Mercoledì 26 Luglio 2017

Segnalazioni / Corrispondenze

la Chiesa in una nuova tempesta

I giornali hanno vistosamente riportato i risultati dell’inchiesta voluta dalla diocesi di Ratisbona su quanto avvenuto dal 1945 al 1990 ai ragazzi del Regensburg Domspatzen, il coro della cattedrale.  Violenze varie, che nei titoli di giornali e telegiornali mettono  nello stesso calderone ceffoni e abusi sessuali, che sono cose del tutto diverse. Non si vuole banalizzare le oltre sessanta malversazioni sessuali riscontrate, o le punizioni corporali, a volte, più che severe, crudeli. Solo registrare che si è voluto dare un impatto devastante alla notizia e il numero 500 abbinato alla voce “pedofilia” si prestava meglio allo scopo. Ma, invece di rallegrarsi per l’opera di pulizia che la Chiesa sta realizzando - unica istituzione al mondo che ha intrapreso questa strada anche se non certo l’unica funestata da tale piaga - si è usato di tale scandalo per gettare fango sul Papa emerito tramite il fratello Georg, che di quella scuola di canto fu a lungo maestro. A lui si rimproverano gli scapaccioni dati agli alunni, quelli presi anche da tanti di noi nelle scuole pubbliche e che un tempo erano quasi prassi. Ma soprattutto il fatto che non poteva non sapere – formula magica usata spesso in casi simili – quel che accadeva nella scuola annessa al coro, che si trovava peraltro in un altro paese. Al di là, quel che è  certo è che la sicurezza con la quale si è scritto che egli abbia celato di proposito quegli abusi sessuali, è un’accusa più che indebita, scorretta. Ma l’operazione Ratisbona, ha fatto emergere cose altrettanto scandalose nella Chiesa e attorno alla Chiesa: qualcuno ha cavalcato la notizia, da una parte e dall’altra, per opporre Francesco a Benedetto XVI: quella lotta che partendo da un immotivato attaccamento al papa emerito, ne oppone il magistero a quello del successore, in nome di una ortodossia che si avvale di barocco e trine e latinorum, con cui purtroppo stanno mandando alla storia il pontificato di Joseph Ratzinger: che fu ben altro e di ben altra luce rispetto alla opacità dei suoi attempati papaboys. Che il Signore Gesù abiti sempre la barca dei suoi discepoli, per sedarne le tempeste che offuscano la purezza del suo Vangelo. (almanatt)

 

Il Corpus Domini, del vescovo Tonino Bello

Non riesco a liberarmi dal fascino di una splendida riflessione di Garaudy a proposito dell’Eucaristia: «Cristo è nel pane. Ma lo si riconosce nello spezzare il pane». Sicché oggi, festa del Corpo e del Sangue del Signore, mi dibatto in una incertezza paralizzante.  Ma ecco che mi sovrasta un’altra ondata di interrogativi.
Perché non dire chiaro e tondo che non ci può essere festa del «Corpus Domini» finché un uomo dorme nel porto sotto il «tabernacolo» di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario? Perché aver paura di violentare il perbenismo borghese di tanti cristiani, magari disposti a gettare fiori sulla processione eucaristica dalle loro case sfitte, ma non pronti a capire il dramma degli sfrattati? Perché preoccuparsi di banalizzare il mistero eucaristico se si dice che non può onorare il Sacramento chi presta il denaro a tassi da strozzino; chi esige quattro milioni a fondo perduto prima di affittare una casa a un povero Cristo; chi insidia con i ricatti subdoli l’onestà di una famiglia?
Perché non gridare ai quattro venti che la nostra credibilità di cristiani non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’ostensorio, ma in base all’attenzione che sapremo porre al «corpo e al sangue» dei giovani drogati che, qui da noi, non trovano un luogo di accoglienza e di riscatto? Perché misurare le parole quando bisogna dire senza mezzi termini che i frutti dell’Eucaristia si commisurano anche sul ritmo della condivisione che, con i gesti e con la lotta, esprimeremo agli operai delle ferriere di Giovinazzo, ai marittimi drammaticamente in crisi di Molfetta, ai tanti disoccupati di Ruvo e di Terlizzi? Purtroppo, l’opulenza appariscente delle nostre quattro città ci fa scorgere facilmente il corpo di Cristo nell’Eucaristia dei nostri altari. Ma ci impedisce di scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine. Per questo le nostre eucaristie sono eccentriche. Miei cari fratelli, perdonatemi se il discorso ha preso questa piega. Ma credo che la festa del Corpo e Sangue di Cristo esiga la nostra conversione. Non l’altisonanza delle nostre parole. Né il fasto vuoto delle nostre liturgieTonino Bello - Alla finestra la speranza. Lettere di un vescovo - Ed. San Paolo

 CINEMA  

La Tenerezza, di Gianni Amelio  -  Che tenerezza La tenerezza, e che struggimento che vien fuori vedendolo, non uno struggimento da Sturm und drang (letteralmente "tempesta e assalto"), ma una tumultuosa dolcezza intrisa di malinconia e permeata di una sincerità disarmante. La sincerità di Gianni Amelio, innanzitutto, che sceglie un protagonista suo coetaneo in cui far traboccare stille del suo io più irrequieto e insofferente dinanzi al passare del tempo e che racconta la bellezza di noi uomini ma anche la nostra sgradevolezza, la nostra insofferenza, la nostra incapacità di amare fino in fondo e, sopra ogni cosa, il coraggio che dimostriamo nell’ammetterlo. E la bellezza dei personaggi non proprio inventati dal regista (che ha preso spunto da un romanzo) ma da lui riplasmati è proprio questa dolorosa autoconsapevolezza: la capacità di riconoscere, in conversazioni grondanti verità o in dialoghi più brevi - e con una franchezza disarmante - di non essere all’altezza del proprio ruolo sociale e delle altrui aspettative. Succede così che un anziano avvocato ammetta di non aver amato la donna che ha sposato e che un timido uomo venuto dal nord dichiari di non aver nulla da dire ai suoi bambini, vergognandosi un po’. Ma forse non si tratta esattamente e solamente di vergogna. Ne La tenerezza, piuttosto, ci si rammarica: in una bellissima scena in cui l’uomo del nordaggredisce un extracomunitario che vende sciarpe e poi si pente, e negli scoppi di umanità di chi si è schermato il cuore per egoismo, paura o noncuranza ed evita di risolvere conflitti. La cosa bella è che questa pulsione a volte mortificante e a volte accettata di buon grado il regista la lascia venir fuori inaspettatamente e d’improvviso, sorprendendo per esempio chi credeva che il suo film fosse destinato a prendere soltanto la direzione della poesia o dell’istantanea di una tranche de vie. Certo, ognuno dei suoi protagonisti in qualche modo cerca la gentilezza o magari la dispensa, ma per poterla invocare il regista ha bisogno di sfiorare la violenza immotivata, facendo sì che la sua storia, da iniziale ritratto di una quotidianità, si faccia viaggio inquieto, continuo peregrinare fra le strade di una Napoli piena di aule, scale, cucine, piazze e camere d’ospedale che rappresenta benissimo uno stato d’animo diffuso e squisitamente contemporaneo: l’ansia di chi sa che sta franando e non capisce bene a cosa aggrapparsi, o il malessere di chi a un certo punto comincia a sentirsi solo in mezzo agli altri e allora impazzisce. (C. Proto)

 I poverelli d’Assisi - A proposito di chi ha detto che il suo è un movimento francescano, vi mando l’ultimo  BUONGIORNO di Mattia Feltri, che scrive sulla Stampa. Credo valga la pena condividerlo, per un sorriso tra il malinconico e l'ironico, su quelli che ci sono toccati, e continuano a toccarci.

Siccome in natura e quindi anche in politica nulla si crea e nulla si distrugge, non c’è niente di strano né di nuovo nell’ispirazione che Beppe Grillo conta di trarre da San Francesco d’Assisi. E gli sembrerà straordinariamente rivoluzionario, come tutto ciò che gli passa per la testa, senza verificare che non sia già passato per la testa di altri. E che teste. Silvio Berlusconi diceva che «il ruolo dell’Italia si colloca nell’eredità religiosa di San Francesco»; Gianfranco Fini trovava molto francescana la guerra all’Iraq perché «San Francesco non condannò l’uso delle armi per legittima difesa»; Sandro Bondi si sentiva affratellato a Fausto Bertinotti «nel nome di San Francesco»; Piero Fassino affrontava il dovere quotidiano «col conforto del ricordo di San Francesco»; Pierferdinando Casini contava di rifarsi alla fede di San Francesco «nella ricerca del bene comune»; Massimo D’Alema lo citò ad Assisi come impegno personale (un po’ disatteso), «non dobbiamo crederci il centro del mondo»; Umberto Bossi scrisse sulla Padania che la vita di San Francesco ormai guidava più la Lega che il Vaticano; Mario Monti riteneva San Francesco modernissimo, «e deve diventare l’esempio del mondo di oggi»; Giorgio Napolitano intendeva «riaffermare i valori di San Francesco nel mondo». In fondo per un politico indicare San Francesco per modello è come per un giornalista indicare Indro Montanelli e per un magistrato Giovanni Falcone: un bel modo di cavarsela quando non si sa più a che santo votarsi.  

 CINEMA  Tutto quello che vuoi  -  Ci troviamo nella Roma odierna, dove la gente si muove in fretta, spinta da rumori esterni ed interni. I giovani trascorrono le giornate cullati dalla maestosità della città che li ha visti nascere e crescere, ma non riescono proprio a tener testa alla signorilità della stessa, presentandosi invece scanzonati e senza alcuna poesia emotiva. Nella zona in cui si incrociano generazioni ed etnie di ogni tipo, Trastevere, vivono Alessandroe Giorgio uno scapestrato, l’altro malato di Alzheimer. Alla Roma odierna si alterna lo scenario della guerra. Giorgio, a causa della propria malattia, si ritrova immerso nei contesti che hanno accompagnato la sua infanzia. Sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, è stato messa in salvo da un gruppo di soldati americani le cui immagini vanno così a sovrapporsi con quelle di Alessandro ed i suoi amici. In una continua altalena di lucidità e sbalzi temporali, Giorgio si lascerà coinvolgere da varie dinamiche giovanili e, allo stesso tempo, prenderà per mano il gruppo di giovani scalmanati, ignoranti e allergici alle biblioteche, e li accompagnerà verso la conoscenza di quello che finora hanno letto solo sui libri di scuola, non comprendendo mai fino in fondo la disperazione e la povertà dell’epoca e la ricchezza emotiva di chi riconosce più valore in un paio di scarponi che in un forziere pieno d’oro. Tutto quello che vuoi è un film che accarezza e solletica le corde più intime dell’animo umano, riunendo poesia (ebbene sì, i poeti ancora esistono) e sentimento, in un mix di dettagli curati talmente bene da trasmettere tutto l’amore che il regista ha posto in fase di scrittura e lavorazione. Amicizia, amore e affetto famigliare scriveranno così la chiusura del cerchio nel caso di Giorgio e la rinascita nel caso Alessandro, il quale nell’uomo aveva trovato l’unica persona che con molta naturalezza gli aveva chiesto di rimanere invece di scacciarlo, ed ora è pronto a far tesoro di ogni insegnamento e prezioso esempio lasciatogli in eredità dall’amico perduto. 

L'altro volto della speranza, di Aki Kaurismäki 

 -  L'insoddisfazione esistenziale sembra essere ormai connaturata con la vita dell'uomo occidentale. Non è un caso che il film si apra con un co-protagonista che se ne va da casa lasciando sul tavolo la fede nuziale. Il regista ha già però provveduto a metterci sull'avviso: ci sono ben altre tensioni che attraversano il mondo: il regista finlandese continua a visitare il suo mondo di emarginati ed autoemarginati dalla vita. Kaurismaki non crede in una religione ed esonera da questo compito anche il suo protagonista siriano, liberandolo così da quel marchio che l'ISIS gli ha imposto e che l'Occidente più retrivo è stato ben lieto di potergli indiscriminatamente applicare. Crede però nell'umanità e i suoi personaggi sono buoni samaritani in cui l'egoismo cerca magari di farsi strada ma senza troppe possibilità di successo. Ciò che fanno, come reagiscono, quello che dicono sembra a tratti surreale contrapponendosi quasi alla concretezza del dolore e della morte che accompagna nell'intimo chi ha abbandonato la propria terra per cercare scampo da una sorte univoca. Ma al contempo ci ricorda che se anche solo una minima parte di quel sentire surreale si impadronisse della società tutti potremmo vivere un po' meglio. Mettendo magari in condizione di non nuocere non chi chiede giustamente una gestione seria del problema ma chi ne approfitta per seminare una paura che si traduce in odio. Questa è la lezione più importante del film (e di tutta l’opera di questo regista). Non dimenticando di farci anche qua e là sorridere come solo i grandi del cinema hanno saputo fare. E dunque, se volete qualche pugno nello stomaco per uscire da quella assuefazione che inevitabilmente prende anche i migliori - in questo succedersi di persone che salpano annegano o approdano – vedetevi questo film: Khaled, un rifugiato siriano, e Wilkström, un venditore di camicie di Finlandia, si incontrano e si aiutano. Nella società che li circonda non mancano i rappresentanti del razzismo più becero. Non tutti i finlandesi sono xenofobi; alcuni sì. Così come non tutti gli italiani sono razzisti, ma alcuni (sempre troppi) sì. Siamo avvertiti.

