Mercoledì 18 Ottobre 2017

Scioperi

Non è che la rivendicazione abbia dei risvolti strettamente religiosi. A meno che finalmente si condivida che ogni azione umana è sacra. Dunque rispettare insieme certi giorni li fa uscire dall’idea del riposo fisico, e li immette dentro il concetto della festa. Che è riabilitazione di tutto l’uomo. in sé e nella relazione. Rispettarli insieme, quei giorni: quello che non capita più a cassiere e operatori dei centri commerciali, aperti 361 giorni all’anno su 365 (e recentemente anche 24 ore su 24).  Non c’è più l’insieme ritmato sui sette giorni delle famiglie, e neppure della comunità in cui si abita. Avere il giorno di sosta dall’occupazione, quando gli altri sono altrove – a scuola, in ufficio, sui cantieri – quanto incide sul ritmo mentale e spirituale di una persona? Dunque la rivendicazione di questi giorni che chiede di chiudere tutti i supermercati a Pasqua, assume solo il valore di un segno: chiudere ma per aprirsi. Un giorno in più, ma restano gli altri cinquantacinque da reclamare. Soprattutto li dovrebbero reclamare i credenti cristiani, che di ogni domenica sono chiamati a fare una Pasqua. Un po’ difficile in una società ormai multi religiosa? Sicuramente ci potrebbe stare la rivendicazione del venerdì islamico, e del sabato ebraico: che sarebbe finalmente una soluzione rispetto a quel lavorare meno, ma lavorare tutti, che oggi sembra proporsi con forza; il che darebbe ben tre giorni settimanali alla festa: uno per camminare scoprendo il passaggio delle stagioni (quelle nuvole bianche di ciliegi in fiore che tappezzano questa collina di Fontanella!), un altro per contemplare da dentro il pulsare della vita, e un terzo per immergersi in una convivialità che superi le personali tribù. Utopia?  Se utopia è un ideale non destinato a realizzarsi sul piano reale, tuttavia ha una sua forza stimolatrice nei riguardi dell'azione politica, “nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti”.  La domenica come eversione rispetto a questa maniera di continuare a forgiare il mondo dentro cui ci costringono a stare; e per i cristiani, la domenica come scampo alla piattificazione della vita che li sta rendendo di forma pagana. In più occasioni ho ricordato quella saggezza dei primi discepoli del Risorto. Anche allora ci si sposava per amore, naturalmente. E l’amore, si sa, non ha confini, travalica etnie e colore e odore della pelle. Allora, forse con un po’ di differenza rispetto ad oggi (siete d’accordo?) c’era una visione della vita più profonda del pur importante apparire dell’amore. C’era il perché molto pronunciato generato da quello che si vive, andando: e dunque il discernimento rispetto alla meta. E quando succedeva che una ragazza si innamorasse di un pagano - bello, attraente, giudizioso, ma pagano, e dunque con la propria idea sulla vita le si faceva una semplice, indispensabile domanda: e non per impedire, ma per avvertire su quel che conta ancor più dell’amore per una creatura: quell’uomo, la notte santissima della Pasqua, ti permetterà di venire a celebrare la speranza della nostra vita?  e cioè l’amore donato che prende “nuova carne” risalendo dalla tomba?  e che poi è quello per cui siamo incamminati, sostenendoci l’un l’altro per non mancare l’arrivo? No, non è per questa Pasqua che oggi si minaccia uno sciopero. Ma sarebbe bello, oltre che giusto, che quei dipendenti che sono credenti, mettessero, nelle loro rivendicazioni, e primariamente, questa motivazione. Che è poi avvertire che si lavora per vivere, e non si vive per lavorare. A Pasqua, e in tutte le pasque settimanali: da celebrare insieme nell’intimità più vasta che Essa, che esse, pronunciano: per i cristiani, ma per tutti.  

