Mercoledì 28 Giugno 2017

Cinque vie

Chiesa italiana in convegno a Firenze per darsi una indicazione di cammino per i prossimi anni. Già visti, convegni così. Ne sono uscite parole belle, colte, raffinate. Come hanno inciso sul corpo delle comunità cristiane? Che cosa hanno detto alle folle che della Chiesa sanno solo gli edifici per i riti di passaggio della vita, ma senza che ne colgano la vita di Gesù Cristo? Insufficienze che non devono frenare dal cercare di nuovo. E questo è il senso ultimo di cinque verbi che questo convegno si è dato. Verbi, cioè azioni. Nutrite da parole, ma azioni. Cinque vie che passano attraverso l’incarnazione di Gesù Crsto, Dio nella tenerezza e nella fragilità della carne umana.  Uscire: dalle sacrestie, dalle proprie strutture, è per eccellenza la missionarietà della Chiesa, chiamata a non rattrappirsi su se stessa, su certezze rese obsolete da un uomo che evolvendosi conosce l’altro di sé; e che dunque la possono tenere lontana dal campo in cui vivono la loro quotidianità oggi gli uomini e le donne; uscire è rischiare, ma è condizione per incontrare, per accorgersi dell’altro. Uscire per annunciare: per dire il nuovo che da duemila anni risuona senza ancora avere colto il cuore dell’uomo. Un annuncio di salvezza che è oltre l’uomo, e solo nell’umanità di Cristo trova il proprio cuore. E in Gesù trova il metodo della vita dei discepoli, che è l’abitare l'umanità, immergendosi, stando accanto, affiancandosi, non temendo di inzaccherarsi nell’inevitabile lato sporco del mondo. Una Chiesa che sa educare, tirar fuori il meglio di cui la creazione ha dotato l’umanità: senza sovrapposizioni che soffocano, senza induzioni che non tengano conto della unicità del vissuto di ciascuno; indirizzando il bene al meglio, e lasciandosi così educare mentre educa. E la via, infine del trasfigurare: per non lasciare nessuno nella pochezza della terrestrità, indicando allo sguardo orizzonti che danno senso alla fatica del vivere; senza tuttavia fughe dal mondo, senza illusioni, e senza abbagli che impediscano di vedere l’oltre di sé. Una chiesa che si incarna, svestendosi dagli orpelli che inducono a spiritualismi che conducono lontano dal volto di Dio rivelato nell'uomo Gesù. Cinque vie che si intrecciano: educare all’annuncio di un Salvatore del mondo, che trasfigura il tempo presente nella bellezza definitiva promessa: ma solo a condizione di uscire ed abitare il tempo presente. Riusciranno le parole a diventare azioni? Il metodo è indicato da Francesco: “In ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, cercate di avviare, il modo sinodale”. Fuori finalmente da quegli organismi di partecipazione – così come sono stati avviati da cinquant’anni a questa parte – che hanno dimenticato la partecipazione per vivere di statuti; e così proponendosi in arrocchi che non chiamano ad uscire da schemi artefatti, e dunque non annunciano se non se stessi, rinunciando ad educare il popolo dei discepoli, là dove non abitano più il mondo che interroga. Una volta di più chiamati a costituire, sull’esempio dei fratelli separati, quei Consigli di Chiesa della Comunità, dove non si teme il confronto e la critica, per liberare la teologia dal pericolo di insabbiarsi in ideologie che allontano dal Vangelo. Insisto sulla sinodalità: ne ho fatto esperienza, e pur nei suoi limiti, ha saputo creare quello spirito di novità spalanca la porta allo Spirito. Per evangelizzare insieme, popolo e pastori.  9 novembre 2015