  ELEVAZIONE MUSICALE *

 
Martedì Santo 11 APRILE 2017  ore 21, in Abbazia

parte prima
Giovanni Paisiello                                        (Taranto 1740 – Napoli 1816)(Eisenach 1685 – Lipsia 1750)da Passione di Gesù Cristo
(libretto Pietro Metastasio)
Coro finale Preghiera Santa Speme”
Johann Sebastian Bach                         (Eisenach 1685 – Lipsia 1750)
da Matthäus Passion BWV 244   Aria Erbarme dich
soprano solo/violino/basso continuo  (originale per mezzosoprano solo)
 
meditazione dettata dal Rettore

parte seconda
Quirino Gasparini                                    (Gandino 1721-Torino 1778)
da Passio in Die Sexto (Bologna - 1753) (secondo Matteo – frammento: Quem vultis dimittam vobis?  Barabbam an Jesum qui dicitur Christus?...)
Coro maschile/basso seguente (continuo)
Giuseppe Sarti                                            (Faenza 1729-Berlino 1802)
da Miserere in fa minore - soli, coro e strumenti
n.1 Miserere coro
n.3 Aria Tibi soli tenore solo - Ut iustificeris coro
n.4 Ecce enim coro
n.12 Libera me de sanguinibus coro
n.13 Sacrificium Aria soprano/violoncello solo e strumenti
 Johann Sebastian Bach                          (Eisenach 1685 – Lipsia 1750)
da Johannes Passion BWV 245
n.35 Aria Zerfliesse soprano solo /violino (orig.flauto)/basso conti
 Complesso Polifonico e Strumentale: Ghirlanda Musicale: direttore Marco Maisano,
solisti Zara Dimitrova soprano, Maria Elena Chiappa contralto,  Michele Mauro tenore,  Ettore Begnis violino,  Flavio Bombardieri violoncello, Riccardo Crotti contrabbasso.

* offerta dai parrocchiani di S. Alessandro in Colonna nell'annuale pellegrinaggio pasquale alla nostra Abbazia. 

 Venerdì santo: nella mia Via Crucis risuona il dolore del mondo

La biblista francese Anne-Marie Pelletier, docente di Sacra Scrittura ed ermeneutica biblica allo Studio della facoltà “Notre Dame” del Seminario parigino, non sa perché papa Francesco ha affidato proprio a lei le meditazioni che il 14 aprile scandiranno le stazioni della Via Crucis al Colosseo. “Non ho cercato di indagare.... In ogni caso, è sembrato giusto quest’anno assegnare a una donna laica un compito riservato finora a sacerdoti e religiosi. Questa innovazione fa parte di quei gesti che indicano come le donne comincino a comparire un po’ di più negli sguardi dell’istituzione ecclesiale. Una buona notizia per le donne ma ancor più, ai miei occhi, per la Chiesa. Con una sottolineatura riferita all'attualità e un’altra alla Rivelazione: “Nel nostro presente, un numero sempre maggiore di Paesi scivola verso un autoritarismo molto maschilista; va di moda esaltare la virilità da conquistatore. Invece la Chiesa fa un gesto, mi sembra, che sta andando nella direzione opposta: si ricorda e ricorda che furono le donne a essere le ultime accanto a Gesù nella sua Passione e le prime a ricevere l’annuncio della Risurrezione. Quando ho ricevuto la richiesta di scrivere la Via Crucis, ero molto sorpresa ed emozionata. Ma anzitutto perché si trattava di preparare le meditazioni su un momento decisivo della celebrazione cristiana del mistero pasquale. La morte di Gesù sulla croce rimanda al cuore della fede. Perché affronta il paradosso assoluto: Dio subisce la violenza degli uomini, entrandoci dentro per vincerla con l’amore e il perdono. Una realtà da capogiro! Quindi mi ha toccato il fatto che mi venisse affidata la missione di essere l’interprete della fede della Chiesa durante la Via crucis del Venerdì santo, memoria di un avvenimento che ha cambiato la storia”. 

libri

T. Bello, Non c'è fedeltà senza rischio. Per una coraggiosa presenza cristiana, Sanpaolo ed.
Una nuova serie, inedita, di testi raccolti dall'archivio di don Tonino che esprimono i desideri e le direttive di un Vescovo particolarmente sensibile alle esigenze del tempo presente. In evidenza le riflessioni sull'Avvento, Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste. Don Tonino (così tutti affettuosamente chiamavano mons. Antonio Bello) nacque ad Alessano (Lecce) nel 1935. Ordinato sacerdote nel 1957, fu educatore in seminario e parroco. Nel 1982 divenne vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi. Campione del dialogo, costruttore infaticabile di pace, dal 1985 presidente nazionale del movimento "Pax Christi", fu pastore mite e protettore dei poveri, degli immigrati e degli ultimi, che ospitò anche in casa sua. Colpito da male incurabile, visse il suo calvario facendone un "luminoso poema". Morì il 20 aprile 1993. Promossa dalla Fondazione Don Tonino Bello, è in corso la pubblicazione del suo archivio in questa serie "La sfida della speranza" (Edizioni San Paolo), che comprende: Maria, donna dei nostri -  Alla finestra la speranza. Lettere di un vescovo - Cirenei della gioia. Esercizi spirituali - Vegliare nella notte - Il vangelo del coraggio sull'impegno politico e sociale - Le mie notti insonni - La speranza a caro prezzo sulla pace. Questo volumetto  (pagg 170) Non c'è fedeltà senza rischio, per una coraggiosa presenza cristiana, di cui i nostri tempi chiedono contro la marea montante di ignoranza che pure raccoglie nelle nostre chiese tanti battezzati, reduci da piazze urlanti contro gli “altri” figli di Dio.  

cinema

 S'intitola Vedete, sono uno di voi, il film documentario che Ermanno Olmi ha dedicato al ricordo del cardinale Carlo Maria Martini. Sul grande schermo, dunque, va la storia personale di un protagonista del nostro tempo. Accompagnati dalle sue parole, intessute da memorie visive, Olmiripercorre accadimenti e atti dell'uomo Carlo Maria Martini per conoscere come questa figura cruciale della Chiesa cattolica ha speso i giorni della sua vita rigorosamente fedele alla sua vocazione e ai suoi ideali. “Primo fra tutti – sostiene l'autore Marco Garzonio, giornalista e biografo di Martini che ha scritto con il regista Ermanno Olmi la sceneggiatura del film - la Giustizia, e dunque l'Uomo consapevole che senza giustizia non c'è libertà”.Attraversando eventi drammatici, dal terrorismo degli anni di piombo a Tangentopoli, dai conflitti alla corruzione e alla crisi del lavoro fino alle solitudini, il cardinale gesuita ha dato senso a smarrimenti e inquietudini della gente, che in lui ha trovato l'autenticità della sua testimonianza e lo ha riconosciuto come punto di riferimento per credenti e non credenti. Uno spirito profetico, che sapeva farsi interrogare dalla realtà storica, interpretandola alla luce del Vangelo. Un profeta di speranza, anticipatore di papa Francesco.

Silence, di Martin Scorsese - Per essere il film di una vita, Silence sembra assai poco un’opera di Scorsese. L’ambientazione in un Giappone medievale, lontanissimo nel tempo e nello spazio dalle strade di Little Italy e dai suoi gangster; il ricorso a volti attoriali nuovi, con cui finora non aveva mai lavorato, in luogo dei soliti, fedelissimi alter ego (da De Niro a Di Caprio).  Silence mette in scena la tragedia di un uomo arrogante. Un uomo convinto di poter cambiare il mondo, prima di soccombervi. Non è un caso che quell’uomo sia anche un uomo di Dio. Il film parte come una detection: due gesuiti dovranno recarsi in Giappone per scoprire se davvero il loro padre spirituale ha abiurato per salvarsi la pelle (i nipponici del Seicento consideravano la buona Novella assai pericolosa). In realtà l’oggetto di questa ricerca sarà la natura stessa del loro credere, dunque di Dio. Scorsese coglie del romanzo di Endo, basato peraltro sulla storica realtà dei lapsi (i preti apostati, letteralmente gli scivolati,  quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede), il nocciolo dei dilemmi che da sempre lo coinvolgono. Fino a che punto, torna a chiedersi il regista, è lecito seguire Dio se così facendo rechiamo sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia – in fondo il comandamento supremo che Gesù trasmette ai suoi discepoli, Ama il prossimo tuo come te stesso – o la fedeltà alla Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? La questione non è solo teologica perché tocca qualsiasi ideologia e credo. E’ anche assai moderna, sembra di leggere in filigrana i principali nodi della Chiesa di Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinaria (pensiamo ai conflitti su divorzio, eutanasia, aborto). La soluzione optata da Scorsese è più problematica: per amore dell’uomo sì, si può e anzi si deve rinnegare la propria fede. Meglio, occultarla. Rinunciare così anche alla pratica della condivisione e dell’indottrinamento, in definitiva all’eucarestia e al proselitismo. La fede deve restare come confinata in una dimensione privata, meglio ancora se intima, interiore. Il finale azzarda questo. Non che Scorsese neghi l’altra via, quella dei martiri, il cui sangue come ci ricorda è il seme della Chiesa. Ma si tratta anche in questo caso di una scelta individuale. Non a caso qui tutto il destino della Chiesa in Giappone si riduce alla sorte di due preti, che però prenderanno strade diverse. Scorsese sposta in ogni caso la religione per far posto alla persona. Con tutte le contraddizioni e le questioni aperte del caso. (rielaborazione su testo di G. Arnone)

 Moonlight -Questo film racconta una madre che può non essere una madre, e uno spacciatore che può essere il più amorevole e protettivo dei padri; racconta che essere gay non impone come modello comportamentale di sfilare a ogni Pride in tanga, piume e autoreggenti; ed essere un maschio nero nell'America periferica e degradata di oggi non deve necessariamente dover rispecchiare l'immaginario machista e gangsteristico. E non sono ovvietà, oggi. Curioso come un film che vorrebbe spingere a rifiutare i ruoli imposti dall'esterno (dagli altri, dalla società, dai media), che vuole rigettare le etichette, accumuli al suo interno dosi elevatissime di luoghi comuni cinematografici: dallo spacciatore buono , al modo in cui è raccontato il bullismo nelle scuole e il turbamento legato alla scoperta di sé, fino alla parabola riservata al protagonista. Un titolo lirico, quello della pièce, un racconto impressionista: tanto da spingere il regista a ricercare la poesia del momento e dell'immagine in maniera quasi ossessiva: un finto naturalismo che,  a forza di ricercare il chiaro di luna, lo squallore suburbano elevato a foto artistica, può risultare fastidiosa estetizzazione. Ma vale la pena di lasciarsi raccontare la storia di una educazione sentimentale. È  la storia  di una vita: che scopre lo sconosciuto che ancora è nello spettatore. 

libri

Per la giornata delle donne – un'ebrea, una protestante, una cattolica
 
Glikl bas Yehudah Leib, commerciante ebrea di Amburgo, Marie de l’Incarnation, mistica orsolina fondatrice della prima scuola per amerindie, Maria Sibylla Merian, pittrice e naturalista tedesca protestante, indignate chiedono all’autrice perché abbia deciso di affiancare le loro vite in modo così arbitrario. Risponde Natalie Zemon Davis: «Vi ho messo insieme perché volevo imparare dalle vostre somiglianze e differenze». In apparenza accomunate solo dal secolo in cui vivono, il Seicento, le tre donne si muovono in contesti diversi e lontani. > Glikl sposa a 14 anni un ricco commerciante e mette al mondo 14 figli, di cui otto sono ancora piccoli quando il marito muore. La vedova non si perde d’animo ma prosegue e sviluppa gli affari del marito viaggiando in tutta Europa finché si stabilisce con un nuovo marito a Metz, dove morirà a 78 anni. Viaggia, commercia, e intanto scrive. In trent’anni scrive sette libri in cui racconta la propria vita, la famiglia, le nascite, le morti, la forza necessaria ad affrontarle, i peccati in cui cade: in una parola, «discute con Dio». > Anche Marie de l’Incarnation scrive: quaderni su quaderni in cui spiega perché, rimasta vedova, abbandona il figlio undicenne per entrare nel convento delle orsoline; descrive il proprio amore per Dio e «la condotta che Dio ha tenuto nei suoi confronti», descrive visioni mistiche e apparizioni diaboliche; racconta di come abbandona la Francia per farsi missionaria in Canada, per obbedire agli ordini del direttore spirituale ma anche per rispondere ai richiami di uno spirito «che non poteva essere rinchiuso». Il viaggio, l’insegnamento alle «giovani selvagge» sono — scrive Marie — «una tale fonte di piacere che ho peccato, semmai, per averli troppo amati». > E anche Maria Sibylla Merian scrive e viaggia. Dipinge pure, non per passione religiosa ma per passione scientifica. Non abbandona i figli per questo: abbandona il marito, un pittore di Francoforte, per unirsi ai labadisti, una comunità di protestanti che aveva messo radici nella provincia olandese della Frisia, in un’esperienza di rinuncia e distacco da ogni bene e preoccupazione terrena. Dopo qualche anno però, forse insofferente delle gerarchie della comunità o della separazione dal mondo, Maria Sibylla parte di nuovo, sempre insieme alle figlie, e si stabilisce ad Amsterdam. Nel 1699 parte con la figlia più piccola per il Suriname, dove africani e amerindi la aiuteranno nella ricerca e nello studio e dove redigerà la sua opera più importante, le Metamorfosi degli insetti del Suriname. Poi tornerà ad Amsterdam, dove morirà nel 1717.  > Vite diverse dunque, ma con molti punti di contatto: spirito di iniziativa, propensione al viaggio e all’avventura, passione per la scrittura, una spiritualità profonda e una religiosità che la portano a conoscere e a esprimere le parti più nascoste della propria interiorità.   >>>   Natalie Z.  Davis, Donne ai margini, Ed Laterza   <<< 