Progresso

Un alunno del tempo felice che fu, mi ricordava in questi giorni alcuni cenni profetici (!) che spartivo negli anni ’70 del secolo scorso. Ai quintini si davano alcune indicazioni sull’essere cristiani e cittadini: capaci di parola e di presenza. Quando era facile prevedere che la funzione progresso – intesa nel malo modo del sole dell’avvenire che allora sembrava risplendere già eterno – avrebbe comportato quello che oggi sembra solo un iter di passaggio: la disoccupazione accentuata. Ma era facile prevedere, se ci si stava solo un poco a pensare il futuro, che la tecnologia avrebbe a poco a poco soppiantato la forza lavoro di uomini e donne. Lavorare per un periodo più breve, a parità di salario, era la prospettiva su cui la politica non ha saputo dare per tempo una vera risposta. E questo perché allora si pensava che progresso coincidesse con il progredire sempre, senza fermarsi: senza sostare a ballare un poco di più la vita. Senza aver coscienza che poteva, quel cammino bramoso necessitato dall’ideologia del consumismo, inevitabilmente comportare un precipitare. Anche afflitta, la generazione di allora, dal senso del dovere, certo; ma impediti di capire che la conoscenza sempre più accentuata di strumentazioni, poteva spalancarsi su un riprendersi il proprio tempo di vita. E in nome di quel tipo di progresso si è formata  una generazione di nullafacenti: senza lavoro, ma non senza discoteche, non senza occupazioni che intruppano o in bande criminali giovani e adolescenti in cerca di un proprio star bene; o in quelle bande di smanettatori social che intruppano nella democrazia dei creduloni. Quest’ultima banda fomentatrice della prima: perché crea aspettative che nulla hanno a che fare con lo stare al mondo da cittadini (per rimandare a capitoli ben più ampi dello starci da cristiani evangelizzati). E infatti: basta leggicchiare qualche paginata di Internet per credersi studiati. Mentre si è solamente saccenti: soprattutto là dove la verità è quella che scende da un capo al popolo che beve. Scatenando così le stagioni dello scontento, con quei capi che cavalcano il malcontento. Duecento olivi che vengono momentaneamente trapiantati, per permettere un’escavazione per un gasdotto – e che saranno ripiantati nello stesso luogo – sono sufficienti a mobilitare il governatore di una regione che per altro di olivi ne ha a milioni; e in barba alla possibilità di creare nuovi posti di lavoro: è il no per principio, il no ideologico, il no che non interessa il bene comune.  Eppure sarebbe vero progresso: quello che realizza per l’oggi il vissuto possibile. La verità che discende da capipopolo pescati in rete e seguiti nelle votazioni on-line o nelle urne, è questo che ci aspetta? Che ci siano scandali a corredo, autoritarismi da soviet in una nazione che pure si dice democratica, contraddizioni tra ruoli istituzionali e azioni di pura apparenza: la sofferenza di un cittadino normale è sopportare questa impermeabilità alla conoscenza, questa voglia di altro rispetto alla verità del tempo che viviamo. Di quel sapere nelle aule non sorde dell’Esperia, qualche alunno ne ha fatto un discepolato: da cittadini cristiani che in minoranza sanno dire il contrario, e si oppongono. E hanno fatto proprio quel compito che H. Cox ha affidato agli uomini pensanti: “L’uomo per sua natura non soltanto lavora, ma canta danza, prega, racconta storie e celebra”. Così sia per quanti, uomini e donne pensanti, vogliono davvero cambiare il mondo. Ma così sia per quelli che continuano a sentirsi cristiani pur opponendosi al Vangelo predicato in gesti e parole dalla grazia di un papa che è dato oggi. Opponendosi a un progresso evangelico che chiama a ridire il sacro là dove avviene veramente, e dunque nei segni sacramentali, si vorrebbe perpetuato il culto della personalità  - dai preti ai vescovi e al papa - che da secoli impedisce loro d'essere gli uomini che sono, con i bisogni e le fragilità da cui non sono esentati. Progredire è così ritornare sempre più profondamente nella essenzialità del Vangelo, che chiama a vivere tra il canto degli uccelli e il profumo dei gigli di campo.

la bella politica

Oggi in Olanda le prove generali di un futuro europeo, con la versione olandese della Brexit: si sfascerà l’unità di questo continente, che ci ha preservato da guerre per la presa di possesso di un fazzoletto di terra? Si rifaranno le dogane, e i confini nazionali, che alcuni muri dell’est stanno provando a costruire? Più che mai oggi è tempo di politica, e dunque di sconfitta dei politicanti: quelli che non hanno imparato nulla (ma non hanno mai voluto imparare) dalla storia degli ultimi decenni, dove avarizia, finanza di carta e ignoranza, hanno preso il sopravvento sulla buona politica. Perché la politica è bella. E non si dovrebbe più permettere a conduttori tv di vantarsi pubblicamente, e nel favore di trasmissioni loro affidate, di non andare a votare da anni, adducendo il disgusto per una politica sporca che li esimerebbe dall’essere cittadini. La radiazione dagli schermi? Perché no, fino a quando pubblicamente non si ravvedano. (Sento fischiare le orecchie: cos’è, il metodo cinese delle purghe? o dei gulag  sovietici? ma la democrazia non è assicurare a ciascuno di dire la sua?  - art 21 ecc ecc!- Eh, no; qui si allude – e chiaramente – a un direttore di telegiornale, che si è fatto fama ai suoi tempi di mitragliatore, ora ridotto a poco più di un  masticatore di patate e di battute; e di quella conduttrice che per anni ha imperversato passando da icona semidesnuda dello sport, al tempo che ormai fa dedicandosi a pubblicità di rosse scarpe. E cioè, persone che approfittano di una visibilità a cui purtroppo beve anche un pezzo di popolo politicamente analfabeta: ritagliandosi un angolo radical-rivoluzionario nel salotto ben pagato che comunque non lasceranno mai). Radiare chi lancia il sasso e nasconde la mano: un politico non dovrebbe più avere a che fare con gente che sobilla così: se è politico coerente, e non un politicante, appunto. La politica è bella: un mantra da proporre nelle scuole, a cui chiamare i migliori rapper perché lo facciano entrare nella vita degli adolescenti e dei giovani: che invece la vita la stanno trascorrendo dietro pifferai interessati al potere di sopravvivere al loro affogamento. Dire che i peggiori stanno acquistando coraggio, e con i nuovi personaggi alla Trump saranno sempre di più: interessati a sé, in populismi che del bene del popolo non hanno nulla: se non propinare circenses che distruggeranno il pane. E servendosi del panico indotto, facendo immaginare qualunque forestiero come un intruso nel proprio recinto.  E dimenandosi su quella balera-mattatoio – come l’ha definita un editorialista -  che è la rete. (Di oggi l’incredibile difesa di un certo grillo parlante, che rinnega se stesso come grillo scrivente: nella causa in giudizio che sta perdendo, dà mandato ai suoi avvocati di dichiarare che lui non c’entra nulla con quel blog che va sotto il suo nome e con cui ha dato il via e nutre un nuovo partito, imbastendo e cucendo le maschere di tutte le piazze urlanti da cui siamo rintronati!). La politica è bella, e non la si può affidare a personaggi come i Le Pen, e i loro epigoni anche qui da noi: che promettono referendum per uscire dall’Unione europea, e vogliono precludere ai musulmani l’ingresso nei Paesi, deportarli se commettono reati, trattare il Corano come fosse un testo nazista. La politica è bella: ma siamo qui a vedere come va in quella cartina tornasole che oggi è l’Olanda: la patria delle grandi libertà, fatta da un popolo da sempre considerato progressista e illuminato, esaltato anche e soprattutto da quelli che “là sì che sono civili?”. È il paese che ha prodotto il Catechismo olandese, ormai quarant’anni fa, quell’esperimento avanzato che fece discutere tutta la Chiesa cattolica locale sul nuovo modo evangelico per dire la fede: un paese di libertà anche religiosa. Ma sarà che oggi, nel cantone meridionale a prevalenza cattolica, dove Chiesa e miniere di carbone che un tempo assicuravano l’appartenenza, è cambiato tutto. E l’istinto di pancia prevale sull’intelligenza del futuro. A scapito, là e qui, della politica bella.

