luogo; e un po’ lo è. Perché lì il soggetto è un barbone, che non è un anziano, ma potrebbe esserlo. E perché qui non si parla di chi ha una scarpa da cui occhieggia un dito, né è inavvicinabile per un odore malefico. È un uomo degno: pulito e in ordine, come sono tutti i pensionati italiani. O quasi. Ma, pensione vuol dire vecchiaia. E non tutti la vivono allo stesso modo. La pena di certi giovanilisti, la conoscete, no? Non hanno i pantaloni alle ascelle (ma ormai neppure gli altri), ma poco manca che vestano con il cavallo sulle ginocchia. Se - mettendola in battuta, ma non tanto – ti scusi di certe dimenticanze e dici che è l’età, ne hai reazioni diverse: condiscendenti di chi qualche anno in più di te ce l’ha, indispettite di chi è solo un po’ meno vecchio di te. Perché? Perché oggi la vecchiaia non è la benedizione che la Bibbia augura: è uno spettro da tenere fuori casa, fuori dalla vita. Perché vecchiaia è solitudine? un po’ lo è, soprattutto per chi non ha una figliolanza, o, se ce l’ha, si è dileguata dentro le proprie preoccupazioni. Perché vecchiaia è fragilità? e dunque uno scarto?: sì, rispetto all’andare e al fare frenetico di questo mondo che ci siamo fabbricati, dal boom economico del secolo scorso ad oggi, in una frenesia sempre più aggressiva. Perché non è social? pur avendo imparato molto della tecnologia, dal ciclostile ad alcool della sua giovinezza all’uso intelligente dell’online, il su di età si rifiuta di cascare nei meandri virtuali delle relazioni: è convinto che nulla si comunica con Facebook  o WhatsApp. Se comunicare è qualcosa di diverso dall’informare su cose materiali; se scende dal principio di comunione - eucaristica, perché no? – relazione che appunto va a toccare l’anima e non solo orecchi od occhi. Solo così di un vecchio sano, benché messo nell’angolo, si può dire che sembra guardare nel vuoto, ma vede. È vero:con l’avanzare del tempo si perde qualcosina. Ma, se egli si accetta, vede dal profondo dei suoi anni: che sanno di profezia se appena appena, nell’attraversare la vita, ha conservato una libertà dal sentire di massa. Questo toccare l’anima che è relazione di corpo e di spirito, la tecnologia non potrà mai realizzarlo. E chi crede a questa favola, si confonde, e si svia dalla realtà: che è l’incontro. Di persona. E lì, davanti a te. L’amicizia, di qualunque tonalità, si sfigura nella lontananza. E non può prendere figura sul più sofisticato smartphone. E ora vengo alla vostra prevedibile obiezione: c’è vecchiaia e vecchiaia. E l’imbarazzo di certa vecchiaia. Non nascondo la testa sotto la sabbia: quelle sedie in circolo nelle Rsa, quegli sguardi assenti, quelle movenze incontrollate... e il giusto timore che ti possa toccare. È questa forse la spiegazione di quel voler rallentare il pensiero di ciò che sta avvenendo a chi supera la soglia dell’ormai diversamente adulto? Un timore giustificato: ogni volta è una lite tremenda col Padreterno, che da questa parte del mondo non confesserò mai come un peccato: glielo confesserò faccia a faccia, quando sarò al suo cospetto (e già mi aspetto un suo sorrisino ironico di fonte alla mia fede presbite). E non ci litigo solo ora, ma da sempre: perché non gli anticipi l’incontro con Te? perché li lasci qui a turbarci? Appunto. A turbarci: a richiamarci che non si vive da giovani tutta la vita, come se la vita fosse tale perché giovane. Ma si vive tracciando sguardo su quel che la vita, qui, non può dare: Lui. per desiderarlo, anche dal profondo di una infermità sgradevole.   15 maggio 2017


diritti
- Andare a scuola con una pistola nello zaino? Con la Georgia, salgono ad una decina gli Stati degli usa in cui gli studenti possono portare pistole negli zaini. Tra questi, Texas, Colorado, Idaho, Kansas, Mississippi, Utah, Wisconsin e Oregon. Insieme ai luoghi di lavoro, nel corso degli anni licei, college, università, se non quando le scuole elementari, sono stati il teatro di stragi, uccisioni di massa, o anche singoli omicidi, compiuti per lo più da ragazzi. Alcuni di questi massacri sono diventati tristemente famosi. E nonostante il loro impatto emotivo sull'intero paese, non sono riusciti a modificare le leggi sul possesso delle armi. Dal 1990, sono state più di 250 le vittime di sparatorie nelle scuole americane, quasi 180 dal 2000. Le vittime devono essere moltiplicate: decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di parenti, compresi quelli dei killer, le cui vite vengono devastate. Nonostante, il nuovo presidente assicura alla lobby americana delle armi da fuoco che questo diritto non sarà mai toccato. E dunque: di che si parla, da noi, della facoltà di sparare di notte sì e di giorno no? purché ci sia un evidente pericolo di restarci secchi? Legittima difesa: da sempre, e  non solo nelle leggi costituzionali degli Stati, ma anche nei manuali di teologia morale è inteso come principio. Appunto come principio. Ma il tema dovrebbe