 CRESCE LA TENSIONE TRA I BEDUINI JAHALIN 

 Ieri mattina, 19 Febbraio 2017, rappresentanti dell’Autorita’ Israeliana, accompagnati da soldati israeliani armati, sono andati al villaggio Beduino di Khan Al Ahmer nel West Bank, dove si trova la famosa “Scuola di Gomme”, per consegnare un nuovo ordine di demolizione effettivo dal 23 Febbraio prossimo. La scuola e l’intero villaggio sono a rischio di demolizione e spostamento. Lunedi’ mattina, 20 Febbraio 2017, abbiamo ricevuto la telefonata da Abu Soliman, il capo dei Beduini, che ci informava dell’arrivo dei bulldozer e dei soldati israeliani al villaggio di Tabna, che si trova nella stessa area di Khan Al Ahmer, e dove abbiamo un piccolo asilo. Ci siamo recate sul luogo dove abbiamo visto che era stata demolita una casa. Parlando con le donne abbiamo saputo che altre due abitazioni sono in lista di demolizione per il giorno 27 Febbraio. Facendo poi visita all’asilo, pochi erano i bambini presenti a causa di quanto successo di primo mattino. I bambini, testimoni dell’accaduto, erano alquanto scioccati e spaventati all’arrivo di qualsiasi macchina. Le stesse insegnanti si vedevano provate e in ansia per il loro incerto e precario futuro. Per la prima volta abbiamo letto sui loro volti rassegnazione e stanchezza. Parlando con Abu Raid, il capo del villaggio e membro del comitato della “Scuola di Gomme, e con alcune donne del villaggio, abbiamo colto in loro la seria preoccupazione per il futuro educativo dei loro figli in caso di distruzione della scuola. Nel pomeriggio abbiamo visitato Khan Al Ahmer e ascoltato Abu Khamis il quale ci ha raccontato quanto e’ successo il giorno prima, 19 Febbraio. I soldati israeliani, senza rivolgere parola agli abitanti del villaggio, hanno lasciato 42 ordini di demolizione (tale e’ il numero delle baracche del villaggio comprese alcune aule scolastiche) con scadenza effettiva il prossimo 23 Febbraio. Anche qui tra gli abitanti del villaggio e tra gli studenti della scuola abbiamo visto paura, preoccupazione e tanta incertezza. Proseguendo per il villaggio di Abu Nawar, vicino all’insediamento di Ma’ale Adumim, abbiamo sentito che il piano israeliano di spostamento forzato prevede oltre al villaggio di Khan Al Ahmer, anche quelli di Abu Nawar e di Abu Hindi. Nel villaggio di Abu Nawar i soldati israeliani si recano in sopralluogo quasi ogni mezzora lasciando dietro di loro sentimenti di sconforto negli abitanti e un grande punto interrogativo sulla nuova rielocazione. In questa situazione di grande incertezza, anche noi abbiamo sperimentato frustrazione di fronte a tanta ingiustizia e violazione dei diritti umani, oltre alla incapacita’ di trovare parole di conforto e di consolazione o altro. Abbiamo cercato di fare causa comune con loro attraverso la nostra presenza solidale. In questo ultimo periodo abbiamo toccato con mano una crescita di tensione nei beduini e grande preoccupazione per l’incertezza della loro sistenza. Chiediamo preghiera e giustizia per questi nostri fratelli e sorelle e che il Signore della misericordia intervenga in loro favore. Sr. Azezet & Sr. Agnese,Suore Missionarie Comboniane 
libri

 A. Schiavone, Ponzio Pilato, ed Einaudi, pagg 184.   È un testo audace e spiazzante, non solo per la sapienza con cui ha saputo fondere la sua profonda conoscenza storica e giuridica del periodo con la materia incandescente che tratta, non solo per la scrittura veramente appassionante, che coinvolge in una suspense il lettore anche quando sa già benissimo come andrà a finire. Il libro è bellissimo perché ha capito che si poteva indagare su Pilato, e raccontare chi era il prefetto della Giudea, solo raccontando chi era Gesù. Anche se Schiavone ha dato di Gesù un’interpretazione certo approfondita sul piano storico — splendidi sono i passi sulla legge giudaica e sul modo diverso e rivoluzionario di Gesù di intendere il rapporto con il potere — ma in fondo riduttiva, perché lo studioso evita volutamente di toccare il tema teologico della salvezza. Le ragioni di questa lacuna si possono cogliere in una frase dell’introduzione: «La verità dei Vangeli risiede ormai molto di più nella potenza millenaria del cristianesimo che nella riscontrabilità oggettiva del loro racconto». Affermazione che in realtà viene smentita proprio da questo libro e dalla sua trascinante bellezza: il racconto è così bello perché l’autore si è lasciato prendere da quelle parole, è entrato in quella scena, ha assistito a quel confronto nel momento in cui si svolgeva. Il libro è splendido perché Schiavone ha “visto” Gesù. Certo, l’ha “visto” attraverso gli occhi di Pilato, ma ha capito — e in questo sta la principale grandezza del testo — che Pilato lo aveva “visto”. Al contrario di quanto racconta la copertina (ma forse perché l’iconografia non ha altre immagini) Pilato non è colui che “se ne lava le mani”. Forse invece Pilato è stato veramente, come ha scritto Tertulliano, pro sua conscientia Christianus. In ogni caso, come sottolinea Schiavone, il suo nome doveva restare unito per sempre a quello di Gesù.

cinema
Viaggio intimo nella vita dell’artista impressionista più amato e nei luoghi che lo hanno ispirato, attraverso decine di opere riprese in alta definizione e le lettere agli amici più cari.Tremila lettere di Claude Monet. È a partire da questo immenso patrimonio che si snoda Io, Claude Monet, il nuovo docu-film di Phil Grabsky. Proprio a partire dagli scritti di Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), accostati alle straordinarie opere conservate nei più importanti musei del mondo, il film rivela la tumultuosa vita interiore del pittore di Giverny, tra momenti di intensa depressione e giorni di assoluta euforia creativa, offrendone così un ritratto complesso e commuovente. Attraverso più di cento dipinti filmati in alta definizione lo spettatore potrà conoscere la vita emotiva e creativa del pittore che con il suo Impression. Soleil levant, esposto nell’aprile del 1874 nello studio del fotografo Nadar, fece parlare il critico Louis Leroy della prima “esposizione degli impressionisti”, dando involontariamente vita al termine che avrebbe segnato buona parte della storia dell’arte europea di fine Ottocento. Riportate alla vita dall’acclamato attore britannico Henry Goodman, le lettere di Monet narrano infatti il percorso dell’artista da enfant prodige e appassionato caricaturista a maestro indiscusso di fama internazionale e registrano con attenzione gli incontri più importanti, come quelli col pittore Eugène Boudin e col primo ministro e amico Georges Clemenceau, che nel 1899 gli scrive “Voi ritagliate dei pezzetti di cielo e li gettate in faccia alla gente. Niente sarebbe così stupido come dirvi grazie: non si ringrazia un raggio di sole”. Purtroppo film come questi – e occorre vederli nell’ampiezza e nel mistero del ventre di una sala cinematografica – non restano in cartellone se non pochi giorni. Ma vale la pena di restare attenti a un loro ritorno. 

sulla vendetta, un fatto atroce e un film da vedere

A Vasto - Non ci azzarderemo a spendere una sola parola sull’uomo che a Vasto ha ammazzato il ragazzo di 21 anni che gli uccise la moglie passando col rosso. Solamente un pazzo o Fëdor Dostoevskij oserebbero mettere dito nell’anima di un uomo disperato a tale punto. Ma vogliamo dire qualcosa su una comunità - su tutti noi - che chiedeva giustizia prima del processo, come funzionava nel Far West coi ladri di cavalli. È stata chiesta con manifestazioni di piazza e sentenze spietate e inappellabili sul web, e giustizia equivaleva a carcerazione preventiva. E cioè, in galera subito, per placare la rabbia, e poi si vedrà, e nonostante il ragazzo la sera dell’incidente guidasse a poco più cinquanta all’ora, non fosse né drogato né ubriaco, non fosse fuggito e insomma non c’era un solo appiglio per rinchiuderlo prima del giudizio in tribunale, se non attraverso la logica della corda insaponata.  È (...) la pretesa di una giustizia di piazza, è anche il «fuori i nomi» di qualche giorno fa sui ritardi di Rigopiano, è anche la periodica speranza di una «giustizia esemplare», che esiste in Cina, mentre in una democrazia esiste la giustizia e punto, senza aggettivi, ed è anche rispondere a ogni emergenza con lo sbrigativo «inasprimento delle pene», e sono tutti fuochi del cuore che portano il nome del linciaggio: il modo più comodo e sommario di sentirsi migliori del linciato. (M. Feltri, da La Stampa, 3 marzo)

Il Cliente - Asghar Farhadi, il regista iraniano di "Una separazione" (premio Oscar per il Miglior Film Straniero) torna a Teheran (dopo "Il passato", girato in Francia ed in francese) ed affronta la complessità delle relazioni umane. Può un uomo buono consegnarsi alla vendetta la più cattiva? Un ottimo insegnante, comprensivo e incoraggiante, trasformarsi in un aguzzino? Il Cliente mette in luce la differenza apparentemente sottile ma fondamentale fra vergogna e umiliazione: l’una protesa verso se stessi ed un proprio codice morale, l’altra verso l’opinione altrui, che nel film appare di importanza primaria, se non assoluta. I protagonisti lottano per riscattare il loro orgoglio ferito, dando vita a comportamenti in cui l’empatia lascia spazio ad una vendetta che assume la prioritaria forma di estrema difesa della propria dignità pubblica. Un’opera profonda ed evocativa che, partendo dal vacillare di un palazzo, simbolo dell’instabilità e dell’incertezza di un Paese intero – l’Iran - entra prima nelle case e poi nelle coscienze dei suoi abitanti per esplorarne le contraddizioni, in un gioco di matrioske il cui fulcro è rappresentato da un duro faccia a faccia con se stessi e con i propri princìpi, una resa dei conti non più revocabile. 

libri

C. Saletti e F. , Auschwitz. Guida alla visita all’ex campo di concentramento e del sito memoriale, Marsilio ed. - Un libro prezioso non solo per i visitatori del campo, in particolare gli studenti delle scuole, ma anche per chi, senza andare nel campo, vuole chiarirsi le idee sulla sua storia, sulla sua organizzazione e sul percorso che ci ha portato a considerare la città concentrazionaria di Auschwitz come il paradigma del Male assoluto, il simbolo stesso della Shoah.