Errore umano

Lo si dice da subito quando cade un aereo e un treno deraglia. Per scoprire poi che, nel caso, è un guasto non previsto dai costruttori. E quando un uomo uccide la sua donna, o una mamma il suo bambino, si ricorre da subito alla pazzia: per poi scoprire che alcune atrocità avvengono nella lucidità delle persone. Lucidità malata, certo. Un errore nella natura umana. La supponenza che non accetta la fragilità, di qualsiasi natura, nega il mistero su problemi nuovi e complessi che s’affacciano oggi in modo inversamente proporzionale alle scoperte scientifiche e antropologiche. Capire sempre di più: questo il compito; e senza ammanicarsi con chi fa della autosufficienza l’unica regola di vita. Così, provate a dire che il caso Englaro è ben diverso da quei suicidi assistiti che avvengono al di là delle Alpi: troverete sempre un fronzuto radicale (non della radicalità del Vangelo, ma del partito dello zero virgola, quello appunto dell’iperindividualismo) quel radicale dall’ampia chioma e dalla parlantina untuosa, che ci vive di questo mestiere di accompagnatore oltre confine, che pontifica sulla inciviltà del nostro Paese rispetto a quelli “civilissimi” – e che son sempre gli altri, anche se hanno un livello di amoralità che noi, stolti, ci diamo da fare per raggiungerli. D'altronde, bisogna riconoscere che parte fa parte del carattere del nostro Paese: sempre pronto a recitare da ghibellino, purché nei paraggi vi sia qualcuno che sia guelfo. Confondere i piani: tra accanimento terapeutico e eutanasia ci sta l’abisso: e non sono stizze ecclesiastiche, come dicono i “felicemente senza dio”- e anche qualche prete che si è congedato dalla Chiesa, vedendosi, lui, spuntare un dente avvelenato da un proprio fallimento non riconosciuto. Non si tratta qui di paturnie religiose rispetto alla vita: l’etica del desiderio di autorealizzazione su tutto, perfino sulla gestione della vita, comincia dal disconoscere il vuoto di un fondamento comune. Voler diventare padroni dell’inizio della vita così come della sua conclusione;  volersi riconoscere signori della propria affettività nei compromessi matrimoniali – ben altra cosa dai diritti civili da riconoscere a chi imbastisce una relazione – conduce inevitabilmente al nichilismo. Leggere che la seconda causa di morte degli adolescenti, dopo gli incidenti stradali, è il suicidio - o che gli stessi adolescenti in percentuali già scioccanti si danno al gioco d’azzardo - non è il massimo per chi lavora per una società che non sia intrisa da sentimenti di morte. E non è una buona promessa di futuro. Del diritto di morir bene nessuno può dir male. Se ne sono avvalsi il cardinal Martini e il papa Woityla: un “lasciatemi andare” che è poi l’ingresso alla Vita da sempre creduta e sperata; e dunque ci si dia finalmente una normativa che apra alle volontà ultime di chi desidera sottrarsi a un prolungamento artificiale. Ma il darsi la morte non è un diritto. Il suicidio non potrà mai essere un qualcosa riconosciuto da una legge: esso appartiene alla sofferenza e alla coscienza di una insopportabilità che spetta solo a quella persona. Un grande rispetto, ma ben lontano da una connivenza. Solo la pietà non può mancare: la negazione del funerale a Welby è stato un errore tremendo della diocesi romana; e la giustificazione - per cui lo si sarebbe fatto diventare una pubblicità al suicidio - un peggioramento della decisione stessa (da dopo il Concilio, non sono stati forse ammessi a funerali cristiani tutti coloro che si sono tolti la vita?). La Chiesa deve, in nome del Vangelo, non lasciarsi frenare da presumibili strumentalizzazioni, quando di mezzo c’è la misericordia di cui dev’essere garante sempre. Capire il mondo, interpretarne le istanze e dare risposte: è una battaglia che si conduce dentro la Chiesa, non allontanandosene portando a scusa le sue manchevolezze e gli errori, nei secoli e attuali. Le battaglie si fanno sul campo, e non appartandosi sulla collina del proprio comodo conformismo. Siamo in un’epoca di smottamenti, non solo fisici: ci stanno derive che non conducono al bene, idee balzane e ipocrisie che fanno deragliare. Non si può negare una ambiguità della vita. Ma è una ambiguità da penetrare, con il discernimento di chi non si pretende onnisciente: neppure su se stesso. Sennò si diventa errore umano.