Sfollati

Se attraversate il ponte che unisce la bergamasca al milanese, e gettate uno sguardo giù, sicuramente vi fermate: i centocinquanta metri dal livello dell’Adda che scorre, a mulinelli, verso la diga di Concesa, mettono paura; se non fosse che le sponde avvallate raccontano in questi giorni la meraviglia autunnale, che un calendario da Frate Indovino potrebbe pennellare così: tavolozza di colori rosso arancione giallo, e bianco della nebbia a nuvolette, tra il verde superstite a macchiettare il tutto. E sono quei colori, a quinta di un fiume lento e forte, che dicono una natura che si quieta spandendo il meglio di sé, il suo tutto. Un canto del cigno prima dell’inverno, e di una nebbia che avvolgerà nel silenzio sponde acqua e ponte. E i tuoi passi. E sarà per quella ricorrenza di pensieri, che qualche volta succede, che in questo luogo sospeso tra acqua e cielo si fa strada una parola: sfollati. Certo sul riverbero di questa disgraziata, imponente migrazione di folle lontano da guerre e miserie. Ma qui gli sfollati sono quelli che hanno attraversato questo ponte per scappare dalla guerra (ad esser precisi, non proprio questo manufatto, ma quello che lo ha preceduto, dall’Ottocento ai primi anni cinquanta del secolo scorso, in elegante ferro traforato): ricche signore con figli, alle nostre povere case di campagna da Milano, la grande città, nell’immaginario di paese lontana per usi e costumi tanto quanto lo può essere oggi una località prospiciente il Mediterraneo. Riconosciuti nel bisogno di salvarsi dai bombardamenti. Accolti, e integrati: ricordo il loro ritorno per anni e anni dopo la guerra, in un festosità dell’incontro che rompeva ogni distanza di ceto. Una familiarità non di sangue, ma di figli dello stesso Padre. La familiarità che non da oggi  è propria della Chiesa. Che può essere tante cose, talvolta sfiancata da indecenze e grigiori, ma sempre attenta a mettere il Vangelo davanti a tutto. E a chiamare a una fraternità che non accetta muri, né tra vicini né tra lontani. In quella sinfonia che mette insieme le diversità, sapendone cavare una consonanza armonica che fonde silenzi e suoni. Una convivialità: i foresti ad apprezzare la polenta contadina nel latte appena munto, i paesani a gustare per la prima volta quanto è buono il formaggio di grana con le pere. Le piccole grandi cose della vita, scambievolmente offerte, a costruire la ricchezza delle diversità: questa paura di tanti uomini di Chiesa, che ancora li costringe a colonizzazioni teologiche, a chiusure verso le persone che hanno da Dio un diverso disegno sulla propria vita. La diversità che, per loro, diventa scontro invece che incontro: lontani da quel guardare a ciò che unisce piuttosto che a quello che divide. Anche per questo, l’armonia delle sponde del fiume nella loro colorata diversificazione autunnale – e sempre per quella connessione di pensieri – mi ricorda di essermi sentito lontano da quanto, qualche tempo fa, proponeva un illustrissimo, e altrettanto carissimo, pittore nostrano: Città Alta? città dal verde monocorde, di soli cipressi a svettare in gara con torri e cupole. Guardatela oggi, venendo dalla superstrada che collega l’Isola a Bergamo, e chiedetevi che cosa si perderebbe: una tavolozza, che mentre dice l’incantevole variazione delle stagioni, racconta la storia sinfonica dei secoli. Una armonia di apparenti dissonanze, senza cui non ci sarebbe la bellezza che state ammirando. Appunto.  31 ottobre 2015   

Sinodalità

Non tanto i contenuti quanto il metodo. Chi si aspettava un rivoluzione sui sacramenti, e il loro accesso, è lì che la cerca tra le parole dette e quelle non dette. Tanto da permettere a uno di quei firmatari della fronda antisinodale, venuto dall’Australia ad insegnare come si fa il papa, ad insistere il giorno dopo sulle proprie posizioni: ogni persona, ogni storia è da leggere in sé? macché, c’è l’intoccabilità del sabato; e la fame dei discepoli cui proibisci le spighe del nutrimento? se la sono cercata peccando. Ce ne sono, e tanti ad aver paura: paura della misericordia che illumina la giustizia: paura di sé, della propria fragilità che non vogliono riconoscere, e dunque non sanno consegnare al Crocifisso risorto. Paura di una chiesa senza potere: e non il grande potere di perdonare, ma il potere che avvolge sé in vesti di seta lasciando il povero senza mantello. Possibile che nessuno riesca a smuoverli, muli del dissenso verso l’umanità? Il Sinodo ha detto, il papa promulgherà: non forse nella desiderata attesa della legge, ma dello spirito sicuramente. Ma il metodo, quello per cui si sono levate le voci che non volevano essere parificate a quelle di altri, il metodo cui la Chiesa ormai si chiama - o non è quell’assemblea dei convocati che è nella sua natura - il metodo prende il nome di sinodale. Ed è consegnato ormai a tutte le comunità: un mettersi attorno, ascoltare, e parlare senza opporsi, ma mettendosi nel dono del Consiglio, dono dello Spirito. Il brain storming come metodo: vento della parresia e del rispetto, vento del discernimento reso partecipe. Dunque il sentire risuonare parole che già nel piccolo di alcune comunità di periferia sono state fatte riecheggiare fin dai tempi del Concilio, e sentirle vivaci e forti ormai consegnate a tutti, beh, è una soddisfazione. Un godimento, pensando a chi ha continuato imperterrito nella sua corazza del sabato, pronunciandolo intoccabile nelle forme e nella sostanza, e tenendo così lontano il popolo, peccatore e santo, di Dio. Ci si era dati, allora, i consigli di partecipazione – pastorali, presbiterali – e li si sono ingessati nel giro tre lustri: non ci si è accorti (non ci si è voluti accorgere) che occorreva svolgerli per non impiantarsi nella lettera degli statuti. E ora, là dove sopravvivono - o addirittura li si reimpianta soppiantando collaudati Consigli di Chiesa della Comunità – fanno da paravento dietro cui il parroco continua a vivere il mantra “qui il parroco sono io”.  Sottilmente, ma realmente. Ecco perché ho personalmente goduto per il metodo che si chiede sia ormai di tutti: ho goduto, per quel po’ di ragione che ci si doveva e non è stata riconosciuta, anche da soloni che ancora preferiscono sedere sulla cattedra di Mosè. Ho goduto, certo peccando per la piccola rivincita: ma sarà una delle poche volte che mi confesserò con gioia (altro peccato!). Ma insomma, uno attraversa una intera vita con pochi compagni del cuore e della testa, in mezzo ad ali fitte di paracarri del diniego, e poi gli capita sul finire di vedersi avvalorate, le cose che ha vissuto, da Chi può? E in una Chiesa finalmente dislocata da sé? E non sentire soddisfazione? Ma che incarnazione sarebbe la mia, e quella degli amici che hanno creduto con me, che lo Spirito sarebbe, prima o poi, tornato dall’America latina? 

