Mercoledì 23 Agosto 2017
 libri da rileggere
C'è un tempo per tutto; e il tempo dell'estate si presta a rileggere i libri della memoria; qui alcuni titoli che si mettono in comune: non saranno stati i vostri?  lasciatevi prendere dalla curiosità. e troverete forse nuove trivellazioni dello spirito. 
Di Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, ed Einaudi, pagg 345. Per decenni venne considerato fulcro essenziale delle Memorie di Adriano il giovane e bellissimo Antinoo e la felicità dei sensi, l'amore e il passaggio dall'appagamento alla stanchezza, il suicidio rituale di Antinoo e la conseguente disperazione dell'imperatore, la divinizzazione dell'amato, l'incolmabile vuoto. Eppure nelle Memorie di Adriano non era certo una storia d'amore il fine dell'autrice. L'attualità di questo libro, al di là della rievocazione storica e delle riflessioni sapienziali, sta proprio nel senso di una fine che è cominciata nel secondo secolo dopo Cristo, che si è riprodotta nei grandi drammi del Novecento e che forse riviviamo anche oggi. “È certo possibile dire  che ci troviamo davanti a un tentativo, forse tra i più concentrati ed estremi, di narrazione esperienziale, e quindi di meditazione interiore spirituale e filosofica”.   Il miracolo di padre Malachia, di Bruce Marshall Ed  Jaca Book, Pag 247_ Il protagonista Malachia Murdoch, un vecchio benedettino scozzese,  si è appena lanciato in una sfida temeraria contro un ministro della Chiesa riformata. Pubblicato in Inghilterra nel 1931, resta uno dei tornanti del pensiero cristiano: miracoli, sì o no? Ma la fede è nel successo o nel nascondimento?

   ll potere e la gloria, di Graham Greene, ed Mondadori ----  La religione non odora sempre di santità. Anzi. La vocazione del prete del romanzo di Greene nasce dalla voglia di diventare ricchi e rispettati, di occupare un posto in società e di essere desiderati e resi necessari dagli altri, anche soltanto perchè una donna ti ferma per strada per baciarti la mano in segno di rispetto. La religione non solo non é pura e disinteressata ma é anche inestricabilmente legata al peccato.  Lettura che lascia il segno e stimola la meditazione su importanti scelte di vita. E' un classico che, a distanza di decenni dalla sua pubblicazione, riesce a colpire sempre. 

  George Orwell, La fattoria degli animali. È un romanzo satirico del 1945, ambientato in una fattoria dove gli animali, stanchi dello sfruttamento dell'uomo, si ribellano. Dopo aver cacciato il padrone, decidono di dividere il risultato del loro lavoro seguendo il principio «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Il loro sogno fallisce perché i maiali, gli ideatori della "rivoluzione", prendono il controllo della fattoria, diventando sempre più simili all'uomo, finché non diventano peggio dell'uomo stesso. Una parabola degli animali politici che tentano la rivoluzione, oggi: e già si vede che partendo da sé, e non dalla saggezza della storia, finiranno per arrivare a sé. E dunque sconfiggendo ciò per cui si sono dati.

 IL FIGLIO INTERROTTO, di Andrè Miquel. Non è un romanzo. È il diario tenuto da un padre registrando la malattia per cancro del proprio figlio. Una scansione di giorni che diventa una scansione di vita. rileggerlo (o leggerlo per la prima volta) mette di fronte all’enigma dell’amore genitoriale per una crescita che si sa sarà interrotta. E dunque al drammatico tema della imponderabilità degli sforzi per trattenere quanto è chiamato altrove. Una parabola che si addice alla vita quando – ed è sempre – chiama a un interruzione. Ed Sei, 1971, pagg 148 