Benedizione

- Eh sì, scrivo quando ho qualcosa da dire, e che urge. E se raccolgo il lamento generoso di chi vorrebbe la mia tastiera più tastata, tuttavia non mi viene di affrontare una lettera (queste lettere che mando daQui) a scadenza. È una questione di correttezza nei confronti di chi legge, oltre che di intelligenza della vita. Perché le nostre parole siano benedette, occorre che siano veraci. Cioè, cordiali. E in ricaduta fruttuosa. Un condividere per una finalità: quella di crescere insieme nel vero nel bello e nel buono. E se talvolta gli strumenti possono essere violenti – come si fa ad imputare una disonestà senza usare le maniere forti, le parole forti? ci si ricordi delle fruste usate da Gesù al tempio – lo sono perché rinascano verità e bontà e bellezza. Che è poi il senso di quel benedire di cui le parole, sacre e profane, vogliono essere fonte di gioia. Chi non accetta la correzione, non accetta la benedizione. Lo dice il Salmista: e quanto potrebbe ora ricordarlo agli insensati che mettono a ferro e fuoco il mondo: bombardano, schiavizzano, violano i più elementari diritti umani. In forza della forza: dimenticando che il dare la vita è vincente, non toglierla. O potrebbe, il Salmista, ricordarlo a quanti nella Chiesa hanno scambiato la bellezza per l’estetismo, il vero per le proprie irrigidite convinzioni, e il bene con il legalismo farisaico. Per gli uni e gli altri – ma in questi giorni anche a quanti nello Stivale stanno inseguendo se stessi, cavalcando le tigri del popolarismo più becero, o inventandosi scissioni che non portano ragioni – per tutti, anche per me, valgono queste righe di Albert Einstein: “Non pretendiamo che le cose cambino, se facciamo sempre la stessa cosa. La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dalle difficoltà nello stesso modo che il giorno nasce dalla notte oscura. E’ dalla crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. ...  La vera crisi è la crisi dell’incompetenza”. La stessa cosa che facciamo è ripetere il peggio che già si è visto nella storia: le ragioni altrui. Meno arroccamenti su definizioni che vogliono descrivere Dio nella Trinità, e non ci sarebbe stata la scissione degli Ortodossi; un po’ meno di arroganza del potere, e un po’ più di ascolto, e Lutero ora sarebbe un santo della chiesa cattolica; e meno supponenza di preti e di vescovi – quelli che l’arrampicarsi nei ruoli ne han fatto una virtù ecclesiastica - riconoscerebbe come benedizione il tempo evangelico che ci è stato riaperto dall’avvento del nuovo papa. Ma lo stesso per la convivenza umana: arroccamenti, supponenze, arroganze stanno all’inizio di guerre internazionali e intestine. Occorre accettare il cambiamento, perché ci sia benedizione sulla nostra vita: benedizione non è solo la nascita di un figlio lungamente desiderato e atteso, ma lo è la nascita di ogni bambino, anche se inatteso e persino indesiderato. letteralmente, benedire è dire bene: Bonhoeffer parla della benedizione, descrivendola come del ponte che collega Dio alla felicità umana. Dio infatti “dice bene” di noi quando dice che siamo giusti benché peccatori, perdonati benché colpevoli, figli benché prodighi. E noi diciamo bene del nostro prossimo quando lo accogliamo: per consolarlo, per sorreggerlo, per accoglierlo. Siamo fatti capaci di benedizione, noi. Capaci di innestarla dentro la vita quotidiana, e nei tavoli politici dove pretende a prevalere l’opposizione. Che è ben diversa dalla correzione: senza che ti occupi del mio peccato, tu non mi benedici. Avere fiducia nel’altro: che è poi quello che appartiene a Dio nei nostri confronto, Lui che ci resta fedele nelle nostre infedeltà. C’è quel canto dei monaci di Spello – e siamo negli anno settanta del secolo scorso – che recita: “ti benedico Signore nella mia vita”. Sì, perché possiamo, dobbiamo, “dire-bene” di Dio: è gratitudine e lode, è trovare il motivo della speranza. E dunque di ciò che cambierà per la sua promessa. Sia benedetto Dio. Siano benedetti gli uomini e le donne che fanno viva la nostra vita.