Sinodo e misericordia

Riuniti ad ascoltare e a dire sulla famiglia, dalla poligamica Africa all’Asia buddisto-confuciana, dalla spersa Oceania alla duplice America: con il peso di una tradizione europea invecchiata nella fede e nei costumi. E così, le sommarie cronache che escono dicono di una compattezza spirituale nella diversità di vedute. Ché, poi, è un motto di difesa scrivere “diversità di vedute”, quando alcuni cardinali, prima e durante, non sanno cos’è l’umiltà dell’attendere, del mettersi in sintonia ascoltando. Anche i cardinali, uomini!, soprattutto “si" ascoltano: il che non è esemplare per qualsiasi consiglio di una chiesa che voglia camminare insieme. E si assiste, tra l’altro, a una rinarrazione modernizzata della voxpopuli-voxDei, già collaudata nella leggenda di sant’Ambrogio, attraverso la spontaneità di un bambino: un giorno, mentre celebrava la messa con la Prima comunione - è un vescovo che racconta - un bambino, salito all'altare per ricevere l'ostia consacrata, l’ha spezzata in due e ne ha dato metà al papà che, essendo divorziato risposato, non avrebbe potuto riceverla. Sarà uscito un “bello, ma andiamo oltre” non riconoscendo al bambino una volontà divina? o è stato un episodio che ha "commosso l'assemblea"? Anche i sentimenti fan parte di deliberazioni pastorali, non c’è alcun dubbio; ma, chiaramente, se la commozione del cuore non è da confondersi con sentimentalismi, neppure è da buttar via con arguzie teologistiche, o esclusioni aprioriste. Così, se non è facile capire perché in una assemblea sinodale dedicata alla famiglia, escano proposte sul celibato dei preti (naturalmente da rivedere!) e sulle diaconesse (naturalmente da introdurre, e da riconoscere al modo anglicano: e prima che poi, gradino su gradino, diventassero vescovi); se non è facile, è logico: se non si vuol finire nella newage cattolica del familismo, o la Chiesa la si vede in tutta la sua globalità o non è. Sfuggendo tuttavia, appena possibile, alla tentazione di trasformare quell’aula sinodale in una stanza dai simbolici lettini d’analisi freudiana. Non sempre, si sa, è buona letteratura quella che accompagna i professionisti dello scavo psicologico: “Si prendono i soldi che hai guadagnato con il sudore della fronte e ti rimpinzano di rancore e risentimento, tanto che dopo un po’ stai peggio di quando avevi cominciato, impiantando talvolta nel cervello falsi ricordi di abusi”. Professionisti che s’annidano anche dentro quel gran corpo che si è composto da ogni angolo della terra, per leggere il Vangelo sulla pelle dell’uomo che vive oggi: occorrerebbe ricordare a qualche solone più o meno imporporato di non renderlo difficile, il Vangelo – e così tradendolo e non tramandandolo; di liberarlo da quelle incrostazioni che hanno fatto dimenticare la persona affamata per privilegiare il sabato; per annunciare, una volta di più e meglio, che Dio è misericordia e non castigo. Ne saranno capaci senza scendere a falsi compromessi, ma senza ergersi ad arrocchi che negano la salvezza già in questa sovranità che qui e ora è data all’uomo dal suo Creatore? Sperare è la liaison tra fede e carità. Dunque speriamo.