essere: armarsi tutti per l’eventualità di una aggressione, sconfigge o amplia il pericolo di soccombere? E poi: già che il principio è riconosciuto negli ordinamenti legislativi, per che cosa questa nuova legge? Per accontentare una destra che in ogni menù mette più di un pizzico di paura misto a odio? E dunque per una manciata di voti, che assicuri il posto fisso a politicanti di molta bassa lega? Ed eccola qui la pancia del popolo bue - come altri scrittori osano sfidare il politically incorrect, chiamando per nome il clima che prepara i venti fascisti. La concorrente al soglio presidenziale francese, dicendosi cattolica (alla santanché, per intenderci) difende il suo diritto di criticare il Papa “che fa bene a chiamare alla compassione”, ma essendo egli stesso un sovrano, non deve intromettersi 
negli affari degli altri stati. Ha o non ha un diritto? Per dei sovranisti dovrebbe essere facile la soluzione, se non peccassero all’origine (il loro peccato originale) della sovranità che si nutre di opposizione, e non di condivisione. Ma a proposito di diritti, il cardinal Hummer racconta: “quando io, sul sagrato di San Pietro, quattro volte ho visto, ai funerali di due Papi e all’insediamento di altri  due, che da una parte eravamo noi (cardinali e vescovi), dall’altra i rappresentanti dei governi (parecchi notoriamente atei e alcuni che si professano cristiani ma che forse sarebbe meglio se si professassero atei), mi domandavo che tipo di religiosità è questa. E sognavo il giorno in cui, per una manifestazione di questo genere, vedremmo là il popolo delle borgate romane, che hanno diritto di trovarsi col loro vescovo alla fine o all’inizio della sua missione”. Il diritto del popolo romano, contro l’immagine del sovrano papale a triregno: una bella scossa, forse quella che definitivamente riconsegnerebbe Pietro al suo mandato evangelico. Un diritto che insedierebbe il servizio, e non la potenza, e la carità come risposta a tutte le violenze del mondo, contro ogni presunto diritto alla violenza per rispondere all’aggressione. Perché armarsi prepara la guerra: sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle chiese: i fatti di cronaca ormai quotidiana son lì ad avvertirci. Noi, i cristiani – come quelli vessati dall’Egitto alla Siria - si risponde con la frusta della parola, la stessa di Gesù, per ridare all’altro una primaria percezione della sua dignità: “Perché mi percuoti?”. E non con un colpo di pistola, che ne annienterebbe la possibilità di quel pentimento che gli spalancherebbe le porte del Dio crocifisso.   6 maggio 2017


lievito
- S’aveva ragione. Questo modo toscaneggiante sta danzando da alcune ore, dentro. Che forse non sarà bello, secondo un ascetico-correct. Ma se ne prenda atto. Qualche scritto fa, citavo don Milani a cinquant’anni dalla morte. Ora è un papa che dice cose che hanno segnato il mio essere prete, dalla lettura clandestina di quelle Esperienze Pastorali che capovolgevano fin dagli anni cinquant’anni il modo di essere chiesa  in Italia. Un modo subito bersagliato dai Gesuiti della Civiltà Cattolica, la rivista papale per eccellenza; ma poi guardato sempre con sospetto da preti del recinto e dai loro contubernali, in chi ha tentato negli anni un essere prete che non passasse da biliardini e salamelle varie: cose che illudono ancora oggi, accanto alle adunate oceaniche così distanti dall’attenzione piccola ma personale della canonica di Barbiana. S’aveva ragione: e non perché adesso anche un papa lo dice. S’aveva ragione per quella essenzialità del vissuto evangelico che esce dagli schemi mondani: gli schemi del numero, del voler contare, del proselitismo religioso senza fede. La fede, che è cosa più grande di una aderenza che “s’accontenta”; e che alla fine nulla spartisce con dettami di contenimento morale sui quali si giocava un trattenere nel recinto, e non quella libertà dalla legge che ammazza l’uomo. Ma, si sa, la vita della chiesa va avanti per secchiate. A questa rivalutazione – sempre più vero il detto che prima l’istituzione ecclesiastica fa martiri e poi li mette sugli altari – fa da contraltare quella “apertura” del quotidiano Avvenire al movimento del vaffanday che è il trionfo dell’antipolitica, del populismo, del giustizialismo e del qualunquismo. Esattamente l’opposto dell’accoglienza, della razionalità, e della corresponsabilità. Ora, linciare il direttore di quel giornale per una scivolata non è lecito (anche se, caro direttore, ha scandalizzato parecchi di noi, e si è reagito buttandola in ironia): ha scritto e detto cose egregie negli anni, e ha dato al suo lavoro un indirizzo sicuramente onesto. Fino ad ora. Ma adesso? Ancora si rifanno gli errori di appoggiare i possibili vincitori del momento? Già successo nel recente passato, 