L'odio

Roberta e Fabio. E Italo. Come si esce vivi da quel paese dell’odio che è diventato il web? Era sobrio, Italo, al momento dell’incidente. Non aveva assunto droghe. E non era scappato, anzi. Aveva cercato di prestare i primi soccorsi a Roberta, ed era stato lui stesso a chiamare le forze dell’ordine. Che i giudici dicano non esserci a norma di legge gli estremi per l’arresto, non arriva, e comunque non conta, in un paese dove è l’istinto da giungla la massima legge: il web continua a vomitare sentenze e insufflare stille di rabbia. Scrivono che sia figlio di un avvocato, ecco perché avrebbe scampato l’arresto. Mentre lui è figlio di due operai, con la madre licenziata per dismissione della fabbrica: è in cura all’ospedale perché non riesce più a dormire. Avverte l’odio che c’è nei suoi confronti. Il ragazzo, ucciso in un pomeriggio d’estate dalla follia per amore, aveva scritto una lettera di vicinanza a Fabio. Ma sul web dicono che neanche aveva tentato di incontrare la famiglia della sposa morta in fatale incidente. Bufale di un odio che alimenta la tragedia, senza neppure rispetto per quell’uomo pure lui in cura, e che ogni giorno e ogni notte, scavalcando il cancello del camposanto, passa ore a parlare da solo davanti alla tomba di Roberta. A settembre, due mesi dopo l’incidente, Fabio aveva comprato la pistola, e si allenava al poligono. Gli amici di Facebook lo aggiornano sui movimenti o presunti tali “dell’assassino”. E dopo quattro mesi, lui depositerà la pistola omicida sulla tomba della sposa, e del bimbo che portava in grembo. Ma gli odiatori sul web continuano dopo quel primo giorno di febbraio, a lavorare: “Un insignificante verme in meno!”, “Ha fatto la fine che meritava”, “Onore al gladiatore”. Faremo degli accertamenti sull’odio, dicono i magistrati, ma la responsabilità penale è personale, non si può indagare un clima. E se fosse invece tempo di indagare su un clima? E sui fomentatori dell’odio, instillato goccia a goccia da conduttori di programmi della tv commerciale – di linea deldebbiana - ogni giorno feriale che Dio manda sulla terra (e per ora si salvano le festività, ma solo perché c’è pure per loro un contratto sindacale sull’orario di lavoro?). Volendo una diffusione di Internet per tutti, come si auspicava ai suoi esordi, probabilmente non ci si avvertiva in quale esito fognario si sarebbe caduti. Internet per la libertà? Perché ciascuno ha diritto di dire la sua? Nel privato e in politica? “I social-media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” disse Umberto Eco poco prima di morire. Nessuna veridicità di quello che si manda sulle lavagne del web: la cronaca dà continuamente notizia di bufale che viaggiano sul social network. Perché più le notizie sono scandalistiche, più fanno audience? Perché questo clima dove uno è nessuno per l’altro? Come un fiume carsico, sta venendo a galla – anche dal web - l’acqua sporca alimentata dal fango di tanti che, nella Chiesa, si ergono in contrasto con lo stile aperto ed evangelico del Papa: e cristiani (cosiddetti?) diffondono con un‘ansia di riciclo degna di miglior causa, come è ovvio, sparate di sedicenti cattolici, teologi per se stessi.  Secondo queste correnti, la chiesa avrebbe come suo primo servizio l’urgenza di rappresentarsi al mondo attraverso le sue appariscenti liturgie, i suoi principi etici irreformabili, e la sua ecclesiologia gerarcologica. Insomma qualcosa di perenne ed incontestabile con cui giudicare il mondo e tutte le sue culture. Sarebbe interessante comprendere in forza di quale processo questi divulgatori si ritengono di appartenere a questa “Chiesa giudicante”. È evidente a chiunque che l’intenzione di fare proseliti su questo versante non sta più in una correttezza ecclesiale, ma in una deriva di fede dottrinalistica, che non appartiene al Vangelo. Così come non appartiene al Vangelo l’accanimento dei mandanti che dalla tv e dal web hanno armato la mano di Fabio: così ritardandogli di sentirsi avvolto dalla compassione, quando si accorgerà dell’inservibilità del suo gesto per la sua pace dell’anima.