Città

Ma non vale la pena di prendersela con gli anti-immigrati. Adesso è questo, domani è qualcos’altro: materia su cui i partiti di opinione costruiscono le poltrone per i propri cari. Se anche ormai finalmente si possono distribuire in Europa alcuni di quelli sbarcati da noi, su questo non parlano: non gli serve, ora, anzi potrebbe lasciarli senza saliva. Se anche il Pil cresce – di poco ma cresce – loro non informano i loro addetti: e se poi ci credono che si sta guarendo a poco a poco? Che il sindaco di Roma abbia fatto qualche pirlata di troppo, ma che in una somma algebrica gli si dovrebbe riconoscere d’aver scoperchiato un sistema incrostato su interessi delle varie corporazioni (si chiamavano così al tempo del duce) - dei vigili, dei tassisti e dei netturbini (si può dire netturbini?) – no, no, no, silenzio: c’è una poltrona da scalare, tirando assieme il caravanserraglio tra nordisti e capitolini, tra chi si è solo da poco diviso: pur di sconfiggere non un sistema perverso ma la parte avversa, in una partita molto meno seria di una calcistica. Insomma c’è materia per piangere. Persino l’organo vaticano strilla di una città in macerie. Che non  si capisce se si riferisce a quelle di duemila anni fa, o quelle lasciate dalle immediate precedenti amministrazioni: non certo restaurabili in un anno e mezzo. Non che io sia per chirurghi che si improvvisano amministratori: sono per competenze dirigenziali, se si vuole che l’acqua sgorghi, e che le fogne siano spurgate. Sono per cittadini competenti che si rifacciano all’ideale del bene comune, cioè del bene di tutti, in una solidarietà che finalmente si accorga di chi bussa e di chi sta dentro una città. Di cristiani, perché no? Non sono loro, secondo la Didaché, i cittadini che vivono nel mondo, assumendone tutte le vestigia, e tuttavia non “prendendo” dal mondo? non s’intascano, non amano la propria tribù più delle altre undici? È tempo che non si lasci più spazio a chi, direttamente e indirettamente, non prende strada dal vangelo: e non certo per imporre sharīʿah cattoliche, ma per testimoniare che la gratuità fa parte della bellezza del vivere; e che si può finalmente testimoniare che l’amore è prendersi cura del bene di chiunque, dunque anche mettendo fuori gioco i prepotenti. È il vivere secondo lo spirito, che sant’Agostino potrebbe oggi ancora ricordare con quel suo De Civitate Dei, e proprio avvertendo del paganesimo di ritorno: “L'amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l'amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste”. E non è forse paganesimo di ritorno di barbari cresciuti tra noi (si dicono cristiani: quanta compassione per i loro preti!) chi inneggia all’ostracismo dello straniero, chi pensa di accaparrarsi la terra come Caino, e non viverla di passaggio come Abele? Cristiani in politica, credenti forti e gagliardi; perché le nostre città finalmente vedono dall’alto di chi li serve la possibilità di vivere la verità della cittadinanza: la sovranità di ciascuno che riconosce quella altrui. E questo è vangelo di Gesù, la dignità portata a tutti: uomo o donna, giudei o greci, schiavi o emancipati. Dunque noi e loro: chi avrà accolto, e gli avrà data vita piena, entrerà già da ora nella sovranità di Dio. 10 ottobre 2015