 I santi vanno all'inferno, di Gilbert Cesbron, Massimo Editore, pp. 336 ---  Romanziere francese del ventesimo secolo di ispirazione cattolica, Cesbron in questo romanzo racconta dell'impegno dei preti operai nella periferia parigina. Il protagonista, Pietro, sceglie infatti attraverso la sua condizione di prete operaio di predicare il Vangelo nella banlieu parigina Sagny, un posto dimenticato che non si trova neanche sulla cartina geografica di Parigi. L'autore usa un linguaggio molto efficace per descrivere la rassegnazione delle famiglie che vivevano in periferia. Si veda, ad esempio, la disperazione di Paoletta, che pensa di abortire perché non può sfamare un altro figlio. Anche se il nome della periferia di cui si narra è pura invenzione, alcuni personaggi del racconto sono realmente esistiti: come il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, che si fa accompagnare a bordo di una vecchia utilitaria per visitare i sobborghi di Parigi e comprendere una realtà distante da quella più confortevole della sua residenza vescovile. Il romanzo fu pubblicato (1982) durante una vivace polemica, in ambienti ecclesiastici, nei confronti della figura del prete operaio, ma nel romanzo non si vuole entrare nel merito di questa scelta: quello che si vuole invece evidenziare è lascelta sempre attuale di tutti quei religiosi che scelgono di vivere in maniera umile accanto a chi vive ai margini della società per realizzare nella loro vita la predilezione di Cristo per i poveri e testimoniare una religiosità non fatta di formalismi ma più vicina alla persona. Questo romanzo è stato infatti citato e fonte di ispirazione nel tempo per tanti preti che hanno voluto portare la propria testimonianza di fede a contatto con la gente, vivendo il Vangelo per strada e non nel chiuso di una Chiesa. Molto interessante per capire lo spirito del romanzo è la nota finale nella terza edizione da parte di Padre Voillaume, in cui si evidenzia lo spirito del libro che testimonia il desiderio di una religione più vicina alla gente, dove appunto dice che il libro “avrà fatto qualcosa di buono se riuscirà a convincere il cristiano che la carità di Cristo lo sollecita a sorpassare in sé i limiti di separazione, conseguenza dell'appartenere a questo o quell'ambiente, che si oppongono all'unione degli uomini e alla diffusione del regno di Dio sulla terra”.

 

Il Vangelo
secondo santa Marta
  129. Dio non solo sceglie e si rivela ai piccoli; egli chiama i piccoli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi: io vi darò il ristoro”. Si rivolge a coloro che sono i più piccoli per le sofferenze, per la stanchezza. E i “grandi” non sono chiamati?  Il cuore di Gesù è aperto per tutti, ma la voce i grandi non riescono a sentirla perché sono pieni di se stessi. Per ascoltare la voce del Signore occorre farsi piccoli. 

 128. Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso? 

  127 - All’intercessione di Sàulo, si affidino nella preghiera le persone rigide che ci sono nella Chiesa, sia i rigidi onesti come san Paolo, che hanno zelo, ma sbagliano; sia i rigidi ipocriti, quelli della doppia vita, quelli ai quali Gesù diceva “fate quello che dicono, ma non quello che fanno”. Alcuni di questi sono onesti: che crescano sulla strada della mitezza. 

 126 - La chiusura, la resistenza allo Spirito Santo avviene attraverso anche quella frase che chiude sempre, che ti ferma: “È sempre stato fatto così”. Ma questo modo di fare uccide: uccide la libertà, uccide la gioia, uccide la fedeltà allo Spirito Santo che sempre agisce in avanti, portando in avanti la Chiesa. Come posso io sapere se una cosa è dello Spirito Santo o è della mondanità, dello spirito del mondo o è dello spirito del diavolo?. con il discernimento.

  125 - La Chiesa che ha condannato il razionalismo, l’illuminismo», è anch’essa caduta in una teologia del “si può e non si può”, “fino a qui, fino a là”, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito. Chiediamo al Signore questa esperienza dello Spirito che va e viene e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione delle concretezze della fede. 

 124 - Il Vangelo è proclamato sempre in cammino: mai seduti, sempre in cammino, sempre. Uscire, dunque, per andare dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo. Così i cristiani sono chiamati a uscire per annunciare, e anche in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore: non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori.  

123. Dio, per mezzo del profeta Baruc, rimprovera il popolo che non ha costanza, non sa aspettare, si è pervertito, non ha tardato ad allontanarsi dalla via che “io avevo loro indicato”, si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo dio”. Invece l’Altro, l’hanno dimenticato. Ecco che Dio, tramite il profeta, dice al cuore di questo popolo: “Voi state sempre cercando un altro dio”. Perché il Signore quando parla, parla forte, e ci dice delle cose forti. 

122. Gesù dice poche cose, poche cose. Dice: ‘Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei’. E alla peccatrice: ‘Io non ti condanno. Non peccare più’. E questa è la pienezza della legge, non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia. Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia”. 

121. I senzatetto, i nuovi poveri senza soldi per l’affitto, i disoccupati e i bambini che chiedono l’elemosina — guardati male perché appartengono a «quell’etnia che ruba» — sembrano ormai far parte del “panorama della città”. Proprio come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta. E vengono trattati con la stessa indifferenza, come se non esistessero, come se la loro situazione fosse persino normale e non arrivi a toccare il cuore. Ma così si scivola dal peccato alla corruzione a cui non c’è rimedio. Il nostro cuore ci tradisce se noi non stiamo attenti, se siamo pigri nel giudizio.