E. Hillesum, Il Bene quotidiano. Breviario degli scritti (1941-1942), San Paolo ed  - A settant'anni dalla morte, una breve antologia dei testi più importanti di Etty Hillesum, una delle maggiori autrici spirituali del Novecento. Una selezione curata che invita a leggere la notevole opera della Hillesum con un approccio semplice, immediato. I brani sono perfetti per semplici e profonde meditazioni sui grandi temi.    

ancora palude e verità  

Carissimo  Don Attilio, come suggerito nei tuoi auguri di Natale sono entrato nel  sito di Fontanella. In particolare mi sono dedicato alla  rubrica “Da Qui” perché, da subito, l’ho trovata di grande l’interesse. Quanto da te scritto meriterebbe ben altra qualità  di  riscontri (ma io non ne ho la preparazione) e quindi  mi limiterò a parteciparti un paio di considerazioni legate ai temi più “terreni” da te trattati nei paragrafi “la palude” e “verità”.
-La palude: (parafrasandoti) ebbene sì, ho votato boh? Inizio con il dirti, sull’argomento, che ho provato una certa invidia nei confronti di coloro che:
+ o perché ritenevano valesse comunque di dare avvio ad un cambiamento che, seppur con uno strumento imperfetto, cominciasse a incidere sugli annosi e sempre più scandalosi  privilegi e privilegiati;
+ o perché desiderosi di mantenere (o di essere nuovi destinatari di) detti privilegi;
+o (anche se non avrebbe dovuto essere questo il criterio ispiratore della scelta)per simpatia o antipatia politica;
hanno pressoché da subito, avuto le idee chiare su come votare.
Io purtroppo no. Forse anche un po’condizionato dai miei studi (Scienze Politiche) non sono mai riuscito a convincermi che le incongruenze della riforma (o come tu le hai definite imperfezioni), soprattutto se combinate con la appena approvatala legge elettorale, fossero sufficientemente compensate dagli aspetti positivi pur presenti nella riforma: tutt’altra cosa sarebbe per me  stata se il quesito referendario (come suggerito da qualcuno) fosse stato “spacchettato”.
Ritenendo comunque che fosse più che un mio diritto un mio dovere quello di votare, mi sono avviato ancora dubbioso al mio seggio sperando che il cammino mi portasse consiglio. Non riuscendo a risolvermi sul versante tecnico legale, ormai quasi arrivato, non  mi è rimasto che affidarmi a (seppur del tutto non pertinenti)  considerazioni di mera simpatia (o minor antipatia) politica. Il primo pensiero è stato non posso certamente dare il mio voto  ai fascisti (ancor che ex)e alla lega. Con questa convinzione, ormai munito di scheda e di matita, sono entrato nella “gabina” per porre la croce sul sì. Lo stavo facendo quando mi è apparsa un’improvvisa “visione”: quella di Renzi che in una conferenza ufficiale aveva  bandito la bandiera europea dallo sfondo… Sono rimasto con la matita a mezz’aria, ho posato la matita, ho chiuso con cura la scheda chepoi ho imbucato immacolata nell’urna (restituendo anche la matita). Quando, a volte, mi capita di ripensarci e, contestualmente, mi viene in mente  “ti sputo dalla mia bocca perché non sei né caldo né freddo” provo un po’ di disagio, ma non sono ancora riuscito a pentirmi della mia scelta un po’ plilatesca... 
Concludo il capitolo con il pensiero sollecitatomi dal termine Bauscia da te citato (e mi sembra in modo poco convinto) riferito a Renzi. Anch’io  non sono tanto d’accordo con questa definizione (a parte che io avrei preferito il termine ganassa, visto che ci stiamo rifacendo al milanese). Non sono tanto d’accordo perché per Bauscia o ganassa in Lombardia (anche prima dell’avvento della lega) si è inteso e si intende un individuo che le spara grosse: ma, normalmente,  nei suoi riguardi e non nei riguardi degli altri. Forse con una interpretazione toscaneggiante del termine si può arrivare (per me un po’ cinicamente) millantare prossimi e certi primati sociali ed economici dell’Italia all’interno del contesto europeo senona dirittura mondiale. E ciò quando è vero che sì siamo  tra i primatisti  ma del disagio sociale, della disoccupazione, della corruzione, dell’ evasione fiscale e ancor peggio della bassissima scolarizzazione. Don Attilio so bene che tutto questo non lo ha causato Renzi e che il frutto di troppi anni di cattiva politica e di cattivi politici che certo non è mia intenzione difendere, che però fatico a riunire tutti in una sola accozzaglia. Vedi (scusa se sono un po’ impreciso ma vado a memoria peraltro acciaccata dell’età) Moro diceva che compito di un politico è quello di guidare il popolo; Andreotti (di cui devo confessare sono stato per lungo tempo estimatore) diceva che invece il popolo va ascoltato perché solo così si potevano vincere la elezioni. Purtroppo io oggi vedo tanti Andreotti, pochi Moro e nessuno disposto a fare loperazione di verità di cui il paese necessita. Se però è vero che il mondo è dei miti  chissà se Mattarella e Gentiloni...
-Verità. Nei riguardi di questo capitolo sarò brevissimo: una suggestione e un’immagine che ha risvegliato in me la frase lì riportata:  “quelli a cui è stato ricordato che vestono rosso per una missione al martirio”. Non so per  quale strano meccanismo, la mente mi ha fatto rivedere la scena (trasmessa dalle televisioni) dell’incontro di Papa Francesco con la Curia Romana. Una sgargiante tenaglia di eleganti porporati attorno al papa (lui bianco come un agnello sacrificale). Lascio a te ulteriori considerazioni su martirio e martiri. Ricambio l’abbraccio e anche se ti conosco come persona non particolarmente amante di abusati (e perciò ormai poco significativi) convenevoli ti auguro un buon 2017. L. N.  
1 P.S. in questo scorcio di anno non solo la pigrizia mi ha tenuto lontano da Fontanella.
2 P.S. l’immagine che a te piace tanto del Cristo che già piccolo si allontana dalla madre per protendersi verso di noi mica l’avrai sottratta alla parrocchia?


 Papa Francesco: “Il dramma di Lampedusa mi ha fatto sentire il dovere di mettermi in viaggio”

Esce nelle librerie martedì 10 gennaio il libro A. Tornielli, «In viaggio» (Piemme edizioni, pagg. 348, 18 euro), il racconto dei viaggi internazionali di Papa Francesco. E si apre con un capitolo che contiene un lungo colloquio con Francesco sui suoi viaggi.  
 Santità, lei ama viaggiare?  
«Sinceramente no. Non mi è mai piaciuto molto viaggiare. Quando ero vescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires, venivo a Roma soltanto se necessario e se potevo non venire, non venivo. Mi è sempre pesato stare lontano dalla mia diocesi, che per noi vescovi è la nostra “sposa”. E poi io sono piuttosto abitudinario, per me fare vacanza è avere qualche tempo in più per pregare e per leggere, ma per riposarmi non ho mai avuto bisogno di cambiare aria o di cambiare ambiente». 
 Si aspettava, all’inizio del pontificato, che avrebbe viaggiato così tanto?  
«No, no, davvero! Come ho detto, non mi piace molto viaggiare. E mai avrei immaginato di fare così tanti viaggi...». 
 Come ha cominciato? Che cosa le ha fatto cambiare idea?  
«Il primissimo viaggio è stato quello a Lampedusa. Un viaggio italiano. Non era programmato, non c’erano inviti ufficiali. Ho sentito che dovevo andare, mi avevano toccato e commosso le notizie sui migranti morti in mare, inabissati. Bambini, donne, giovani uomini... Una tragedia straziante. Ho visto le immagini del salvataggio dei superstiti, ho ricevuto testimonianze sulla generosità e l’accoglienza degli abitanti di Lampedusa. Per questo, grazie ai miei collaboratori, è stata organizzata una visita lampo. Era importante andare là. Poi c’è stato il viaggio a Rio de Janeiro, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si trattava di un appuntamento già in agenda, già stabilito. Sempre il Papa è andato alle GMG (...). Il viaggio non è mai stato in discussione, bisognava andare, e per me è stato il primo ritorno nel continente latinoamericano». 
 La GMG era un appuntamento a cui il Papa non poteva mancare. Ma gli altri?  
«Dopo Rio è arrivato un altro invito e poi un altro ancora. Ho risposto semplicemente di sì, lasciandomi in qualche modo “portare”. E ora sento che devo fare i viaggi, andare a visitare le Chiese, incoraggiare i semi di speranza che ci sono». 
 Quanto le pesano le trasferte internazionali, dal punto di vista fisico?  
«Sono pesanti, ma diciamo che per il momento me la cavo. Forse mi pesano dal punto di vista psicologico più ancora che dal punto di vista fisico. Avrei bisogno di più tempo per leggere per prepararmi. Un viaggio non impegna soltanto per i giorni durante i quali si sta fuori, nel Paese o nei Paesi visitati. C’è anche la preparazione, che solitamente avviene in periodi nei quali c’è anche tutto il lavoro ordinario da svolgere. Quando ritorno a casa, in Vaticano, di solito il primo giorno dopo il viaggio è abbastanza faticoso e ho bisogno di recuperare. Ma porto sempre con me volti, testimonianze, immagini, esperienze... Una ricchezza inimmaginabile, che mi fa sempre dire: ne è valsa la pena». 
 Ha cambiato qualcosa nell’agenda già consolidata dei viaggi papali?  
«Non molto. Ho cercato, ad esempio, di eliminare del tutto i pranzi di rappresentanza. È naturale che sia le autorità istituzionali del Paese visitato, sia i confratelli vescovi, desiderino festeggiare l’ospite che arriva. Non ho nulla contro lo stare a tavola in compagnia. Ricordiamoci che il Vangelo è pieno di racconti e di testimonianze che descrivono proprio circostanze come questa: il primo miracolo di Gesù avviene durante un banchetto di nozze (...). Ma se l’agenda del viaggio, come accade quasi sempre, è già pienissima di appuntamenti, preferisco mangiare in modo semplice e in poco tempo». 
 Quali sentimenti prova di fronte all’entusiasmo della gente che l’aspetta per ore per vederla passare sulle strade?  
«Il primo sentimento è quello di chi sa che ci sono gli “Osanna!” ma come leggiamo nel Vangelo, possono arrivare anche i “Crucifige!”. Un secondo sentimento lo traggo da un episodio che ho letto da qualche parte. Si tratta di una frase detta dall’allora cardinale Albino Luciani a proposito degli applausi che un gruppo di chierichetti accogliendolo gli aveva tributato. Disse più o meno così: “Ma voi potete immaginare che l’asinello su cui sedeva Gesù nel momento dell’ingresso trionfale a Gerusalemme potesse pensare che quegli applausi fossero per lui?”. Ecco il Papa deve aver coscienza del fatto che lui “porta” Gesù, testimonia Gesù e la sua vicinanza, prossimità e tenerezza a tutte le creature, in modo speciale quelle che soffrono. Per questo qualche volta a chi grida “viva il Papa” ho chiesto invece di gridare “Viva Gesù!”. Ci sono poi espressioni bellissime a proposito della paternità in uno dei dialoghi del beato Paolo VI con Jean Guitton. Papa Montini confidava al filosofo francese: “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i Papi nell’epoca contemporanea, abbiano deciso di viaggiare». 
 Ricordi dei viaggi che le sono rimasti indelebili nella memoria?  
«L’entusiasmo dei giovani a Rio de Janeiro, che mi tiravano di tutto nella papamobile. E poi, sempre a Rio, quel bambino che riuscendo a intrufolarsi ha salito le scale di corsa e mi ha abbracciato. Ricordo la gente accorsa al santuario di Madhu, nel nord dello Sri Lanka dove ad accogliermi ho trovato, oltre ai cristiani, anche i musulmani e gli indù, un luogo dove i pellegrini arrivano come membri di un’unica famiglia. O l’accoglienza nelle Filippine. Ho ancora davanti agli occhi il gesto di quei papà che alzavano i loro bambini, perché li benedicessi, e mi sembrava che volessero dire: questo è il mio tesoro, il mio futuro, il mio amore, per lui vale la pena di lavorare e di fare sacrifici. E c’erano anche tanti bambini disabili, e i loro genitori non nascondevano il loro figlio, me lo porgevano perché lo benedicessi affermando con i loro gesti: questo è il mio bambino, è così, ma è mio figlio. Gesti nati dal cuore. Ancora ricordo le tante persone che mi hanno accolto a Tacloban, sempre nelle Filippine. Pioveva tanto quel giorno. Dovevo celebrare la messa per ricordare le migliaia di morti provocati dal Tifone Hayan, e il maltempo per poco non faceva saltare il viaggio. Ma non potevo non andare: mi avevano tanto colpito le notizie su quel tifone che aveva devastato quella zona nel novembre 2013. Pioveva e io indossavo un impermeabile giallo sopra le vesti per la messa che abbiamo celebrato lì, come si poteva, in un piccolo palco frustrato dal vento. Dopo la messa un cerimoniere mi ha confidato che era rimasto colpito e anche edificato perché i ministranti, nonostante la pioggia, mai avevano mai perso il sorriso. C’era il sorriso anche sul volto dei giovani, dei papà e delle mamme. Una gioia vera, nonostante i dolori e la sofferenza di chi ha perso la casa e qualcuno dei suoi cari». 
 Dopo un viaggio, che cosa accade: come ricorda le persone incontrate?  
«Le porto nel mio cuore, prego per loro, prego per le situazioni dolorose e difficili con le quali sono venuto in contatto. Prego perché si riducano le disuguaglianze che ho visto».  
 Tanti viaggi nel mondo, quasi nessuno nei Paesi dell’Unione Europea. Perché?  
«L’unico Paese dell’Unione Europea che ho visitato è stata la Grecia, con il viaggio di appena cinque ore a Lesbos per incontrare e confortare i profughi, insieme con il miei fratelli Bartolomeo di Costantinopoli e Hyeronimos di Atene (...). Sono poi andato al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ma quella è stata piuttosto una visita a un’istituzione, non a un Paese. Ma ho comunque visitato altri Paesi che sono europei pur non facendo parte della Unione: l’Albania e la Bosnia Erzegovina. Ho preferito privilegiare quei Paesi nei quali posso dare un piccolo aiuto, incoraggiare chi nonostante le difficoltà e i conflitti lavora per la pace e per l’unità. Paesi che sono, o che sono stati, in gravi difficoltà. Questo non significa non avere attenzione per l’Europa che incoraggio come posso a riscoprire e a mettere in pratica le sue radici più autentiche, i suoi valori. Sono convinto che non saranno le burocrazie o gli strumenti dell’alta finanza a salvarci dalla crisi attuale e a risolvere il problema dell’immigrazione, che per i Paesi dell’Europa è la maggiore emergenza dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale». 
 Tra le novità dei viaggi papali c’è, immagino, un protocollo diverso riguardante la sicurezza. È così?  
«Io sono grato ai gendarmi e alle guardie svizzere per essersi adattati al mio stile. Non riesco a muovermi nelle macchine blindate o nella papamobile con i vetri antiproiettile chiusi. Comprendo benissimo le esigenze di sicurezza e sono grato a quanti, con dedizione e molta, davvero molta fatica durante i viaggi mi sono vicini e vigilano. Però un vescovo è un pastore, un padre, non ci possono essere troppe barriere tra lui e la gente. Per questo motivo ho detto fin dall’inizio che avrei viaggiato soltanto se mi fosse stato sempre possibile il contatto con le persone. C’era apprensione durante il primo viaggio a Rio de Janeiro, ma ho percorso tante volte il lungomare di Copacabana con la papamobile aperta, salutando i giovani, fermandomi con loro, abbracciarli. Non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in quei giorni. Bisogna fidarsi e affidarsi. Sono consapevole dei rischi che si possono correre. Devo dire che, forse sarò incosciente, non ho timori per la mia persona. Ma sono invece sempre preoccupato per l’incolumità di chi viaggia con me e soprattutto della gente che incontro nei vari Paesi. Quello che mi impensierisce sono i rischi concreti, le minacce per chi viene e partecipa a una celebrazione o a un incontro. C’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte di qualche pazzo. Ma c’è sempre il Signore».  