Brutti

Commenti affettuosi, se volete, ma molto generici: se poi pensate che il titolo più grosso è ancora sulla pedofilia, capite che più che una condanna di quei delitti, è un prurito. Così la missione del papa nelle Americhe viene una volta di più messa in archivio, come se il suo passare dall’una all’altra America, da quella “comunista” a quella capitalista, non abbia segnato definitivamente un punto di non ritorno per le coscienze cristiane. Per loro: e non forse ancora per gli equilibri mondiali. È vero che a Cuba, seppur comunista, ha ricevuto un’accoglienza inimmaginabile; ma non hanno scherzato neppure negli States capitalisti - seppur connotati da un protestantesimo battagliero e da un cattolicesimo conservatore.
È vero: è andato all’Onu ad insegnar loro a far l’Onu, come hanno scritto; è vero, ha detto ai vescovi di là di piantarla di fare slogan a senso unico, ma di vedere la vita nella sua interezza: dai non nati ai bambini sfregiati ai giovani senza lavoro agli adulti senza speranza ai vecchi messi al margine.  È vero, ha parlato della povertà dei poveri, ma non tralasciando di denunciare la povertà dei ricchi. È tutto vero. Ma che cosa resta di questo lungo viaggio missionario? Alle nostre coscienze? E alla coscienza del mondo che pure l’ha applaudito? O forse perché l’ha applaudito molto ci si è lavati una volta di più la coscienza, e il tran tran tra ricchi e poveri della terra continuerà  come prima. Sì, l’elemosina ai siriani perché abbiano un inverno fornito di carburante. Ma elemosina. Senza un governo della ricchezza, non serve a nulla la lotta alla povertà; perché il problema non sono i poveri, e non sono i ricchi: ma il rapporto tra poveri e ricchi, per uscire fuori dalle scandalose statistiche di forbici sempre più vergognose. Che hanno condotto, e condurranno alle guerre.
Se vi capita di entrare in un negozio che vende vini a Brembate di Sopra e vedete lì uno di quei ragazzini dalla faccia evidentemente extracomunitaria, e sentite la signora che gli dice con rabbia di togliersi di torno “ché se no ti mando giù dal Papa” – quando vi capita una cosa così potete sorridere amaramente, sapendo che quella venditrice di vini (cui naturalmente non avete dato la soddisfazione di guadagnare da voi) rappresenta migliaia di altri che la pensano come lei: e cioè, ci pensi il papa che parla così tanto di loro. Infastiditi al punto che qualche giornalista si fa voce per sapere se davvero Francesco è comunista, costringendolo, in battuta, a dirsi pronto a recitare il credo. Perché  chi parla di poveri è un cattocomunista? E il Vangelo? dove l’han messo? che cosa hanno predicato i preti? Hanno predicato contro l’ateismo di stato sovietico, identificandolo con la voglia di uguaglianza che è un diritto delle persone e dei  popoli: è come quando gli altri identificano la chiesa con le crociate, o il papato con i papi del Rinascimento. Non esiste il dilemma comunismo o Vangelo: i primi cristiani hanno vissuto mettendo in comune i loro beni. È la volta buona di voltar pagina, di uscir fuori dalle sagrestie, da candelabri e merletti, per finalmente predicarlo il Vangelo: non certo per continuare a chiamare alla rassegnazione dei miti e umili di cuore, ché avranno il Paradiso (e dunque tocca sempre ai poveri). Ci saranno inevitabilmente dei martiri: beati quando vi perseguiteranno... Li sta già fabbricando in tanti paesi del mondo, il Vangelo che fa schierare dalla parte dei deboli. E chi non ci sta, prete, vescovo o laico, a predicare evangelicamente con la vita, si faccia da parte. (Certo, ammetterete con me che sono brutti, come quella signora e tutte le signore come quella: misericordiosamenteincorrect, è vero, ma come diceva quel mio zio delle Americhe, quando ci vuole ci vuole). 28 settembre 2015