Siccità

Non ricordo se ho mai scritto della mia passione per il maestrale della Camargue: impetuoso e fragrante di mare, che in cielo fa correre le nubi con un gareggiare potente. E qualche volta mi hanno ascoltato tanti amici a dire il mio piacere della pioggia, che si alterni a giornate prolungate di immobilità del sole. E forse mai come ora - da due mesi senz’acqua che scenda qui nel nostro nord - vale per i fautori del “tempo bello” (a senso unico il bello!) che finalmente anche giornate piovose contengono la loro bellezza. Pioggia a turbine, a catinelle, a rovesci, fina, robusta, minuta. Purché sia pioggia ristoratrice del corpo e dell’anima. In ogni tempo, in alternanza, come la natura di terra e di uomini esige. Parafrasando un detto  che vede in una vacanza perpetua l’anticamera dell’inferno, un cielo senza pioggia - sempre, un tempo bello appunto - avrebbe la stessa caratura: un anticamera dell’inferno. Anche perché il sole c’è comunque dietro nubi gravide di elettricità e di vapor d’acqua.  Certo nessuno si augura un piovere a cielo chiuso. Come avviene, mi pare, di questi tempi, dentro questa nostra fragile relazione umana. Un’epoca di stravolgimento, nuova per l’oggi, ma ciclica nella storia da che la si conosce: un invocare quel "si stava meglio quando c'era lui", dimenticando a che cosa conduce la bramosia di un duce. È il momento, credo, di convincerci che la democrazia non è la stessa di ieri; che si ha un popolo in cui l’irruzione dell’ignoranza esibita pare un merito; dove stanno processi in cui il culto della personalità si svolge in una sua rapida, e spesso e per fortuna, dovuta denigrazione; in giorni nei quali si condanna tutto e si assolve tutto, e si dimentica altrettanto facilmente: in un’epoca come questa, né l’urlo delle piazze mediatiche né lo stare alla finestra del proprio orticello possono lasciare indifferenti. Un rasoiata di Francesco papa - “Anche Hitler non ha rubato il potere, ma ci è arrivato con il consenso del suo popolo, che avrebbe poi distrutto” - riporta alla domanda: i popoli, questi popoli che votano, hanno la capacità di discernimento, il diritto alla giustizia? È l’anniversario cinquantennale di quel gran prete di Barbiana, che ai ragazzi di quel paesino dimenticato da Dio e dagli uomini, insegnava – e a noi ha insegnato – che senza la possanza del linguaggio sarebbero rimasti sempre sudditi. E i padroni sarebbero stati sempre padroni. Come lo si vede avvenire, nei guru che diventano padroni degli istinti primitivi di chi li segue senza parola, solo con il gorgoglio di pance senza ritegno, e senza intelligenza. Guru che usano l’espulsione per chi non pensa come loro, dunque per chi è diventato signore delle propri pensieri, delle proprie parole. E c’è una svolta dovuta anche per la Chiesa, che apparati secolari rallentano fin quasi alla immobilità. Gli scandali che purtroppo vedono preti mercenari del sesso buttano fango sulla maggioranza dei preti, che pure vivono la loro promessa di celibato con impegno: la condotta criminosa di alcuni ingenera quel rigurgito irragionevole che fa risalire dai pochi ai tutti. Che ci sia oggi il nodo di un “diritto” alla sessualità per ogni persona, e dunque pure per i preti, è fuori discussione; che non lo si affronti apertamente è pure sotto gli occhi di tutti; ma che stia nella preoccupazione di tanti vescovi, è sicuro. Un diritto alla sessualità, che è tema antropologico prima ancora che disciplinare, lo si dovrà necessariamente declinare nel mutamento che chiederà all’immagine di Chiesa fin qui conosciuta nella confessione cattolica. E fragilità personali chiederanno senz’altro l’attenzione all’evolversi di una persona, senza dover mettere tutto a nudo. C’è un pudore e una pietà che si richiedono  nel nostro giudicare le persone. Ma i fattacci di Padova ora nelle cronache non aiutano: azioni al limite della criminalità nulla hanno a che fare con l’affettività che chiede una risposta. E dunque inquinano, nell’opinione pubblica di un popolo che non ha linguaggio, un possibile processo di discernimento su una nuova figura di prete. Ma certo, si diano parole nuove, e vere, chi nella Chiesa è stato chiamato a presiedere. Per respirare la fragranza del mistral, che spazza, e conduce acqua purificatrice e vento rigenerante.

Intolleranza

Chi sa se è l’avere il tanto, o l’essere di sé fatto centro ormai di ogni relazione, a rendere intolleranti. Di una intolleranza che rasenta la fobia per la diversità: il razzismo, più o meno occulto, parte da lì. Un razzismo che è oggi innegabile per chi viene da lontano ad occupare il posto che “è mio”. Ma è fobia per abitudini altrui. Ora è il tempo dei vegani: questa specie di persone che non solo scelgono di nutrirsi di erbe, in barba a chi pure sostiene che anch’esse abbiano una vita – alle piante, se gli parli mentre le innaffi o le poti, ti rispondono con una crescita più viva – ma pretendono che nessun altro si nutre più né di carne bianca né di carne rossa. Ma continua il tempo degli animalisti, in questo sostenuti da quelle catene di scaffalature che tengono al benessere di cani e gatti – da scatolette di prima scelta a cappottini contro il gelo: secondario che si spendano miliardi per il cagnolino cui si insegna a chiamarti mamma, e si dica che far figli costa. E si è avviato il tempo degli antitabagisti accaniti: fumare in locali pubblici, per fortuna non si fa più da noi da alcuni anni; ma ora, un libro tra le mani, sotto alberi di un parco fatto per assorbire sostanze nocive, è in via di proibizione fumarti una sigaretta che accompagni l’immersione nella storia. E si dice una, non le cinquanta degli accaniti cercatori di tumore. Confondendo così, gli uni e gli altri, una sana educazione alla salute con una insofferenza per una conclusione di un pasto, che per qualcuno è un dito di grappa, e per altri una (una) buona sigaretta. È la rigidità che deriva da un attaccamento insofferente alle proprie convinzioni: impedendo, a volte con la violenza, che altri possano avere usi e costumi diversi. Più uno sta bene, più diventa intollerabile? E cioè incapace di rispetto per chi è diverso da sé? In un mare di personaggi alla ricerca di una evidenza di sé, si arriva alle idiosincrasie, quella forte adesione a perone o situazioni non gradite, che non sai se è una moda (ma lo è, se poi le cronache di ti raccontano che la Tizia e il Tizio già vip ha smesso di seguire il testamento del per altro egregio Veronesi. Eppure, con molta più enfasi di quanto non meriti, si cita Voltaire, là dove dice che “nel disaccordo con le tue opinioni, tuttavia difenderò fino alla morte il tuo diritto di essere diverso”. Citazione per altro erroneamente riferita al filosofo dell’illuminismo, come un recente studio ha chiarito, essendo di proprietà di una stimabile scrittrice, tale Evelyn Beatrice Hall. E sarebbe finalmente comprensibile come in uno scritto contro Rousseau, invitasse a non esercitare la tolleranza, che pure è una virtù, perché con lui diventerebbe un vizio. E altrettanto comprensibile come i rivoluzionari francesi, quelli della ghigliottina, lo eleggessero a loro nume, facendolo solennemente seppellire nel Pantheon parigino. (Mi è sempre piaciuta l’espressione di Luigi XVIII qualche anno dopo e a chi lo voleva disseppellire perché non conveniente che un anticlericale simile stesse in un tempio cattolico: "è già punito abbastanza per il fatto di dover ascoltare la messa tutte le mattine”!). Ma ci può essere una intolleranza per gli intolleranti? Per quelli a cui niente è mai buono a sufficienza, per quelli che “si poteva far meglio” e intanto impediscono il possibile? Anche qui vale una nostra legge alla Parkinson: il politicamente corretto  dice di battersi per il rispetto combattendo gli intolleranti. Che sono più diffusi di quanto non si immagini. E forse, per qualche angolo nascosto, ne potremmo soffrire anche noi. Ma certo è che buone amorevoli staffilate, quelle di Francesco papa che non piacciono per nulla a tanti già esimi personaggi di Chiesa, sono lì ad avvertire. O stai di qua, o sappi che stai scivolando di là.