 120.Questa è la realtà di Dio: Dio fatto Cristo, Dio fatto carne e questo è il fondamento delle opere di misericordia, perché le piaghe dei nostri fratelli sono le piaghe di Cristo, sono le piaghe di Dio, perché Dio si è fatto Cristo. E non possiamo vivere la Quaresima senza questa seconda realtà: noi dobbiamo convertirci non a un Dio astratto, ma al Dio concreto che si è fatto Cristo. Quando ci allontaniamo dalla verità delle piaghe del Signore, ci allontaniamo anche dall’amore, dalla carità di Dio. 

 119.Il cammino di Gesù, lo si vede chiaramente, è il cammino dalla casistica alla verità, dalle regole alla misericordia. E a quelli che volevano metterlo alla prova, chiedendogli che cosa è più importante in Dio, giustizia o misericordia?, Gesù dice che è un pensiero malato, che cerca di uscire. Non sono due cose separate, ma una sola cosa. In Dio, giustizia è misericordia e misericordia è giustizia. Il Signore  ci aiuti a capire questa strada, che non è facile, ma ci farà felici, e farà felice tanta gente.

 118. Il Signore ci dia la grazia della “santa vergogna” di fronte alla tentazione dell’ambizione che coinvolge tutti, anche la comunità ecclesiale. Il desiderio di essere più importanti ci spinge verso la strada della mondanità. Saper chiedere la grazia di vergognarci, quando ci troviamo in queste situazioni. Gesù capovolge infatti quella logica: ricorda ai Dodici “che se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti” e prende un bimbo e lo mette in mezzo a loro. Ci dia il Signore la grazia della semplicità di un bambino.

 117. Dio ci ha dato la regalità: è un re, l’uomo. È quello che domina. Così lo vuole il Signore: non lo vuole schiavo, lo vuole signore. E cosa comporta questa signoria? Comporta il compito di portare avanti il Creato, comporta un lavoro. Come lui ha lavorato nella creazione, ha dato a noi il lavoro, ci ha dato il lavoro di portare avanti il creato. Non di distruggerlo; ma di farlo crescere, di curarlo, di custodirlo e farlo portare avanti con frutto. 

 116. Il vestito del cristiano deve essere cucito con «memoria, coraggio, pazienza e speranza» per resistere anche alle piogge più intense senza cedere e restringersi. È proprio dal «peccato della pusillanimità» — ossia «avere paura di tutto» e diventare «anime ristrette per conservarsi» — che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina 27 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta, ricordando come Gesù stesso abbia ammonito che «chi vuol conservare la propria vita, senza rischiare e appellandosi sempre alla prudenza, la perderà».

 115. L’autorità di Gesù è un’autorità umile, è in una dimensione di servizio, tant’è che egli consiglia lo stesso ai suoi discepoli: “I capi delle nazioni le opprimono, ma tra voi non sia così. Il più grande sia come quello che serve: si faccia il più piccolo; e quello sarà il grande”. Al contrario dei dottori della legge, che avevano una psicologia da principi, non di servizio: noi comandiamo, voi obbedite. Gesù, invece, mai si è fatto passare come un principe: sempre era il servitore di tutti e questo è quello che gli dava autorità.

 114. Il Padre sempre ha cercato di avvicinarsi a noi, ha inviato suo Figlio. Stiamo aspettando, aspettando in attesa gioiosa, esultanti. Ma il Figlio non è entrato nel gioco di un certo clericalismo ancora presente nella chiesa: il Figlio è andato con gli ammalati, i poveri, gli scartati, i pubblicani, i peccatori e — è scandaloso — le prostitute. Anche oggi Gesù dice a tutti noi e a anche a quelli che sono sedotti dal clericalismo: “I peccatori e le prostitute andranno avanti a voi nel regno dei cieli”.

 113. Occorre chiedere la grazia della memoria, perché è proprio dell'amore sempre avere sotto gli occhi i doni tanto belli che abbiamo ricevuto, guardare la storia, da dove veniamo, i nostri antenati, il cammino della fede. E questa memoria ci fa bene, perché rende anche più intensa questa vigilante attesa verso il Natale. Fare di ogni tempo una tappa della vita per dare gioia, saggezza, speranza. 