nel 2017, un concilio ecumenico delle chiese ?
a Gerusalemme tutti i cristiani insieme per la pace

Con il passar degli anni è cresciuta negli studiosi e in chi si è accostato all'opera di Péguy la certezza di trovarsi di fronte a un gigante del nostro secolo, affiancabile per importanza a nomi come Heidegger, Benjamin, Rilke ed Eliot. La sua polemica contro il "mondo moderno" rivela sempre più il suo carattere profetico e la sua ira contro i dogmatismi di ogni specie risuona con persuasività. L'affermazione strenua del valore del "carnale", del "temporale" e la centralità della categoria di "avvenimento" come chiave di comprensione del fenomeno umano (e del cristianesimo), la difesa contro ogni riduzione spiritualistica o politica dell'azione ideale, fanno di Péguy una voce carica di attualità. Un'antologia che offre uno strumento per conoscere un autore fondamentale per comprendere il nostro presente. "La battaglia non è fra gli eroi e i santi; la battaglia è contro gli intellettuali, contro chi disprezza egualmente eroi e santi (…). La battaglia è contro quelli che odiano la grandezza, che si sono fatti i rappresentanti ufficiali della meschinità, della bassezza, della viltà”.Quest'antologia a cura di Davide Rondoni e Flora Crescini ci aiuta a comprenderlo meglio. Troviamo qui tutte le pagine più famose di questo grande scrittore convertitosi al cattolicesimo: da Véronique a Il mistero della carità di Giovanna d'Arco; da Il portico del Mistero della seconda virtù a Il Mistero dei santi innocenti alla Tapisserie de Notre-Dame. Pagine di una bellezza infinita e di una verità profondissima. Ma sono da segnalare anche i passi scelti dalle opere in prosa, dove Péguy analizza impietosamente e lucidamente l'età secolarizzata a cavallo tra Ottocento e Novecento, quel "mondo delle persone che non credono più a niente, neppure all'ateismo" che poi è anche il nostro mondo. Una società in cui "il denaro è tutto" e in cui la Chiesa è debole, perché manca non di ragionamento, ma di carità. 

a proposito della palude
Caro d.A. Anche qui a Firenze stanotte si attende l'arrivo di Santa Lucia. Per i regali e nonostante i virus di stagione. Ho votato no. Per difesa della Costituzione e non per chi quel fronte rappresenta. Non ho nulla a che fare con Lumbard e Pentastellati all'inizio interessanti e solo allora. Se la Chiesa non va bene non modifico il Vangelo. Forse il Catechismo o i diritti canonico ed ecclesiastico. E per uno Stato la Costituzione è come il Vangelo. Il resto passa da leggi costituzionali e regolamenti parlamentari. Il dramma è che mancano le scuole di partito ma spadroneggiano le satrapie e i personalismi. Certo è stato un voto contro Renzi. Ma sul personale l'ha messa lui in un delirio di onnipotenza. Poi come avrai sentito in tv non  è cambiato poi tanto. Angelino e suo fratello alle Poste li abbiamo sempre. La colpa  sarà anche mia indaffarato eccome ad arrivare a fine mese e a tenere unita la famiglia invece di impegnarmi in politica sul presupposto da provare che sappia meglio farla. Comunque ti sento appassionato e sereno nella battaglia della fede. Qui si vivacchia e questo non è un bene. Nella preghiera ti ricordo e vivi un fervido Avvento.
Un abbraccio.Giuseppe

Grazie per la tua attenzione, che travalica il Po. Sarà bello vederci: serve guardarsi per parlare di questo dramma italiano. Non ancora tragedia, ma ricomporre la razionalità di chi ha scelto non scegliendo - e, converrai, è stata la maggior parte di chi ha votato no - non sarà facile. I miei ragionamenti partono da questo fatto: siamo in una società che non sa neppure riconoscere quel po' di nuovo che si è fatto, e quel tanto a cui ci si chiama. Perché è vero che la Carta è sacra, ma lo è se non fa della sacralità un tabù. Persino il Vangelo, permettimi, non è la lettera morta del Corano: si fa, si dipana: dalle prime quattro versioni alle predicazioni che lo incarnano nel vissuto del nostro quotidiano. Per questo è una noia diffusa il prete al pulpito, oggi: perché il Vangelo non lo vive, non lo fa vivere, ma crede di offrirlo o come una lezione esegetica o come lo stantio ripetersi di formule, che diventano, e da subito, un insopportabile luogo comune (c'è cosa peggiore del Vangelo ridotto a luogo comune?). Che vuol dire oggi essere poveri? miti? o pacificatori? e la persecuzione oggi dei cristiani, che vengono ammazzati in blocco, e non più crocifissi uno a uno? Se dai oggi una risposta vera, t'accorgi che il Vangelo assume linguaggio diverso. E dunque un tratto diverso di vita. Se lo è per il Vangelo, non può esserlo per una Carta che rimane intatta nei principi, ma cerca di svoltarsi verso l'oggi di un popolo che in settant'anni si è ritrovato politicamente diverso? Se no, appunto,  satrapie e personalismi non cambieranno mai. Quel no, anche nella miglior buona fede che con te ha contraddistinto altri (la minoranza del no) ha rimandato alle calende greche la speranza di uscire dalla palude. Senza pretendere di uscirne del tutto puliti: ma almeno aria nuova.
Come distruggere (con ironia) l’evoluzionismo 
Lo sguardo acuto dello scrittore non solo esplora le teorie scientifiche, ma ci mette di fronte a uomini in carne e ossa, ritratti nel loro ruolo sociale, nel loro carattere e nelle loro meschinerie. Meschinerie che — Wolfe lo spiega con leggerezza nel libro (T. Wolfe, Il regno della parola Firenze, Giunti, 2016) — sono parte inevitabile nel definire quello che poi viene chiamato il progresso della scienza. Così racconta la vicenda che ha reso credibile l’evoluzionismo, cioè la scoperta del meccanismo che farebbe scattare l’evoluzione — la sopravvivenza del più forte — sia in Darwin che in Wallace: in entrambi l’idea nasce dalla lettura di Malthus, che non era uno scienziato, e viene poi trasferita in ambito scientifico. Ma mentre Wallace, simpatico avventuriero di umili origini e autodidatta, scrive subito un articolo sulla scoperta, Darwin, agiato gentiluomo che aveva studiato a Cambridge, tergiversa da anni. Sarà solo la lettera di Wallace, che gli manda il manoscritto in cui narra la scoperta, a dargli la spinta necessaria a scrivere qualcosa delle sue elucubrazioni. Ma l’establishment della scienza inglese è tutto dalla parte di Darwin, gli assicura il primo posto nella scoperta e lo aiuta a raggiungere e a mantenere quella posizione preminente che i libri scritti successivamente — benché lunghi e farraginosi rispetto a quelli più brevi e più chiari di Wallace — gli assicureranno. L’agiatezza familiare grazie alla quale si può dedicare solo allo studio e alla scrittura permetteranno a Darwin di sviluppare la sua teoria facendone una nuova cosmogonia, da contrapporre a quella religiosa. Wolfe sottolinea come questa cosmogonia sia in realtà solo una creazione letteraria, proprio come tutte le altre cosmogonie che vengono chiamate miti. Ma la pretesa scientifica di Darwin, insieme alla sua importanza sociale, vengono accettate in un ambiente dove la scienza sta diventando l’unica spiegazione accettabile per qualsiasi fenomeno. Fondamentale poi fu il fatto che Darwin, il quale si dichiarava agnostico, offrisse una versione delle origini del mondo che permetteva di fare a meno di Dio e questo, in società che si stavano rapidamente secolarizzando, costituiva una caratteristica decisiva per decretare il successo del libro. Gli attacchi che fecero scricchiolare il darwinismo non arrivarono dal clero, intimidito dalla sua rispettabilità scientifica, ma da altri due scienziati:  il solito vivace autodidatta Wallace che, dopo avere militato nelle fila del darwinismo, scrisse un’opera nella quale ne denunciava i punti deboli. Fra questi, in particolare, il fatto che l’evoluzione non spiega come mai l’uomo avesse fin dalle origini un organo specificamente sviluppato con capacità assai superiori a quelle che gli servivano per sopravvivere, un organo che sembra preparato in anticipo per uno sviluppo quasi illimitato, e che spiega il linguaggio: il cervello. Nello stesso periodo, Max Muller, il più noto e stimato linguista britannico, affermò coraggiosamente che «il linguaggio è il nostro Rubicone, né alcun bruto ardirebbe varcarlo». Lo studioso andava cioè dicendo che l’uomo aveva un superpotere difficilmente spiegabile con l’evoluzione: il linguaggio. Nonostante tutti i tentativi messi in atto da Darwin per superare questo ostacolo, esso rimase tale, e per circa settant’anni nessuno affrontò più il problema finché, con Noam Chomsky, si ripresentò la questione con modalità che somigliavano molto al confronto fra Darwin e Wallace. Chomsky — sostenuto dal plauso generale della scienza — sosteneva di avere risolto finalmente il problema della compatibilità fra linguaggio ed evoluzione: secondo la sua teoria, infatti, in ogni essere umano esisteva una sorta di organo predisposto al linguaggio, che garantiva così il veloce apprendimento della parola nei bambini. La prova era che al di sotto di tutte le lingue esisteva una struttura comune, che provava quindi il funzionamento dell’organo al di là delle infinite varianti linguistiche presenti nel mondo. Nessuno osò mettere in discussione la sua scoperta, basata su osservazioni teoriche, non certo su osservazioni linguistiche sul campo, fino a quando uno studioso autodidatta, Daniel Everett, dopo trent’anni di vita in una comunità sperduta del Brasile pubblicò articoli e libri in cui presentava una lingua che non aveva nulla a che fare con la struttura originaria scoperta da Chomsky: una lingua molto primitiva che corrispondeva esattamente al livello culturale della tribù. Esperienza che portava il ricercatore ad affermare che la lingua era un artefatto umano, e non frutto dello sviluppo di un organo preesistente. Everett sostenne che la lingua era uno strumento che spiegava la supremazia della specie umana sugli altri animali, come la sola evoluzione non potrebbe mai fare. Il duro e coraggioso attacco al patriarca della linguistica veniva non solo da un autodidatta, se pure eccezionalmente dotato per la ricerca, ma da un giovane che si era recato presso quella tribù con la famiglia, come missionario evangelico. Chomsky cercò di ignorarlo, lo trattò da povero ciarlatano, ma i libri del «Davide» Everett alla fine riuscirono a far fare marcia indietro al «Golia» Chomsky, che cominciò a cassare dai suoi scritti la teoria dell’organo predisposto, senza però fare mai autocritica. Fino a giungere all’ammissione del carattere misterioso del linguaggio, dalla quale prende inizio il libro di Wolfe. Lo scrittore statunitense denuncia proprio in questo mistero il fallimento di ogni teoria evoluzionista: «Il linguaggio, e solo il linguaggio, ci ha permesso di conquistare ogni palmo di terra di questo mondo, di soggiogare ogni essere abbastanza grande da rendersi visibile e di mangiarci la metà della popolazione dei mari». E può finalmente così concludere: «Dire che gli animali si sono evoluti nell’uomo è come dire che il marmo di Carrara si è evoluto nel David di Michelangelo. Il linguaggio è ciò a cui l’uomo rende omaggio in ogni istante che possa immaginare».