Sono stato a Gerusalemme

Non mi riesce di fare la cronaca che fu di don Angelo Roncalli al seguito del suo vescovo Radini Tedeschi, nel primo decennio del secolo scorso. Allora, gli Ebrei non erano rientrati dalle tante diaspore, con il beneplacito delle Nazioni Unite, per abitare un pezzo di Palestina sottratto agli abitanti insediati lì da millenni. Allora, non era ancora avvenuta la Shoah, la tragedia immane che sarebbe diventata lo scudo di un monopolio della sofferenza, contro cui si sarebbe scontrato ogni tentativo di ragionevolezza sui diritti degli uni e degli altri. E, allora, non si erano inaspriti gli avversari fino a generare le due stirpi contrapposte, entro i propri popoli: l’una che fa della distruzione di Israele il fine della vita, avvalendosi del sacrificio di giovani vittime umane mandate alla morte per produrre terrore: e così avallando un muro inaccettabile; l’altra che si avvale di una potenza militare costruita sul denaro per rispondere al lancio di fionde intercettate da una tecnologia raffinata, estendendo sempre più le sue occupazioni di terra altrui: l’inverso biblico di golia e davide. Non mi riesce di cogliere la vena poetica della narrazione di quel papa santo che tra altre grandi cose avrebbe liberato i cristiani dall’idea del popolo deicida. E non perché andare in Palestina non voglia dire anche oggi perdersi – perdersi! - sulle tracce di quella Presenza che ha sconvolto la storia: Dio tra noi, nella persona di un Nazareno! Tracce di pietre, certo; ma tracce di fede,che restano tali, e acuite, dopo l’incontro con chi lì vive la tragedia di una separazione che ricorda Abele e Caino nello scambio ricorrente delle parti. Perché questa è la fatica: non sai darti ragione. Le ottime guide ti hanno avvertito: guarda, ascolta, non prendere subito parte. È la terra delle contraddizioni, fratelli contro fratelli, credenti nel Dio di Mosè contro iperortodossi che credono di credere nel Dio di Mosè: è l’arroganza di chi si sente unico figlio di Dio, e, la mano sulla kippà, pronunciano la bestemmia contro l’elementare teologia del Dio unico per tutti gli uomini, arroganza che diventa una pericolosa stupidità. È terra della guerra tra poveri, musulmani e cristiani nei ghetti dei loro quartieri, a vivere una insofferenza di cultura e tradizioni che ancora impediscono di varcare i confini dell’innamoramento tra un ragazzo di qui e una ragazza di là. Sosti presso il Santo Sepolcro un giorno intero, e su quella pietra puoi pure celebrare: senti lì risalire lo strazio di fraternità tradite, di amicizie interrotte. Il tuo e il loro strazio. Perché il passato illumina di sé il presente: il tuo e il loro. E senti lì l’impotenza di una uscita: dai territori del tuo malessere, e del loro. Lì capisci che la redenzione è un futuro che ha radici nell’oggi, ma non compimento: la Terrasanta come icona del destino del mondo sempre, in una lacerazione che non si ricomporrà che nei cieli e nella terra nuovi. È la tentazione della non-speranza: piegato sulla pietra dei profumi, chiedi di poterla superare, per dare ragione della speranza, contro l’assenza di una ragione di questo odio che annusi. Non solo odio, certo: e sono i più colpiti, familiari di vittime di una parte e dell’altra, che si scambiano i piccoli semi di rinnovamento (è in Terrasanta che vedi il piccolo granello di senape diventato albero). La senape si coltiva in zone molto soleggiate, la senape non ama l'ombra: io invece sono tornato dicendo a tutti che della Palestina ho apprezzato l’ombra, per sfuggire l'implacabile sole di agosto, l'accecante sole delle verità contrapposte. Perché il cammino di Terrasanta è faticoso per il corpo e per lo spirito: e mentre ti affacci sui semi di speranza, accetti tuttavia il limite di una incomprensibilità, che può momentaneamente rinfrancare: anche l’ombra, come la pioggia, è un dono. È una pazienza ristoratrice che quella terra insegna. In Terrasanta non si va oggi per incontrare la speranza. Oggi si va per darsi ragione della fede cui affidi la vita, nonostante. Nei giorni di quel piccolo prete che sarebbe diventato papa, non gli è stato chiesto di guardare un muro e ascoltare sirene di morte. A noi oggi è chiesto di guardare al cielo per non annegare nelle tristezze della terra. Sia pur Santa per i piedi che l'hanno calcata. Ma troppi secoli fa. Troppe generazioni dopo. La Palestina merita di essere visitata: ma nelle pietre dei cuori degli uomini che l'abitano oggi, nelle carni ferite dei loro orgogli e delle loro umiliazioni. E' condizione per scorgere le tracce di Colui che è risorto da morte. (Guardare, ascoltare, non avere pregiudizi per non ripartire con una bandiera contro un'altra, dicono le ottime guide: ma non si può decollare dalla Terra, pur Santa per tanti, senza giudizio). il viaggio si è svolto dal 7 al 14 agosto; nessun pericolo, controlli tra Israele e Transgiordania senza alcun problema; quasi soli come pellegrini: il che ci ha faciltato le visite e i trasferimenti, ma questo sta comportando una situazione di forte disagio per l'occupazione, producendo ancor più grosse difficoltà per i lavoranti palestinesi nelle strutture alberghiere, che sono costrette a ridurre il personale per mancanza di pellegrini_ l'invito assillante è che non li si lasci soli nei momenti difficili.