con il conductor delle olgettine. Possibile che sia così difficile accettare di essere il piccolo resto, quel lievito e quel pizzico di sale che dà sapore? Insomma, è così difficile accettare di essere diversi?  Secchiate calde e fredde: dicono, non so, sia il metodo svedese per la buona salute. Beh, i cristiani - quelli che tentano di esserlo con coerenza rispetto alla fede nel Risorto, e perciò non stanno rigidi dentro regole che hanno fatto il loro tempo, tempo pur buono s’intende, ma tempo che deve lasciar posto all’oggi della vita – i cristiani possono ben sperare: di queste secchiate son pieni i loro giorni. Vengono da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso. Ecco perché si sta comunque nella chiesa, anche quando è evidente che non sa cavalcare la vita, quando si trincera dietro una legge naturale che per essere assoluta dovrebbe essere ormai del tutto conosciuta: e non è così, dato che ogni giorno e ogni uomo svela qualcosa di nuovo di sé, continuamente. Ci si sta – per usare un’espressione di don Milani – non solo perché si ha bisogno del perdono dei peccati, che solamente la Chiesa assicura attraverso gesti e parole che si conficcano nella persona; ma perché il cambiamento lo realizzano solo quelli che stanno dentro, e non quelli che fuggono da porte di servizio. Dentro questa Chiesa delle contraddizioni resistono in molti, e senza poi tanto affanno. Sperano comunque che le uniche contraddizioni da inseguire siano quelle evangeliche, e non quelle ecclesiastiche. Perché è già fatica accettare, nella propria fragilità, il Vangelo sine glossa del Signore.    24 aprile 2017

 Pasqua - È oggi il 14 di Nisan, aprile per noi: un pomeriggio dal sole ammalato, con un foschia che impedisce di arrivare con lo sguardo alla corona degli Appennini che in giornate terse conforta chi sta qui, su questa collina coltivata a vigneto fin dall’anno mille. È il giorno di quella Pasqua ebraica che si è vista rivoluzionare la sua unicità. Da allora, il racconto non sarebbe più stato, per molti, il ricordo della liberazione dalla schiavitù per un popolo che desiderava una propria terra, e una propria storia. Per molti da allora si sarebbe ricordata un’altra liberazione; e da allora, per molti, si sarebbe avviata un’altra storia. Su un monticciattolo appena fuori Gerusalemme, viene inchiodato Dio: nella complicità del potere religioso e del potere civile, si proclama che non c’è posto per chi pretende una visione del mondo fondata sulla dignità delle persone, e non della legge. Si crocifigge l’immagine di un Dio del tutto irregolare rispetto alle proprie accomodate costruzioni. Ci si libera di un Dio che ha preteso di essere uomo. Sanno quelli della mia generazione a che cosa si era ammaestrati fin da piccoli sulla forma di Dio: un essere perfettissimo, onnipotente e onnisciente... Tanto perfettissimo da essere irraggiungibile. Per questo mi è successo tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso – a giovani preti, che appena usciti dal Seminario erano convocati mensilmente per un accompagnamento in una novità non facile per la loro nuova vita – di avvertire per quella tentazione di ridurre a un “gesuismo” la loro catechesi. Un Gesù senza un Dio in lui: certo di più facile accesso a chiamate religiose, ma pericolosamente lontano dalla fede. È sempre stato difficile, e lo è tutt’ora, coniugare un Dio di misericordia con un mondo d’inferno: dove il male sembra avere la meglio. Perché l’onnipotenza di Dio si è consegnata sulla croce, in Gesù. Annientandosi di fronte alla libertà dell'uomo. Bonhoffer, un cristiano impiccato nei lager nazisti, ci avrebbe ricordato che la croce è “la misura della distanza che c’è tra Dio quale è e il dio che ci vogliamo immaginare”. E dunque “solo un Dio debole può salvarci”.  Che non è una cosa tanto digeribile. Eppure sapere di un Dio che si consegna a noi, che piange con noi, che chiede di essere consolato, Lui, come vogliamo noi essere consolati, è il Dio di quella compagnia che già nella sua forma trinitaria dice una condivisione di tutto se stesso. Chiamandoci allo stesso stile di condivisione. Quel 14 di Nisan la liberazione prendeva una strada nuova, non più in fuga da carri e faraoni. Con un Dio che finalmente si accosta a noi, che non vive perfettissimo, altrove dalla nostra connaturata imperfezione. Un  Dio che si consegna, il nostro, senza nulla toglierci del nostro scegliere la vita. Pagando con noi il prezzo di fallimenti; esultando con noi quando finalmente l’amore ci afferra e ci slancia. Nella notte in cui fu tradito, proprio quella notte avviene l’irreversibilità della memoria: prende un calice di vino, e dice che sarà ormai il suo sangue la nostra salvezza. Dello stesso vino che sgorgherà da queste viti in sboccio, in questo aprile pasquale; vino, che con il pane - frutti di terra e delle fatiche umane - ogni giorno del Signore deponiamo tra le antiche pietre di questa abbazia: per esserci restituito in umanità e divinità inscindibili, per la certezza che la nostra speranza non sarà delusa.   14 aprile 2017