112. Per incontrare il Signore «che viene e verrà», bisogna avere cuori grandi ma atteggiamento da piccoli, andando avanti con la gioia degli umili che sono consapevoli di essere continuamente sotto lo sguardo del Signore. È questo lo stile di vita richiesto a ogni cristiano.
111. Il denaro è il signore che può rovinare la nostra vita e ci può condurre a finire la nostra vita male, anche senza felicità, senza la gioia di servire il vero Signore, che è l’unico capace di darci la vera gioia: sia data a tutti, preti e fedeli, la grazia della povertà cristiana, la grazia di questa povertà di operai, di quelli che lavorano e guadagnano il giusto e non cercano di più.  110. Ci sono cristiani che non si accorgono quando bussa il Signore. Ogni rumore è lo stesso per loro. E non si accorgono del Signore che bussa e dice: “Sono io, non avere paura. E voglio entrare, stare con te, fare cena con te. Cioè, fare festa, consolarti. Non con la consolazione del tepore, quella che non serve; ma con la consolazione della fecondità, di farti andare avanti, di dare vita agli altri. Apri".

109. Questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi, Gesù che prega per me. Perciò ognuno di noi può dire: “sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me, è davanti al Padre e mi nomina”. Ecco, dunque, la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera. 

  108. “Le parole sulla inutilità del servo ci rivelano le intenzioni e le azioni del tuo Figlio Gesù. che è venuto per servire e non per essere servito. Egli era talmente colmo di te, o Padre, che la sua “servitù” non si dava pensiero alcuno riguardo alla sua importanza o alla ricompensa. Donaci vivere un amore gratuito: che non si misuri mai da ciò che ne ha in contraccambio”.  
107. Oggi Dio continua a piangere — con lacrime di padre e di madre — davanti alle calamità, alle guerre scatenate per adorare il dio denaro, a tanti innocenti uccisi dalle bombe, a un’umanità che sembra non volere la pace. Dio si è fatto uomo per poter piangere. E ci farà bene pensare che nostro Padre Dio oggi piange: piange per questa umanità che non finisce di capire la pace che lui ci offre, la pace dell’amore.

106. Cosa è il regno di Dio? Qualcuno potrebbe pensare che sia una struttura tutta ben fatta, con tutto in ordine e organigrammi ben fatti. Occorre non incorrere nel “fissismo”, la rigidità. a legge è per “camminarla”. E anche il regno di Dio è in cammino. E non solo il regno non è fermo, ma, di più, il regno di Dio “si fa” tutti i giorni. Qual è l’atteggiamento che il Signore chiede da noi, perché il regno di Dio cresca e sia pane e abitazione per tutti? È vivere la docilità. 

 105. Voglio dirvi di guardare sempre avanti, guardate sempre l’orizzonte, non lasciate che la vita vi metta muri davanti, sempre guardare l’orizzonte. Sempre avere il coraggio di volere di più, di più, di più… con coraggio, però, allo stesso tempo, non dimenticarsi di guardare indietro all’eredità che avete ricevuto dai vostri avi, dai vostri nonni, dai vostri genitori; all’eredità della fede, quella fede che ora voi avete nelle vostre mani per guardare avanti. 

  104. «Padre» è la parola che non può mai mancare nella preghiera, perché è «la pietra d’angolo» che «ci dà l’identità cristiana». Se si aggiunge anche la parola «nostro», ecco che ci possiamo sentire tutti parte di «una famiglia». E così riusciamo anche a «non sprecare parole» o a cercare «parole magiche», ma a vivere fino in fondo la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato — il Padre nostro appunto — soprattutto quando ci invita a saper perdonare gli altri. 

 103. Ci sono regole chiare suggerite da Gesù per non cadere nell’ipocrisia: non giudicare gli altri per non essere a nostra volta giudicati con la stessa misura; e quando ci viene la tentazione di farlo, è meglio guardarsi prima allo specchio, non per nasconderci con il trucco ma per vedere bene come siamo realmente. Ricordando che l’unico vero giudizio è quello di Dio con la sua misericordia. 

 102. Dio è Padre che ci dà proprio l’identità di figli. E quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito. Nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito. “Padre” che è la parola che Gesù usava nei momenti più forti. Quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini”; o piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”.  Senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire Padre, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole.

101. il modo in cui accompagniamo la malattia racconta il nostro modo di amare   (al giubileo dei disabili) 


100. Le donne coraggiose che ci sono nella Chiesa sono come la Madonna: donne capaci di affrontare tante avversità, tanto dolore, donne che curano gli ammalati... Coraggiose: si alzano e servono, servono. In loro 101
si riconosce il segno cristiano del servizio. E, poiché chi non vive per servire, non serve per vivere, ne viene l’importanza dell’atteggiamento del servizio nella gioia. Una gioia che, comunque, richiede anche mortificazione, cioè non scegliere di fare solo quello che ci piace.  