Discontinuità

Abitavo al confine con gli ambrosiani, che, si sa, si sentono un po’ diversi. Così le loro tradizioni, scavalcando facilmente il fiume, ci hanno contaminato. Per i doni, intendo, e per quel magico venire dall’aldilà di figure benefiche. Una trepidazione, che in famiglia si alleava a silenzi, a sorrisi, a muschio da raccogliere, a cartapesta da ricomporre in montagnole. Non del tutto,  la contaminazione: non so come dire, ma santa Lucia c’era, seppure solo per qualche mandarino. Chi contava era Gesù bambino. E il mattino di Natale vedevi che era passato lui: un bel po’ di roba, anche se di prossima utilità: guanti nuovo, calze nuove, una sciarpa calda calda, e frutta secca e altri mandarini (quelli veri, quelli col nocciolo e il profumo, che adesso sono giù di moda). E per le bambine capitava, un anno, la bambola che avrebbe accompagnato tutta l’infanzia; per i maschietti un cavallo a dondolo, su cui si dondolavano per qualche ora, il giorno stesso, per poi abbandonarlo nella vastissima soffitta piena di cose impolverate. Comunque: Gesù bambino o santa Lucia, quelli erano. Adesso tocca  a un giovane prete soffrire il lamento di una di quelle mamme illuminate che gli rimproverano di togliere magia all’attesa: perché non parla del babbo natale, quel barbuto sovrappeso che le renne trasportano da una città all’altra. Una discontinuità che chiede di essere guardata bene, per la mediocrità che propone; e per tutte quelle mediocrità che ormai si scontrano con il Vangelo del Signore. E se dunque in questo Natale andasse meno gente in chiesa, perché finalmente s’accorgesse della distanza tra quel che pensa in proprio – o in coda a qualche guru mediatico - e quel che il Vangelo chiede, capite che non sarebbe una perdita. Ma, forse, potrebbe essere il primo passo per accorgersi della necessità di  una discontinuità tra abitudini che non cambiano la propria vita e un agire che cambia la vita altrui: come si può cantare il freddo e il gelo del bambino di Betlemme, rifiutando di lasciarsi prendere le viscere dal freddo e dal gelo dei bimbi - bimbi che tutti rimaniamo, a qualsiasi età, se riconosciamo il bisogno come condizione umana - bimbi che attraversano il mare per trovare terra? Una discontinuità che non può non scendere dai pulpiti delle chiese cristiane, nella santa notte e in tutte le notti di questa ottusa umanità. Poiché il Signore salva nella storia che viviamo, e non dalla storia; non ci chiama fuori, ma vuole immergerci; e questo significa che occorre saper vivere le tensioni di un cambiamento. Che può essere difficile, che può portare a sentirsi su sponde diverse: ma è lì che avviene il “concreto vivente”, non in un utopico paradiso recintato, quale vorremmo figurare questo nostro cadente Occidente. Le resistenze a questa discontinuità, se sono ragionate ben vengano: non possono che migliorare la conoscenza del momento storico che viviamo. Ma se  - facendo eco a parole di Francesco papa - nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima; o se sono malevole, ché germogliano in menti distorte e si presentano in veste di agnelli, in nome del buon senso che non è altro che egoismo da lupi: allora no. Siti e antenne, blog e social somministrano paure su misura, sospetti e inimicizie. Se non quando odio. E' questo il tempo di reagire a quella mormorazione di sottofondo che c’è oggi nella Chiesa, e che prende di mira gli orientamenti di Francesco, un papa mandato a snidare accomodamenti scandalosi e rigidità farisaiche: non solo sono operazioni teologicamente approssimative, ma soprattutto esistenzialmente aride. Il Natale può diventare la loro occasione vera di discontinuità. Lo si faccia diventare: è un dovere di battezzati aiutare i fratelli a non nascondersi. Senza cacciar fuori nessuno, ma a tutti dicendo di misurarsi finalmente sul Vangelo, che denuda, che non lascia scampo alle nostre miserie di uomini impauriti dalla novità che salva. Non la forza, se non quella della debolezza che ci portiamo nella carne; non l’esclusione, ma l’ospitalità che dà un tetto a Dio che viene nell’uomo: e questo è il Natale cristiano. 