 di Lucetta Scaraffia



Nell’ Amoris laetitia la compassione del Dio vivente_
 così Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli

 Quando parliamo di Dio, il linguaggio descrittivo che adottiamo è quello dell’amore. E quando parliamo di amore, la dimensione fondamentale attribuitagli è quella divina. Per questo l’apostolo dell’amore definisce Dio come amore (cfr. 1 Giovanni 4, 8). Quando all’inizio dell’anno il nostro caro fratello e vescovo di Roma, Sua Santità Francesco, ha pubblicato l’esortazione apostolica Amoris laetitia, era più o meno il periodo in cui ci siamo recati insieme nell’isola di Lesbo, in Grecia, per manifestare la nostra solidarietà con i rifugiati perseguitati provenienti dal Medio oriente. Il documento papale sulla «gioia dell’amore», sebbene si occupi di questioni pertinenti alla vita familiare e all’amore, riteniamo che non sia scollegato da quella storica visita ai campi profughi. Di fatto, ciò che è subito apparso chiaro a entrambi mentre guardavamo i volti tristi delle vittime ferite della guerra è stato che tutte quelle persone erano singoli membri di famiglie, famiglie spezzate e lacerate dall’ostilità e dalla violenza. Ma come nostro Signore ci ha detto esplicitamente riguardo al rapporto tra potere e servizio (cfr. Matteo 20, 26), non dovrebbe essere così tra noi! L’immigrazione non è altro che il rovescio della stessa medaglia dell’integrazione, che certamente è responsabilità di ogni credente sincero. Naturalmente Amoris laetitia tocca il cuore stesso dell’amore e della famiglia, proprio come tocca il cuore di ogni persona vivente nata in questo mondo. Ciò accade perché le questioni più delicate della vita familiare rispecchiano le questioni più fondamentali dell’appartenenza e della comunione. Sia che riguardino le sfide del matrimonio e del divorzio, sia che riguardino la sessualità o l’educazione dei figli, sono tutti frammenti delicati e preziosi di quel sacro mistero che chiamiamo vita. Negli ultimi mesi sono stati numerosi i commenti e le valutazioni su questo importante documento. Le persone si sono chieste in che modo la dottrina specifica è stata sviluppata o difesa, se le questioni pastorali sono state modificate o risolte, e se norme particolari sono state rafforzate o mitigate. Tuttavia, alla luce dell’imminente festa dell’Incarnazione del Signore — tempo in cui commemoriamo e celebriamo il fatto che «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1, 14) — è importante osservare che Amoris laetitia ricorda anzitutto e soprattutto la misericordia e la compassione di Dio, e non soltanto le norme morali e le regole canoniche degli uomini. Indubbiamente, ad avere soffocato e ostacolato le persone è stata in passato la paura che un “padre celeste” in qualche modo detti la condotta umana e prescriva le usanze umane. È vero esattamente l’opposto e i leader religiosi sono chiamati a ricordare a loro stessi, e poi agli altri, che Dio è vita e amore e luce. Di fatto, sono queste le parole ripetutamente sottolineate da Papa Francesco nel suo documento, che discerne l’esperienza e le sfide della società contemporanea al fine di definire una spiritualità del matrimonio e della famiglie per il mondo attuale.I padri della Chiesa non hanno paura di parlare apertamente e onestamente della vita cristiana. Tuttavia, il loro punto di partenza è sempre la grazia amorevole e salvifica di Dio, che risplende su ogni persona senza discriminazione o disprezzo. Questo fuoco di Dio — diceva nel VII secolo abba Isacco il Siro — porta calore e consolazione a quanti sono abituati alla sua energia, mentre brucia e consuma quanti si sono allontanati dal suo fervore nella loro vita. E questa luce di Dio — aggiungeva nel x secolo san Simeone il Nuovo Teologo — serve da salvezza per quanti l’hanno desiderata e permette loro di vedere la gloria divina, mentre porta condanna a chi l’ha rifiutata e preferito la propria cecità. Nei primi mesi dell’anno giubilare della misericordia, è stato davvero opportuno che Papa Francesco abbia sia incontrato le famiglie dei rifugiati sconfortati in Grecia sia abbracciato le famiglie che sono sotto la sua cura pastorale in tutto il mondo. Così facendo ha non solo invocato l’infinita carità e la compassione incondizionata del Dio vivente sulle anime più vulnerabili, ma ha anche suscitato una risposta personale da parte di chi ha ricevuto e letto le sue parole, nonché di tutte le persone di buona volontà. Di fatto egli ha invitato la gente ad assumersi la responsabilità personale per la propria salvezza, cercando modi in cui poter seguire i comandamenti divini e maturare nell’amore spirituale. La conclusione dell’esortazione papale è dunque anche la nostra conclusione e riflessione: «Quello che ci è stato promesso è più grande di quanto possiamo immaginare. Non scoraggiamoci mai a causa dei nostri limiti, e non cessiamo mai di cercare quella pienezza di amore e di comunione che Dio ci mostra».

L'Osservatore Romano, 2-3 dicembre 2016

  “La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi”

 Perché possa essere pubblicata sul sito, segnalo l'intervista di papa Francesco ad Avvenire alla vigilia della chiusura del Giubileo: ne riporto le tracce più utili a meditare le indicazioni di cammino per il tempo che viviamo. E del nuovo stile cattolico, che è poi lo stile cristiano riportato alla sua essenzialità. "La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi". Risponde così Papa Francesco a una domanda di Stefania Falasca, editorialista di Avvenire, nella lunga e articolata intervista, molto incentrata sull'ecumenismo. Tra le risposte, anche una nella quale Francesco lega certe «repliche» all'esortazione post-sinodale Amoris laetitia alla faticosa e non ancora compiuta ricezione del Concilio Ecumenico Vaticano II: una indiretta risposta ai quattro cardinali che hanno in questi giorni pubblicato una lettera, contenente dei dubbi sul documento dedicato alla famiglia. (dal.man.)
Amoris laetitia e il «legalismo» La Chiesa esiste solo - ha detto Francesco ad Avvenire - come strumento per comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio. Al Concilio la Chiesa ha sentito la responsabilità di essere nel mondo come segno vivo dell'amore del Padre. Con la Lumen Gentium è risalita alle sorgenti della sua natura, al Vangelo. Questo sposta l'asse della concezione cristiana da un certo legalismo, che può essere ideologico, alla Persona di Dio che si è fatto misericordia nell'incarnazione del Figlio. Alcuni - pensa a certe repliche ad Amoris Laetitia - continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere. Il Concilio ci ha detto questo, 

gli storici però dicono che un Concilio, per essere assorbito bene dal corpo della Chiesa, ha bisogno di un secolo… Siamo a metà.
Un Anno Santo senza «grandi gesti» Chi scopre di essere molto amato comincia a uscire dalla solitudine cattiva, dalla separazione che porta a odiare gli altri e se stessi. Spero che tante persone abbiano scoperto di essere molto amate da Gesù e si siano lasciate abbracciare da Lui. La misericordia è il nome di Dio ed è anche la sua debolezza, il suo punto debole. La sua misericordia lo porta sempre al perdono, a dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace pensare che l'Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare. Per me questo basta (...). Gesù non domanda grandi gesti, ma solo l'abbandono e la riconoscenza. Santa Teresa di Lisieux, che è dottore della Chiesa.nella sua "piccola via" verso Dio indica l'abbandono del bambino, che si addormenta senza riserve tra le braccia di suo padre e ricorda che la carità non può rimanere chiusa nel fondo. Amore di Dio e amore del prossimo sono due amori inseparabili.

Per il Giubileo «non ho fatto un piano» Non ho fatto un piano. Ho fatto semplicemente quello che mi ispirava lo Spirito Santo. Le cose sono venute. Mi sono lasciato andare dallo Spirito. Si trattava solo di essere docili allo Spirito Santo, di lasciar fare a Lui. La Chiesa è il Vangelo, è l'opera di Gesù Cristo. Non è un cammino di idee, uno strumento per affermarle. E nella Chiesa le cose entrano nel tempo quando il tempo è maturo, quando si offre.
L'accelerazione degli incontri ecumenici È il cammino dal Concilio che va avanti, s'intensifica. Ma è il cammino, non sono io. Questo cammino è il cammino della Chiesa. Io ho incontrato i primati e i responsabili, è vero, ma anche gli altri miei predecessori hanno fatto i loro incontri con questi o altri responsabili. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior, per dirlo secondo quel processo espresso nella fisica aristotelica.

Le caramelle del Patriarca Bartolomeo A Lesbo, mentre insieme salutavamo tutti, c’era un bambino verso il quale mi ero chinato. Ma al bambino non interessavo, guardava dietro di me. Mi volto e vedo perché: Bartolomeo aveva le tasche piene di caramelle e le stava dando a dei bambini, tutto contento. Questo è Bartolomeo, un uomo capace di portare avanti tra tante difficoltà il Grande Concilio ortodosso, di parlare di teologia ad alto livello, e di stare semplicemente con i bambini. Quando veniva a Roma occupava a Santa Marta la stanza in cui io sto ora. L’unico rimprovero che mi ha fatto è che ha dovuto cambiarla.

L'accusa di «protestantizzare» la Chiesa (dopo il viaggio in commemorazione di Lutero) Non mi toglie il sonno. Io proseguo sulla strada di chi mi ha preceduto, seguo il Concilio. Quanto alle opinioni, bisogna sempre distinguere lo spirito col quale vengono dette. Quando non c'è un cattivo spirito, aiutano anche a camminare. Altre volte si vede subito che le critiche prendono qua e là per giustificare una posizione già assunta, non sono oneste, sono fatte con spirito cattivo per fomentare divisione. Si vede subito che certi rigorismi nascono da una mancanza, dal voler nascondere dentro un'armatura la propria triste insoddisfazione. Se guardi il film "Il pranzo di Babette" c'è questo comportamento rigido.
L'ecumenismo pratico e le dispute teologiche Non si tratta di mettere da parte qualcosa. Servire i poveri vuol dire servire Cristo, perché i poveri sono la carne di Cristo. E se serviamo i poveri insieme, vuol dire che noi cristiani ci ritroviamo uniti nel toccare le piaghe di Cristo. Penso al lavoro che dopo l'incontro di Lund possono fare insieme la Caritas e le organizzazioni caritative luterane. Non è un'istituzione, è un cammino. Certi modi di contrapporre le “cose della dottrina” alle “cose della carità pastorale” invece non sono secondo il Vangelo e creano confusione.