99. Le ricchezze sono buone ma sono relative. E infatti il Signore loda Salomone per aver chiesto non ricchezze ma la saggezza del cuore per giudicare il popolo. Le ricchezze, dunque non sono una cosa assoluta. Alcuni credono in quella che è chiamata la “teologia della prosperità”, cioè Dio ti fa vedere che tu sei giusto se ti dà tante ricchezze. È un errore: anche il salmista dice: “Alle ricchezze non attaccare il cuore”. A tale riguardo Gesù parla di “servire”: non si può servire Dio e le ricchezze; sono opposte. In se stesse sono buone, ma se tu preferisci servire Dio, le ricchezze vengono in secondo piano: al giusto posto». È l’episodio evangelico del giovane ricco che Gesù amò, perché era buono: ma attaccato alle ricchezze,  queste alla fine per lui sono diventate catene che gli hanno tolto la libertà di seguire Gesù. 



98. Il cristiano non anestetizza il dolore, neppure quello più grande che fa vacillare la fede, e non vive la gioia e la speranza come fosse sempre carnevale. Ma trova il senso della sua esistenza nel profilo della donna che partorisce: quando nasce il bambino è talmente felice da non ricordare più la sua sofferenza. Ed è proprio quello che fanno la gioia e la speranza 
insieme, nella nostra vita, quando siamo nelle tribolazioni, quando siamo nei problemi, quando soffriamo. La gioia umana può essere tolta da qualsiasi cosa, da qualche difficoltà. Ma questa gioia che il Signore ci dà, che ci fa esultare, ci fa innalzare nella speranza di trovarlo, questa gioia nessuno la può togliere, è duratura. Anche nei momenti più bui.


 97. Dalla Pentecoste in poi il protagonista della Chiesa è lo Spirito Santo: è lui che muove tutto, che aiuta a essere forti nel martirio ma anche a vincere le resistenze che possono emergere all’interno della stessa comunità cristiana. È la storia di un cammino, percorso dalla Chiesa dalle origini fino ai giorni nostri. Una strada che, sin dalle prime discussioni fra gli apostoli, è stata segnata da alcuni atteggiamenti: riunirsi, ascoltarsi, discutere, pregare e decidere con lo spirito Santo. È la strada della sinodalità, nella quale si esprime la comunione della Chiesa che è opera dello Spirito. 


96. Lungo la strada della vita gli uomini non camminano mai soli, e saper fare memoria della presenza di Dio accanto a loro li aiuta capire che la salvezza non è l’evento di un momento, ma una storia che si dipana giorno per giorno, tra cose buone ed errori, fino all’incontro finale. Tutto ciò ci fa pensare che l’annuncio di Cristo, la salvezza di Cristo, questo dono che Dio ci ha dato, non è una cosa di un momento e niente di più: è un cammino! 

Fare memoria di tutto il cammino – delle cose belle e dei rifiuti alla sua chiamata - perché la memoria ci avvicina a Dio.  

 

 
95. Sono due le persecuzioni contro i cristiani: c’è quella «esplicita» — e il ricordo va ai martiri uccisi a Pasqua in Pakistan — e c’è quella educata, travestita di cultura, modernità e progresso che finisce per togliere all’uomo la libertà, anche all’obiezione di coscienza. La vita dei cristiani va avanti con queste due persecuzioni. Ma anche con la certezza che il Signore ci ha promesso di non allontanarsi da noi: “State attenti, state attenti! Non cadere nello spirito del mondo. State attenti! Ma andate avanti, Io sarò con voi”. Così la storia della Chiesa va avanti con i suoi martiri. Perché la Chiesa è la comunità dei credenti, la comunità dei confessori, di quelli che confessano che Gesù è Cristo: è la comunità dei martiri. 


94. La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio non guardando l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio; lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. Occorre chiedere al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, 
fare la via crucis, leggere la bibbia; e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio.


93. La speranza, è quella virtù umile, quella virtù che scorre sotto l’acqua della vita, ma che ci sostiene per non annegare nelle tante difficoltà, per non perdere quel desiderio di trovare Dio, di trovare quel volto meraviglioso che tutti vedremo un giorno. E ogni giorno è un bel giorno per riflettere su questo: lo stesso Dio che ha chiamato Abramo e lo ha fatto uscire dalla sua terra senza sapere dove dovesse andare, è 
lo stesso Dio che va in croce per compiere la promessa che ha fatto. Egli, ha proseguito il Papa, è lo stesso Dio che nella pienezza dei tempi fa che quella promessa divenga realtà per tutti noi. Quello che ci dà pace nei brutti momenti, nei momenti più bui della vita, è sempre la speranza. 