11 settembre

11 settembre, sulla stupenda spiaggia di Biarritz, al termine del pellegrinaggio a Lourdes, in uno di quei viaggi che sono fatti di preghiera e di bellezza: perché si vive la vita verso l’invisibile, sapendolo cogliere nei profumi e negli scenari del mondo là dove sono seducenti. È il primissimo pomeriggio di un martedì, e vedo gente che corre dalla spiaggia: alcuni si attorcigliano attorno al televisore del pullman che ci ha portato lì. Mi avvicino, e le prime inconcepibili immagini scorrono. Non ci si crede: qui un sole di fiaba, là un fumo di tragedia. Là? No, qui davanti a noi, giusto a qualche migliaio di kilometri, ma davanti, dall’altra parte di quest’acqua d’oceano. È possibile? O è una riedizione in chiave televisiva de La guerra dei mondi, lo sceneggiato radiofonico trasmesso nel ‘38 del secolo scorso, giusto negli stessi Stati Uniti, rimasto famoso per avere scatenato il panico descrivendo l’invasione di marziani? Lì non sono marziani: si dicono figli di Allah, uomini come noi che scatenano l’inferno. Lo avremmo saputo dopo qualche ora, e dopo qualche giorno avremmo saputo il numero a migliaia dei morti per l’abbattimento di due torri, simbolo dell’orgoglio piuttosto babelico di New York. Che non sia uno sceneggiato a effetti speciali, ma una tragica realtà ce lo conferma nel giro di qualche minuto, per rassicurare, il cellulare della figlia di due nostri compagni di viaggio, e subito dopo l’addetto all’ambasciata italiana che pure ha la mamma con noi: stanno in quella città, di fronte a noi, a qualche migliaia di kilometri, e tuttavia vicinissima per l’angoscia di questi familiari. Che è poi la nostra angoscia. Una bellissima giornata rotta: non c’è più sole che tenga, e neppure l’azzurro terso del mare. È una nebbia dell’anima, la stessa che invade i giorni che stiamo vivendo, per califfati che si ergono a giudizio del mondo, da uomini che bestemmiano Allah dicendosi suoi figli: per teste che rotolano, per donne violentate, per bambini massacrati, per notizie che non tengono oltre qualche giorno, mentre si mantiene l’orrore che non smette. Questo nostro destino di accantonare, di non tener vicino quello che avviene anche ora a migliaia di kilometri, ma comunque davanti a noi, il destino di chi non vuol perdersi il suo sole e i suoi colori, negando il visibile vero che è dato: e così negandosi l’invisibile. È vero: non si può vivere di tragedie sempre: ma se bussano? Se stanno lì, dietro le porte di un egoismo mai sconfitto? Di un egocentrismo che allontana persino i vicini e gli amici, pur di non perdere un proprio io inventato? Come vorremmo non essere traditi mai da figli degli uomini! E invece succede: e sono spine nel fianco della vita. Certo continua il bello: finché non sarà distrutto dalla miopia dell’uomo, occorre coglierlo, per non perdere la speranza che figli di un Dio unico hanno avuto come promessa. Che sia pace: ma quale, ma quando?

Che succede?

L’aver umilmente anticipato Francesco papa nel domandare se fossimo caduti nella terza guerra mondiale, seppure frammentata (una di quelle parentesi esemplificanti che si generano da sé durante le omelie domenicali) non è indice né di un presumere di intuire lo svolgimento di eventi futuri né tantomeno di un telefono privato con Lui (ancora!?). È una sensazione diffusa in molti di noi, che se non prende quel nome inquietante per altro presente in certe visioni apocalittiche di natura religiosa, certo pone domande. Non fosse sufficiente lo sconquasso che avviene nelle nostre quotidiane esistenze – malattie, fallimenti, tradimenti;e suicidi di giovani cui non si è insegnato la fatica dell’amare; e questa nazione che non riparte, e continua a macinare persone senza lavoro - non fosse sufficiente questo, quelli che un tempo chiamavano focolai di guerra ora sono eruzioni vulcaniche. E non solo nella cronica impotenza della Palestina ad uscir fuori da un imparpagliamento, ma in tutte le terre che le stanno a nordest, già alleate per distruggere Israele, e ora in lotta anche tra loro per l’invenzione di quel califfato che ripropone il seicento maomettano nel nostro presente. Gole sgozzate, teste tagliate, violenze su donne e bambini, pulizie etniche e rivendicazioni di storie e territori che come in Ucraina di fatto stilano ogni giorno i loro bollettini di morti. Per non dire dello stillicidio dell’Africa dall’anima più nera, a cominciare dall’assassinio dei monaci di Tibhirine fino a queste ultime esecuzioni di cristiani, laici preti e suore. Che succede all’uomo? donde questa ondata di caini? e dove la risposta dei popoli che si dicono civilizzati? e quale la risposta dei cristiani in questo tourbillon del mondo? Fa specie ai più avvertiti che, eminenti personaggi che antepongono la teologia (la loro!) all’uomo e alla sua fragilità, si perdano nelle regole del sabato, come se non avessero più il Vangelo sui loro tavolini di studio. Fa specie che rincorrano il peggio di quanti non sanno la misericordia, che se si avvale del giudizio, tuttavia non mette alla porta nessuno. Forse quel che succede nel mondo delle guerre guerreggiate deve succedere: all’apice di uno sfruttamento di anime prima che di una ladrocinio di beni creati per tutti, si può credere che si precipiti perché tutto sia rimesso all’inizio, ad un ricominciamento. Non avendo tenuto conto dell’ammonimento biblico sul ridare la terra alla terra nei giubilei cinquantennali, sulle tragedie del mondo i cristiani sembrano svampiti come le miss Italia (quale ritieni sia la cosa più importante? la pace nel mondo) . E non secondo l’articolazione della Pacem in Terris che li vuole protagonisti di un cambiamento, attori fino al dimenticare sé per l’altro, ma rintanati dentro le regole che non fanno la libertà della fede. Per fortuna abbiamo i martiri, anche oggi: che sarebbe una bestemmia chiamarla fortuna, se non fossero loro a mantenere alta la speranza dell’annuncio possibile del Vangelo dentro rovine e fiamme.