L'unità tra i cristiani è un cammino L'unità non si fa perché ci mettiamo d'accordo tra noi ma perché camminiamo seguendo Gesù. E camminando, per opera di Colui che seguiamo, possiamo scoprirci uniti. È il camminare dietro a Cristo che unisce. Convertirsi significa lasciare che il Signore viva e operi in noi. Così scopriamo di trovarci uniti anche nella nostra comune missione di annunciare il Vangelo. Camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore e che quindi l'unità non la creiamo noi. Ci accorgiamo che è lo Spirito che spinge e ci porta avanti. Se tu sei docile allo Spirito, sarà Lui a dirti il passo che puoi fare, il resto lo fa lui. Non si può andare dietro a Cristo se non ti porta, se non ti spinge lo Spirito con la sua forza. Per questo è lo Spirito l'artefice dell'unità tra i cristiani. Ecco perché dico che l'unità si fa in cammino, perché l'unità è una grazia che si deve chiedere, e anche perché ripeto che ogni proselitismo tra cristiani è peccaminoso. La Chiesa non cresce mai per proselitismo ma "per attrazione", come ha scritto Benedetto XVI. Il proselitismo tra cristiani quindi è in se stesso un peccato grave perché contraddice la dinamica stessa di come si diventa e si rimane cristiani. La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi.
La chiave dell'ecumenismo Fare processi invece di occupare spazi è la chiave anche del cammino ecumenico. In questo momento storico l'unità si fa su tre strade: camminare insieme con le opere di carità, pregare insieme, e poi riconoscere la confessione comune così come si esprime nel comune martirio ricevuto nel nome di Cristo, nell'ecumenismo del sangue. Lì si vede che il Nemico stesso riconosce la nostra unità, l'unità dei battezzati. Il Nemico, in questo, non sbaglia. E queste sono tutte espressioni di unità visibile. Pregare insieme è visibile. Compiere opere di carità insieme è visibile. Il martirio condiviso nel nome di Cristo è visibile.
Il «cancro» nella Chiesa Continuo a pensare che il cancro nella Chiesa è il darsi gloria l'un l'altro. Se uno non sa chi è Gesù, o non lo ha mai incontrato, lo può sempre incontrare; ma se uno sta nella Chiesa, e si muove in essa perché proprio nell'ambito della Chiesa coltiva e alimenta la sua fame di dominio e affermazione di sé, ha una malattia spirituale, crede che la Chiesa sia una realtà umana autosufficiente, dove tutto si muove secondo logiche di ambizione e potere. Nella reazione di Lutero c'era anche questo: il rifiuto di un'immagine di Chiesa come un'organizzazione che poteva andare avanti facendo a meno della grazia del Signore, o considerandola come un possesso scontato, garantito a priori. E questa tentazione di costruire una Chiesa autoreferenziale, che porta alla contrapposizione e quindi alla divisione, ritorna sempre.
Gli ortodossi e l'unità del primo millennio Dobbiamo guardare al primo millennio, può sempre ispirarci. Non si tratta di tornare indietro in maniera meccanica, non è semplicemente fare "retromarcia": lì ci sono tesori validi anche oggi (...). I Padri della Chiesa dei primi secoli avevano chiaro che la Chiesa vive istante per istante della grazia di Cristo. Per questo - l'ho già detto altre volte - dicevano che la Chiesa non ha luce propria, e la chiamavano "mysterium lunae", il mistero della luna. Perché la Chiesa dà luce ma non brilla di luce propria. E quando la Chiesa, invece di guardare Cristo, guarda troppo se stessa vengono anche le divisioni. È quello che è successo dopo il primo millennio. Guardare Cristo ci libera da questa abitudine, e anche dalla tentazione del trionfalismo e del rigorismo. E ci fa camminare insieme nella strada della docilità allo Spirito Santo, che ci porta all'unità».

Libri

 R. Saviane, La paranza dei bambini, Ed Feltrinelli    ---   La paranza dei bambini è il primo vero romanzo di Roberto Saviane. Si tratta pur sempre di una narrativa perfettamente calata nella spietata realtà di cui Saviano da molti anni si occupa: quella delle città oramai pervase dal potere malavita organizzata. La paranza è la barca della pesca a strascico, quindi metafora di morte che sorprende l’innocenza con l’inganno della luce. Ed è anche il nome in gergo utilizzato per indicare gruppi armati allineati alla Camorra e spesso in guerra fra loro per il controllo di strade e quartieri. Quella dei bambini, poi, è una paranza particolare: ne fanno parte adolescenti. Ragazzi di quattordici, quindici anni, figli di famiglie ordinarie. Hanno bei vestiti e tatuaggi sul dorso. Ma stanno già imparando a usare le pistole e i kalashnikov, a non aver paura nemmeno della morte, e a combattere battaglie a cavallo degli scooter. È  solo invenzione o casomai realtà sin troppo cruda e poco nota? Per saperlo, occorre leggere questo romanzo straordinario, necessario e crudele, la nuova inesorabile denuncia di un grande scrittore italiano.
 

G. Di Santo e D. Amato, La messa non è finita, Ed Rizzoli  ---   "Perdonami se non ti ho mai chiesto se leggi fedelmente il Corano. Se hai bisogno di un luogo dove riassaporare i silenzi misteriosi della tua moschea", così si rivolge il vescovo Tonino Bello a un giovane musulmano sbarcato sulle coste pugliesi. La sua non è una semplice provocazione. Agli ultimi immigrati, tossicodipendenti, ex detenuti, sfrattati - ha dedicato la sua intera esistenza: un vescovo che incontra sui marciapiedi un'umanità dolente e indifesa, che accoglie in episcopio i bisognosi e manifesta con chi ha perso il lavoro, ma anche un uomo innamorato della Parola di Dio. A molti non è gradito: usa parole sferzanti e punta il dito contro i potenti di turno richiamando la Chiesa al servizio dei poveri. Ma per don Tonino, il vangelo è un messaggio rivoluzionario, che deve scardinarci dalle nostre comode certezze. Con l'aiuto di Domenico Amato, Gianni Di Santo ripercorre i passi del vescovo Tonino Bello, e dà sostanza a una santità che tutti gli riconoscevano in vita e che si auspica ottenga presto il suggello della Chiesa. 

 A cura di E. Alberti, M. Vaglieri, Meglio qui che in riunione, ed Rizzoli 

Dimenticate gli epitaffi che si stagliano sulle tombe marmoree dei grandi condottieri, letterati, sovrani: scritti dai posteri per dovere o con soggezione, sono sovente bugiardi, e sempre pomposi, roboanti. Inutili. Questo libro, ispirato da un gioco fra amici, raccoglie gli "autoepitaffi" che oltre duecento italiani illustri e non - ma perlopiù illustri - hanno scritto di proprio pugno. Bando quindi alle blandizie, alle reticenze, ai sensi di colpa. Scegliere la frase per la propria lapide è l'occasione per concentrare in una pillola una vita intera o per dare un saggio dello spirito che ci anima. E allora c'è chi lancia un messaggio in una bottiglia - "E bello non saper d'esser morto!" (Giuliano Spazzali) -, chi, invece, filosofeggia, chi rievoca il tanto o il poco che ha fatto, chi compone una poesia minima, chi prende in giro - "Ceci n'est pas un épitaphe" (Rocco Tanica) - e chi esorcizza con una battuta folgorante e paradossale - "Si farà viva lei" (Elena Loewenthal). Nient’affatto cimiteriale, sfogliare questo volume è come raccogliere la confidenza più intima da ciascuno degli autori, entrare prepotentemente nella loro vita, vedere un film sull'Italia di oggi. E, insieme, è come scherzare con la Belva... non sia mai si riuscisse a eluderla. 

G. Boatti, Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d'Italia e spaesati dintorni, ed Laterza

Da Montecassino a Bose, da Camaldoli a Subiaco, dall'abazia di Noci, nella Murgia pugliese, ai contrafforti di Serra San Bruno in Calabria, da Praglia sino alla badia del Goleto, sui crinali dell'Irpinia orientale, "Hai trovato il monastero giusto?": la domanda che qualcuno di tanto in tanto mi pone mette in guardia i fraintendimenti che il mio vagar eremi e cenobi potrebbe suscitare. No, non sto cercando il monastero giusto. Vado per questa strada perché ho il sospetto che le luci nascoste che giungono da questi luoghi siano ancora capaci di offrire qualche solido orientamento. Perfino nella densa penombra calata sui giorni italiani. Busso a queste porte perché ho l'impressione che qui si impari davvero che si può cambiare il mondo, ma impresa piuttosto complicata - a patto di cominciare a cambiare se stessi, partendo dalle cose più semplici e concrete. Ad esempio, cercando di stare nel mondo prendendone nel frattempo la giusta distanza. Governando in modo diverso faccende quotidiane e basilari come il dormire e il mangiare, il desiderare e il bisogno di riconoscimenti, il silenzio con se stessi e l'incontro con gli altri. Sembrano bazzecole, ma quelli che vi si sono cimentati seriamente dicono che la sfida sia di vertiginosa difficoltà. E, soprattutto, pare duri tutta una vita.
Di qualche titolo, si avverte di poterli acquistare, con sconto, su offerte on line_ 

C. Simonelli, Dio, Patrie, Famiglie. Le traiettorie plurali dell'amore, ed Piemme
La Presidente delle Teologhe Italiane entra nel dibattito sulla famiglia, sulla crisi del rapporto fra maschilità e femminilità, sulle unioni civili e i diritti delle coppie di fatto, sulle nuove forme di genitorialità, la teoria del gender, le realtà affettive omosessuali e su tutto ciò che si collega inevitabilmente a questi temi: frontiere e popoli in movimento, fragilità e disagio, nascita e morte. Il dibattito è aperto, secondo Cristina Simonelli, che in queste pagine riprende e scardina gli argomenti più spinosi dei due sinodi sulla famiglia e le relative conclusioni dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Amoris lætitia. È un percorso di ricerca e provocazione che si aggira fra passi biblici e riferimenti letterari, un pamphlet che infilandosi nelle intricate maglie della modernità lancia suggestioni osando disegnare traiettorie plurali e inclusive. Che cosa fa di una famiglia una vera famiglia? Oggi la vita sentimentale e di coppia è molto difficile, e la Chiesa deve riconoscere il grande merito di chi sceglie di costituire un nucleo familiare. Tuttavia, in una società in cui tutto è precario, liquido, frammentato - dal lavoro alle relazioni - non ci si può aspettare che l’amore e la famiglia non lo siano.  Un libro che farà discutere e che invita a non assumere posizioni preconcette, ma a riflettere e a distinguere, perché - come sostiene la Simonelli - se non si ama la complessità, se non si guarda al mondo con sym-pathia (con-passione), è impossibile sentirsi a casa nel ventunesimo secolo. 
 

 

C. M. Martini, Il sole dentro, ed Piemme  
Un testo inedito del 1975, sorprendente e di straordinaria freschezza, ritrovato fra le carte di Carlo Maria Martini. Un viaggio meditativo sulla vita dell’anima e la lotta spirituale, proposto dall’allora Rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma, che sarebbe poi diventato cardinale di Milano. In questo scritto - recuperato a seguito del lavoro di riordino e archiviazione a cura della Fondazione Martini - si rivela ancora una volta non solo 
il fine esegeta della Sacra Scrittura e il pastore che sarebbe stato poi grandemente ascoltato negli anni milanesi, ma anche il profondo scrutatore dell’animo umano capace di scandagliare le vanità 
e le debolezze dell’io nel costante combattimento fra l’opzione fondamentale per il bene e la resa di fronte alla fascinazione del male. Questa sorta di «manuale di vita interiore» aiuta a guardarsi dentro, a individuare le nostre inquietudini, a difendersi dal «morso dello spirito negativo» e ad affrontare quello stato di «desolazione spirituale» sempre in agguato sulla strada di chi vuole seguire il Vangelo; non manca un’instancabile esortazione alla fiducia, soprattutto quando si cade nei tentacoli delle forze oscure del maligno, perché come scrive Martini in queste pagine: «Tornerà il sereno. Dovremo solo attendere il riapparire del sole interiore, della luce dell’anima, con disposizione paziente, risoluta e coraggiosa». 
S. Orth, Eros, Corpo, Cristianesimo, una provocazione...? Ed Queriniana 
Oggi non si ha quasi più paura di mettere il proprio corpo in bella mostra, di esporlo agli sguardi altrui, di ottimizzarlo chirurgicamente. Erotismo e corporeità svolgono attualmente un grande ruolo nel cinema e nella letteratura. La teologia cristiana pensa che non sia cosa degna di lei occuparsi di questi fenomeni e confrontarsi con essi? Proprio la fede nell’incarnazione non offre prospettive sorprendenti a proposito del nuovo culto del corpo e non indica dove bisogna opporsi a esso? Oppure oggi i cristiani non prendono più sul serio il fatto che Dio si è incarnato e quel che ciò significa? I vari contributi affrontano queste questioni attuali e delineano prospettive per un discorso cristiano adeguato a proposito dell’eros e della corporeità. Un libro da studio, un libro che aiuta a vivere di fede e a collocare gli indirizzi morali nell'essenziale dell'esistenza. 
 D. Fo, G. Manin, Dario e Dio, Guanda editrice   ---   Diciamolo subito ... questo libro su Dario e Dio scritto a quattro mani non potrà mai eguagliare il riso profondo che il premio Nobel ha saputo regalarci da mezzo secolo in qua recitando i suoi testi in teatro. Ma se siete curiosi di scoprire qualcosa sull’anima intima, le certezze ma anche i dubbi, le paure ma anche l’incantamento di fronte all’universo, di un «ateo convinto» di 90 anni (deceduto in questi giorni n.d.r.) allora leggetelo. Forse resterete sorpresi come lui quando a volte — dice — cammina in un bosco o guarda la meraviglia del cielo: «No che non esiste. Non ci credo. Però...». Perché l’altra cosa che si può subito dire è che Dario Fo ci avrà anche scherzato tanto ma, forse proprio per questo, di cose su Dio un po’ ne sa. Le prime delle quali imparate quando suo papà Felice, il ferroviere, e sua mamma Pina, la contadina, per quanto «atei e laici fino al midollo», lo avevano spedito a catechismo dal parroco di San Giano, Varese, dove lui era nato e cresciuto: battesimo, comunione, cresima. Un tipo di prete che era meglio perderlo che trovarlo, ricorda Dario. Ma una esperienza che, specie riletta tanti anni più tardi, un segno deve averlo lasciato. E specialmente quando poi di preti, racconta ancora lui, ne ha conosciuti altri e ben diversi: ... fino a papa Francesco: «Un rivoluzionario» come «non s’era mai visto» e che «sta davvero cambiando il volto della Chiesa». Gli dedica diverse pagine, il premio Nobel, al Papa argentino. Quello che «nega di essere comunista e dice che l’amore per i poveri è una bandiera del Vangelo prima che del marxismo, e sarà anche vero, però chi se lo ricordava più?». Ma soprattutto il Papa dell’enciclica Laudato si’ in difesa della Natura: un «prodigio che manda in crisi anche un ateo convinto come me». E traduce: «Se Dio non c’è chi è questo essere così geniale che in ogni momento ti lascia a bocca aperta?». Un’invenzione? Può darsi: anzi «la più grande invenzione della storia, come diceva Voltaire». Ma «uno così, beh, o ci fai uno sghignazzo» o alla fine «ti siedi davanti a Lui (maiuscolo nel testo, ndr) e gli dici: adesso parliamone». Dopodiché, a parte la filosofia, c’è soprattutto la vita. Il coro dei piccoli cantori. Il nonno Bristìn che portava Dario nei campi e gli faceva tenere le redini del cavallo fino a quel grande albero di susine «e io, piscinìn che ero, pensavo: questo deve essere il paradiso terrestre». Poi certo: le Scritture, le donne, il Purgatorio. Gesù e la bellezza: «Un dono divino che Gesù era il primo ad apprezzare. Credo che lui stesso fosse bello. Uno sguardo che non ti mollava. Sapeva creare l’ascolto»: il più straordinario dei poteri, dice il giullare. E ancora, Gesù che svuota l’Inferno: «Il che non vuol dire che il Male la fa franca. Chi fa il male vive male, la sua pena la sconta già qui». E la morte, naturalmente. «Non la corteggio, faccia con comodo. Ma non la temo». Detto questo «l’idea di una fine eterna, sparire per sempre, è insostenibile per la mente umana. Sappiamo che sarà così. Siamo polvere, mi dice la ragione. Ma poi... la fantasia, l’estro, la follia mi danno altre visioni. Che dire? Spero di venir sorpreso». ... Infine lo squarcio più alto. Che in realtà attraversa il libro intero del vecchio Dario e ne è forse la ragione più profonda. E ha il nome di sua moglie Franca Rame. Polvere, va bene. «Ma quando mi ritrovo ingarbugliato e non so come cavarmela mi viene istintivo sussurrare: Franca aiutami». Il nulla, d’accordo. «Però l’idea di ritrovarmi con Franca in un giardino, lei e io mutati in due begli alberi, il suo magari con le foglie dorate come erano i suoi capelli... sarebbe bellissimo. Se un qualcosa dovesse esserci vorrei che fosse così». (Paolo Foschini, dal Corriere della Sera)