92. Il barbone morto di freddo a Roma, le quattro suore di madre Teresa uccise nello Yemen, le persone che si ammalano nella terra dei fuochi, i profughi abbandonati al freddo: “Signore, io non capisco, non so perché accade questo, ma io mi affido a te”. È una bella preghiera, l’unica possibile ed è fatta propria anche dai genitori di tanti 
bambini disabili, affetti da malattie rare. Davanti alle tante “valli oscure” del nostro tempo l’unica risposta possibile è affidarsi a Dio che, ricorda la Scrittura, “non lascia mai solo il suo popolo”. Signore, insegnami ad affidarmi alle tue mani, ad affidarmi alla tua guida, anche nei momenti brutti, nei momenti oscuri, nel momento della morte, io mi affido a te perché tu non deludi mai, tu sei fedele. 


91. Noi uomini siamo tanto nervosi e quando una cosa non va bene, strepitiamo, siamo impazienti. Invece Dio ci consola: Stai tranquillo, ne hai fatta una grossa, sì, ma stai tranquillo; non temere, io ti perdono. E così ci accoglie in tutto, anche con i nostri errori, i nostri peccati. Proprio 
questo significa quanto si ripete nel salmo: “Il Signore è misericordioso e grande nell’amore”. Così noi siamo piccoli. Lui ci ha dato tutto. Ci chiede soltanto le nostre miserie, le nostre piccolezze, i nostri peccati, per abbracciarci, per accarezzarci. Per salvarci.  



90. Il primo passo verso la corruzione: ottenere il potere. La corruzione è un peccato più facile per tutti coloro che abbiano qualche potere, sia potere religioso, economico, politico. E il diavolo ci fa sentire sicuri: “Ce la faccio io”. C’è un momento dove la nostra situazione è tanto sicura e siamo ben visti e abbiamo tanto potere, tanti soldi, tante cose: è allora che il peccato smette di essere peccato e diventa corruzione. Il Signore sempre perdona. Ma una delle cose più brutte che ha la corruzione è che il corrotto non sente il bisogno di chiedere perdono. Peccatori sì, Signore, siamo tutti, ma corrotti mai! chiediamo questa grazia.


89. Il santo re Davide è santo dopo una vita lunga costellata da vari peccati. Davide fu santo e peccatore. Un uomo che ha saputo portare avanti il popolo d’Israele ma anche un uomo che aveva le sue tentazioni e commise peccati. Fu anche un assassino» che, «per coprire la sua lussuria, ha comandato di uccidere. È vero, ma è anche vero che quando Dio ha inviato il profeta Natan per mostrargli la violenza compiuta, riconosciuto il suo peccato. Commuove la vita di quest’uomo e fa pensare alla nostra. Infatti, tutti noi siamo stati scelti dal Signore nel Battesimo per essere santi; eppure, leggendo la storia di questo uomo — un percorso che incomincia da un ragazzo e va avanti fino a un uomo anziano — che ha fatto tante cose buone e altre non tanto buone, ci f pensare che nel cammino cristiano, nel cammino che il Signore invita a fare, non c’è alcun santo senza passato, e neppure alcun peccatore senza futuro. 

 


88. Sono tre, in particolare, i tesori dai quali Gesù mette in guardia a più riprese. Il denaro, la vanità, il potere. Un cuore libero è un cuore luminoso, che illumina gli altri, che fa vedere la strada che porta a Dio. È un cuore luminoso, che non è incatenato, è un cuore che va avanti e che anche invecchia bene, perché invecchia come il buon vino: quando il buon vino invecchia è un bel vino invecchiato! Viceversa, il cuore che non è luminoso è come il vino non buono: passa il tempo e si guasta di più e diventa aceto. Pregare perché ci dia il Signore questa prudenza spirituale per capire bene dove è il mio cuore, a che tesoro è attaccato il mio cuore. E ci dia anche la forza di “scatenarlo”, se è incatenato,  perché divenga libero, divenga luminoso e ci dia questa bella felicità dei figli di Dio, la vera libertà.  


87.  L’esperienza dei Magi ci insegna a guardare il cielo per scoprire e seguire come loro la luce di Gesù. L’esperienza dei Magi ci esorta a non accontentarci della mediocrità, a non ‘vivacchiare’, ma a cercare il senso delle cose, a scrutare con passione il grande mistero della vita. E ci insegna a non scandalizzarci della piccolezza e della povertà, ma a riconoscere la maestà nell’umiltà, e saperci inginocchiare di fronte ad essa.  


86. La pace, che Dio Padre desidera seminare nel mondo, deve essere coltivata da noi. Non solo, deve essere anche conquistata. Cominciamo in quest’anno ad aprire il cuore, risvegliando l’attenzione al prossimo, a chi è più vicino e ha bisogno. 
All’inizio dell’anno è bello scambiarsi gli auguri. Rinnoviamo così, gli uni per gli altri, il desiderio che quello che ci attende sia un po’ migliore. È, in fondo, un segno della speranza che ci anima e ci invita a credere nella vita.  