La palude

Ebbene sì, ho votato sì. Convinto che la vera tragedia di un popolo sta nel rifiutare il cambiamento. Per quanto piccolo, per quanto insufficiente, per quanto ancora correggibile. Ho votato sì contro l’arroccamento di chi ha e non vuol perdere minimamente, chiamando a schierarsi quelli che non hanno e così continueranno a non avere. Ho votato sì, perché, nel dovuto rispetto alla pancia, su una scala di valori la faccio precedere dalla testa. Ho votato sì contro l’ipocrisia di chi si è nascosto dietro un quesito di diversa natura, per tentare un golpe: e dunque quanti (e quanti del sessanta per cento?) non sapevano nulla della legge costituzionale, ma hanno voluto votare contro il governo. Presieduto da un tipo troppo giovane, e troppo bauscia, come direbbero i meneghini. Ai tanti dalema e dalemini settantenni sentirsi scavalcati (e scavalcati nelle cose realizzate dal giovin bauscia) non è andata giù. Ai quinci-e-quindi alla Monti - che pure fu orgoglio presentare in Europa dopo le volgarità berlusconiane – lo scout rampante e intraprendente (con il coraggio, lui, di confessare che “certo, sono cattivo”) per quanto di inglese sapesse tanto da farsi intendere, non pareva proprio destinato mai a indossare un look da montgomery, e dunque...  Tentare di uscire dalla palude: questo il traguardo mancato. Un cronista mi aiuta a stilare la lista della palude politica, dentro cui si è deciso di restare ancora per un po’ (ma quanto? quanti anni?). Dunque la conta. Ben ventitre sono i gruppi in Parlamento: dai cosiddetti «peones», sedici, ai sette di quelli che vorrebbero passare per maggiori. Decisamente non siamo bipolaristi: semmai politicamente bipolari. La rete, quella che i pentastellati prendono come unico riferimento democratico, ha insegnato all’urbe e all’orbo che uno può parlare anche solo per il fatto di esistere, non di avere cose da dire, e magari pensate. E la dimostrazione è tutta lì, in quella processione di facce note e ignote: dalle minoranze linguistiche di Alto Adige e Valle d’Aosta a Civici e innovatori (i superstiti di Monti); da Alternativa Libera Possibile (che abbina fuoriusciti Pd e M5S) a Fare! dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, al Movimento PPA (partito pensiero e azione). Ma anche sigle storiche ridotte al lumicino (ciò che resta del Partito socialista); e la riapparizione di ex ministri, come l’ exDc (ed exUdc, ed ex Pdl) Rocco Buttiglione (ora di nuovo Udc),  e Carlo Giovanardi (ex di varie sigle, ora di Gal); o Ignazio La Russa (ex Msi ex An, ora Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni); o ancora Bruno Tabacci (altro exDc già presidente di Regione Lombardia, ora con Ds-Cd), e Gaetano Quagliariello, di estrazione radicale, divenuto di Forza Italia, fondatore dell’NCD, che lascia per finalmente fondare Idea. Insomma nani e ballerine. Deputati e senatori, non lo dicono, ma è il loro pensiero unico, hanno una sola preoccupazione: salvare la legislatura, quindi le poltrone, e il vitalizio: il 62% sono di prima nomina; deve passare almeno l’estate prossima; resistere resistere resistere. Questo il vero esito della vittoria del no: una vittoria di Pirro come questa, è da guinness dei primati. Questa la palude da cui un referendum per quanto chiamasse a una legge imperfetta voleva tentare di farci uscire. Ma chi vuol lasciare un posto sicuro, con prebende non certo da insegnanti o infermieri, e con vitalizi che fanno comodo in un paese dove tutti tengono famiglia? anche i celibi? Questo il punto. Si abbatte per restare: non crediate che le manifestazioni annunciate - di chi si dice contrario a un governo subito, per elezioni subito – siano di persone credibili. Per fortuna una giornalista dice in faccia, al supponente di turno, di non riuscire a sopportare più di mezz’ora di frasi fatte. Un bello schiaffo, che manderebbe, chiunque non fosse un piccolo saccente sostenuto da un excomico, dietro la lavagna. Eppure, è su quelle frasi fatte, senza un pensiero, che brava gente (gli italiani, appunto!)  ritengono di affidare un futuro. Da cittadino ho votato sì. Da cristiano mi vanto di non essermi impaludato con chi vive di paura, con chi non sa tradurre la speranza nel difficile dei giorni. Non aspettando la perfezione, ma assumendo il limite.

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