medianicità

Il fragoroso arresto in Vaticano dell’ex nunzio già per altro ridotto da tempo allo stato laicale (dunque non più prete) per abusi su minori, e la rimozione del vescovo paraguaiano con la motivazione di aver diviso la Chiesa accusando tutti gli altri vescovi del suo Paese di non essere dottrinalmente ortodossi, ha riempito le pagine di giornali e tv. C’è una accelerazione di quel processo incominciato già con papa Benedetto, per sconfiggere dinamiche clericali che sfigurano il volto della Chiesa. La tanta gente in tutto il mondo che segue con simpatia e attenzione la parola e il messaggio di Francesco papa ha riacceso speranze dopo gli anni degli scandali e degli intrighi di corte patiti soprattutto dal suo predecessore. Un cammino che trova fatali resistenze in quei giochi delle cordate e del carrierismo, che fanno pensare che lo Spirito Santo debba soprattutto rimediare nel dopo – non sempre riuscendoci, visti i risultati - quello che prima è stato prodotto non certo per il servizio al popolo di Dio. Per quanto deciso, papa Francesco non può rimettere magicamente (o miracolosamente) ordine in una struttura che si è data come regola quella della autoriproduzione in un delfinato di nomine che hanno assicurato per decenni che non nascessero voci diverse nel coro di una uniformità senza profezia. Chiedersi dove sono i vescovi che sanno opporsi, non è disfattismo ecclesiastico, ma desiderio di ripresa di uno stile ecclesiale conforme al vangelo: va sconfitta la fronda di chi aspetta la fine di questo papato nella voglia di riprendersi i ritmi da prelati burocrati, lontani dal sentire sofferente degli uomini del nostro tempo, attaccati a privilegi, ossessionati dai cosiddetti principi non derogabili. In questo processo ci si mettono non solo uomini di chiesa a fare i diaboloi, ma una medianicità che fa cogliere dei gesti del papa solo quanto risponde alla pancia di credenti e non. Sradicare i criminali dal loro crimine, metterli nella condizione di non nuocere, rieducarli se si può, certo! Ma il pudore è ancora di casa? A volte si è pensato che il lavare i panni sporchi in casa fosse suggerimento ipocrita: ma non può essere rispetto della persona, per quanto ignobile? E quando si capirà che il segreto in certe situazioni non è omertà? La gogna, no!, per nessuno. E servirsi dei gesti di Francesco per buttare fango sulla chiesa di cui è il primo garante non può essere accettabile da chi trasforma notizie dolorose in un gossip sottilmente irridente e dunque demolitore. Che si sputi sulla chiesa, è inaccettabile quanto sputare sulla propria madre: foss’anche una lucciola (le mamme, comunque, non dovrebbero morire mai, né in morte né in vita). C’è uno scandalo dei piccoli del vangelo che non si può assolvere con lo scandalo orribile del vituperio della dignità di minorenni violentati: il monito della pietra al collo resta valido per ogni facitore di scandali, di qualunque natura. Negarlo, per ossequiare un presunto politically correct, è negare il rispetto dovuto ad ogni uomo, sia Caino sia Abele. E purtroppo il tentativo di trasformare un papa dai tratti evangelici in una popstar, è il peccato di cui si sta macchiando una certa ottusità mediatica che ne violenta la persona e la missione.

Cerca