85. Il Natale è un avvenimento che si rinnova in ogni famiglia, in ogni parrocchia, in ogni comunità che accoglie l’amore di Dio incarnato in Gesù Cristo: solo Lui, solo Lui ci può salvare. Solo la Misericordia di Dio può liberare l’umanità da tante forme di male, a volte mostruose, che l’egoismo genera in essa. La grazia di Dio 
può convertire i cuori e aprire vie di uscita da situazioni umanamente insolubili.  Dove nasce Dio, nasce la speranza. Lui porta la speranza. Dove nasce Dio nasce la pace. E dove nasce la pace, non c’è più posto per l’odio e per la guerra. 

84. Quando mi trovo con una persona che ha questa virtù della speranza ed è in un momento brutto della sua vita — sia una malattia, sia una preoccupazione per qualcuno della famiglia, sia qualsiasi cosa — ma ha questa virtù, in mezzo al dolore ha l’occhio penetrante, ha la libertà di vedere oltre, sempre oltre: questa è la speranza, è la profezia che oggi la Chiesa ci dona: ci vuole donne e uomini di speranza, anche in mezzo a dei problemi. Perché la speranza apre orizzonti, la speranza è libera, non è schiava, sempre trova un posto per mettere a posto una situazione. 

83. La Chiesa sempre — sempre! — subirà la tentazione della mondanità e la tentazione di un potere che non è il potere che Gesù Cristo vuole per lei. Gesù non dice: “No, non si fa questo, fatelo fuori di qui”; ma “Voi avete fatto un covo di ladri qui!”. Quando la Chiesa entra in questo processo di degrado la fine è molto brutta. Molto brutta! Ecco perché
ci farà bene pregare per la Chiesa, pensare ai tanti martiri di oggi che, per non entrare in questo spirito di mondanità, di pensiero unico, di apostasia, soffrono e muoiono. Oggi! E ricordando che oggi ci sono più martiri nella Chiesa che nei primi tempi, ci farà bene pensare a loro, e anche chiedere la grazia di non entrare mai in questo processo di degrado verso la mondanità che ci porta all’attaccamento ai soldi e al potere. 

82. Una volta Gesù ha detto: “Non si possono servire due padroni: o Dio o le ricchezze”. E la guerra è proprio la scelta per le ricchezze: “Facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse”. A questo proposito «c’è una parola brutta del Signore: “Maledetti!”, perché lui ha detto: “Benedetti gli operatori di pace!”. Dunque coloro che operano la guerra, che fanno le guerre, sono maledetti. Oggi questo mondo non è un operatore di pace. E mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita.

81.L’atteggiamento di Gesù è includere. Ecco che ci sono due strade possibili: la strada dell’esclusione delle persone dalla nostra comunità e la strada dell’inclusione. E la prima, anche se a livello limitato, è la radice di tutte le guerre: tutte le calamità, tutti i conflitti incominciano con un’esclusione. Così si esclude dalla comunità internazionale, ma anche dalle famiglie: fra amici, quante liti! Invece la strada che ci fa vedere Gesù, 
e ci insegna Gesù, è tutt’altra, è contraria all’altra: includere. Chiedere la grazia di essere uomini e donne che includono sempre — sempre! — nella misura della sana prudenza, ma sempre. Non bisogna mai chiudere le porte a nessuno ma essere sempre col cuore aperto. E dire “mi piace, non mi piace” ma tenendo comunque il cuore aperto. 

80. Il perdono di Dio non è una sentenza del tribunale che può mandare assolti per insufficienza di prove. Nasce invece dalla compassione del Padre per ogni persona. E questa è precisamente la missione di ogni sacerdote, che deve avere la capacità di commuoversi per entrare veramente nella vita della sua gente. Dio ha compassione; ha compassione di ognuno di noi; ha compassione d
ell’umanità e ha mandato suo Figlio per guarirla, per rigenerarla, per ricrearla, per rinnovarla. La compassione di Dio è mettersi nel problema, mettersi nella situazione dell’altro, con il suo cuore di Padre. Dio ci perdona dal di dentro, perdona perché si è messo nel cuore di quella persona.

79. Tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore... Dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio, è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco? Sì, come la dà una madre, che senza timore, con la semplicità del martirio materno, concepisce nel suo seno un figlio, lo dà alla luce, lo allatta, lo fa crescere e accudisce con affetto. E' dare la vita. E' martirio.

78. Di quale virus parla Gesù? È l’ipocrisia di vivere, di agire, di parlare non chiaro, che si presenta in maniera ambigua. È un po’ come il serpente: si muove in una maniera che sembra non minacciare nessuno e ha il fascino del chiaroscuro. C’una seduzione del chiaroscuro,
della menzogna che alimenta la vanità: ma voi non abbiate paura. Siamo  confortati da quanto ci dice Gesù: «C’è un Padre. C’è un Padre che vi ama. C’è un Padre che ha cura di voi». Gesù ci rassicura: «Tranquilli, il Padre vi ama, vi difende. Abbiate fiducia in Lui. Non abbiate paura di queste cose». 

77. «Ma perché mi accade questo?», perché i malvagi sembrano essere felici mentre ai giusti le cose vanno sempre nel verso sbagliato? C’è la memoria di Dio per i giusti, per quelli che in questo momento soffrono, che non riescono a spiegarsi la propria situazione. Sì, la memoria di Dio è per quelli che, benché dicano “perché? perché? perché?”, 
confidano nel Figlio di Dio che ha il nome di Salvatore. Un nome difficile da capire, anche inspiegabile per la prova della croce e per tutto quello che Lui ha sofferto per noi. Ma un nome che è una promessa. 

76. Non guardare verso il basso nella propria autoreferenzialità, ma sempre verso gli orizzonti di Dio, che oltrepassano quanto noi siamo capaci di prevedere o pianificare. Vegliare pure su noi stessi, per sfuggire alla tentazione del narcisismo, che acceca gli occhi del Pastore, rende la sua voce irriconoscibile e il suo gesto sterile.
75. La capacità di dire che siamo peccatori ci apre allo stupore dell'incontro di Gesù Cristo, il vero incontro. Anche nelle nostre parrocchie, nelle nostre società, anche tra le persone consacrate: quante persone sono capaci di dire che Gesù è il Signore? Tante! Ma che difficile è dire sinceramente: 'Sono un peccatore, sono una peccatrice'. E' più facile dirlo degli altri. Quando si chiacchiera 'Questo, quello, questo sì...'. Tutti siamo dottori in questo, vero? Per arrivare a un vero incontro con Gesù è necessaria la doppia confessione: 'Tu sei il Figlio di Dio e io sono un peccatore', ma non in teoria: per questo, per questo, per questo e per questo...

iscorso di papa Francesco a conclusione del Sinodo

Mentdre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia? Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto. Sicuramente non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della Fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia. Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana. Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo. Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia. Significa aver cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini, in un momento storico di scoraggiamento e di crisi sociale, economica, morale e di prevalente negatività. Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri. Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori. Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile. Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi1 . E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo, per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane»3 . L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture4 . Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici. E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere. Cari Confratelli, l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule, delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). Significa superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16). Anzi significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27). In questo senso il doveroso pentimento, le opere e gli sforzi umani assumono un significato più profondo, non come prezzo dell’inacquistabile Salvezza, compiuta da Cristo gratuitamente sulla Croce, ma come risposta a Colui che ci ha amato per primo e ci ha salvato a prezzo del suo sangue innocente, mentre eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6). Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50). Il beato Paolo VI, con parole stupende, diceva: «Possiamo quindi pensare che ogni nostro peccato o fuga da Dio accende in Lui una fiamma di più intenso amore, un desiderio di riaverci e reinserirci nel suo piano di salvezza [...]. Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono [...]. Dio è buono. E non soltanto in sé stesso; Dio è – diciamolo piangendo – buono per noi. Egli ci ama, cerca, pensa, conosce, ispira ed aspetta: Egli sarà – se così può dirsi – felice il giorno in cui noi ci volgiamo indietro e diciamo: Signore, nella tua bontà, perdonami. Ecco, dunque, il nostro pentimento diventare la gioia di Dio»5 . Anche san Giovanni Paolo II affermava che «la Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice»6 . Anche Papa Benedetto XVI disse: «La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio [...] Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10)»7 . Sotto questa luce e grazie a questo tempo di grazia che la Chiesa ha vissuto, parlando e discutendo della famiglia, ci sentiamo arricchiti a vicenda; e tanti di noi hanno sperimentato l’azione dello Spirito Santo, che è il vero protagonista e artefice del Sinodo. Per tutti noi la parola “famiglia” non suona più come prima, al punto che in essa troviamo già il riassunto della sua vocazione e il significato di tutto il cammino sinodale8 . In realtà, per la Chiesa concludere il Sinodo significa tornare a “camminare insieme” realmente per portare in ogni parte del mondo, in ogni Diocesi, in ogni comunità e in ogni situazione la luce del Vangelo, l’abbraccio della Chiesa e il sostegno della misericordia di Dio!