 Walter Kasper, Papa Francesco. Radici teologiche e prospettive pastorali, Ed Queriniana 

Quasi a completamento del suo volume sulla misericordia, libro che fin dal primo Angelus papa Francesco ha indicato al mondo cristiano come il proprio itinerario di pontificato, ecco quest'altro lavoro da uno dei più stretti collaboratori di papa Francesco, il cardinal Kasper. Oltre gesti e parole, il sottofondo della novità portata da questo papa: la dimensione teologica, le radici teologiche del pensiero di Jorge Mario Bergoglio, ma anche le prospettive pastorali del suo pontificato aperte da quei contenuti teologici, sono qui tratteggiate con intelligente competenza e con squisita empatia.  «Papa Francesco annuncia il messaggio sempre valido del vangelo nella sua eterna novità e freschezza, senza ridurlo a un qualche schema preconfezionato. Papa Francesco unisce la continuità nei confronti della grande tradizione della Chiesa con quel rinnovamento che sa incessantemente sorprendere. Delle sue sempre nuove sorprese fa parte anche l’imbarazzante programma di una Chiesa “povera per i poveri”. Non è un programma liberale, ma un programma radicale – radicale nel senso originario della parola, perché significa un ritorno alle radici. Questo riandare alle origini non è tuttavia ripiegamento sul passato: è una forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore» (cardinal Walter Kasper). 

 "Emarginare dalla sfera pubblica il cristianesimo non è intelligente" 

 L’Europa non deve aver paura dei migranti e rifugiati che bussano alle sue porte. Deve piuttosto temere «il cambiamento del modo di pensare che si vuole imporre dall’esterno». Lo ha detto il pomeriggio di lunedì 26 settembre il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e Presidente dei vescovi italiani, aprendo a Roma i lavori del Consiglio permanente della Cei

Alla luce degli ultimi avvenimenti - ha detto Bagnasco - dobbiamo riaffermare che oggi c’è bisogno di un di più di Europa. … I nazionalismi non si vincono né con l’omologazione forzosa, che è una sottile espressione di violenza, né con l’irenismo miope che è una forma sofisticata di deriva etica e di annullamento identitario. Più che di tanta povera gente disperata che bussa alle porte del continente, l’Europa dovrebbe temere il cambiamento del modo di pensare che si vuole imporre dall’esterno. Il Papa molte volte ha messo in guardia dalle “colonizzazioni” in atto, che chiama “pensiero unico”: esso vuole costringere a pensare nello stesso modo, con gli stessi criteri di giudizio al di sopra del bene e del male. Propagandare in modo ossessivo certi stili di vita, inculcare il principio del piacere a qualunque costo, esaltare la “dea fortuna” e il gioco anziché il gusto del dovere, del lavoro, della onestà; insinuare il fastidio dei legami, se questi non appagano sempre e comunque, far sognare una perenne giovinezza, spingere alla ricerca di evasioni continue dalla vita reale, non sostenere la fedeltà agli impegni di coppia, di famiglia, di lavoro… tutto questo connota una mutazione culturale che aliena la persona da se stessa e dalla realtà, la appiattisce sul tutto e subito. Questo cambiamento culturale, che muta gli stili di vita e che si fonda sull’«isolamento delle persone, la paura degli altri, il conflitto tra Stati, la destabilizzazione della famiglia, di gruppi e nazioni finisce per favorire «approfittatori cinici, e spesso oscuri, attenti a lucrare denaro e potere. Bagnasco ha quindi parlato della situazione italiana tratteggiandone un quadro tutt’altro che roseo. «Le nostre parrocchie sono testimoni di come la povera gente continui a tribolare per mantenere sé e la propria famiglia. Vediamo aumentare la distanza fra ricchi e poveri; lo stesso ceto medio è sempre più risucchiato dalla penuria dei beni primari, il lavoro, la casa, gli alimenti, la possibilità di cura. Con speranza sentiamo le dichiarazioni rassicuranti e i provvedimenti allo studio o in atto; ma le persone non possono attendere, perché la vita concreta corre ogni giorno, dilania la carne e lo spirito». Sulla flessibilità, il presidente della Cei dice: «Nessuno può illudersi circa lo stato di disagio o di disperazione legato alla disoccupazione o alla incertezza: la teoria della flessibilità – che può avere le sue ragioni – getta la persona in un clima fluido e inaffidabile. Ci chiediamo: coloro che teorizzano non sono forse i primi ad essere ben sicuri sul piano del proprio lavoro e, forse, del proprio patrimonio? In un passaggio successivo, sempre riferito all’Italia, Bagnasco fa un accenno indiretto alla legge sulle unioni civili: Presentare tutto sullo stesso piano – come qualcuno intende – è un errore educativo grave». Una frase è stata infine dedicata al referendum per la modifica della Costituzione, definito «un importante appuntamento». «Come sempre, quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi esercitando la propria sovranità - ha detto Bagnasco - il nostro invito è di informarsi personalmente, al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze». 

"Il Papa si santifica e attacca i giornalisti"
Questo il titolo dato da un giornale, chiaramente di parte politica e culturale, all’incontro del Papa con i giornalisti. E sottotitola: «”Le vostre chiacchiere sono terroristiche e uccidono”. Le sue invece fanno bene». Incontro che gli altri giornali hanno riassunto in occhiello richiamando verità, professionalità e cura della dignità di ogni uomo, chiedendo di non sottomettersi a interessi di parte, così che la professione non diventi arma di distruzione. Un titolo quello del giornale citato che per la verità non corrisponde all’articolo, che pur sottolineando il difficile di raccontare sempre e bene, tuttavia riconosce il fondo meritevole delle parole papali. Ma si vede che i titolisti non sono tenuti a verità e responsabilità, ma solo a richiamare da subito gli uccelli nel loro roccolo, a beneficio dei rilevamenti numerici dei lettori. Vi mando l’ultimo pezzo dell’articolo di F. Facci per evidenziare appunto la differenza tra titolo e contenuto, che mi pare molto più “vero”.
Non ci sono state ovviamente solo strette di mano in quell’incontro con i giornalisti. Francesco che non va tanto per il sottile, ha fatto alla categoria un bello shampoo. Offrendo loro tre regole professionali: «Amare la verità è una cosa fondamentale per tutti, ma specialmente per i giornalisti. Vivere con professionalità, qualcosa che va ben oltre le leggi e i regolamenti. Rispettare la dignità umana, che è molto più difficile di quanto si possa pensare a prima vista». Nel discorso senza troppi giri di parole ha fatto capire che quel che vede dalla stampa non è esattamente così: la verità non è così comune, e il rispetto della dignità altrui assai scarso. Secondo il Papa «nel giornalismo di oggi - un flusso ininterrotto di fatti ed eventi raccontati 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana - non è sempre facile arrivare alla verità, o perlomeno avvicinarsi ad essa. Nella vita non è tutto bianco o nero. Anche nel giornalismo, bisogna saper discernere tra le sfumature di grigio degli avvenimenti che si è chiamati a raccontare». E ha staffilato la categoria su una certa inclinazione alla diffamazione altrui, usando parole e paragoni pesanti: il parallelo già utilizzato in altre occasioni sulle parole che uccidono come le armi dei terroristi. «Spesso ho parlato», ha ricordato Francesco, «delle chiacchiere come terrorismo, di come si può uccidere una persona con la lingua. Se questo vale per le persone singole, in famiglia o al lavoro, tanto più vale per i giornalisti, perché la loro voce può raggiungere tutti, e questa è un’arma molto potente». Fa effetto il paragone, ma non è così politico come potrebbe sembrare. È un altro modo di dire quel che è scritto nell’Antico testamento, libro del Siracide: «ne uccide più la lingua della spada». Il Papa ha spiegato: «il giornalismo deve sempre rispettare la dignità della persona. Un articolo viene pubblicato oggi e domani verrà sostituito da un altro, ma la vita di una persona ingiustamente diffamata può essere distrutta per sempre».  

 Sulla "competenza" 
Caro Don,  ho letto con attenzione il  piacevole elzeviro riguardante la mancanza di competenza dei pentastellati romani, a quanto pare in confortante buona compagnia di tanti conduttori di parrocchie. Ho aggiunto quindi la sua opinione a quelle di tutti i giornali e televisioni che hanno dedicato pagine e pagine e ore di trasmissione allo smontaggio dell’impalcatura del movimento che, pur essendo nato da poco, è diventato a rischio di governo per le percentuali di voto raggiunte, quindi rappresenta un pericolo per tutti gli altri circensi. Naturalmente le percentuali derivano da voti del popolo, magari di serie B come quelli di manzoniana memoria, ma non penso che si voglia mettere in dubbio il suffragio universale e la democrazia, considerando buoni solo i voti che piacciono.  La prima domanda che mi pongo è: se i romani si mangiano il fegato dopo pochi mesi di giunta zero, cosa dovrebbero fare gli italiani dopo due anni di sviluppo zerovirgola: degustazione di tutti gli organi interni? Quindi proporrei di aspettare almeno di vedere se si riesce a raggiungere lo zerovirgola, magari prima di due anni, considerando che si parte con un debito di 13.000.000.000,00 dico tredicimiliardidieuro, pesante fardello lasciato dai “competenti” predecessori. Naturalmente al formarsi delle precedenti giunte tutti d’accordo, giornali televisioni e commentatori, sulle capacità dei componenti. Per quanto riguarda la competenza è proprio un bel problema perché una scuola di sindaco non esiste e non si sa dove “rubare (verbo molto appropriato in politica) il mestiere come fanno apprendisti parrucchieri e pasticcieri” perché, con i maestri a disposizione, si rischia di diventare parrucconi e pasticcioni. Che competenza specifica ha un chirurgo come Marino, un giudice come DeMagistris, uno che viene dalla televisione come Gori e chissà quanti altri?  Né più né meno di una avvocato come Raggi. Forse allora c’è un altro problema perché sento dire spesso che non basta l’onestà dal momento che in politica bisogna sporcarsi le mani! A questo punto ho bisogno di aiuto perché non ho mai capito di che cosa bisogna sporcarsele. Provo a fare qualche ipotesi. Sporcarsele di sangue? Non credo, per questo ci vuole un livello più alto, vedi Tony Blair che va in giro a fare pagatissime conferenze e candidamente dice che sapeva che in Iraq non esistevano armi di distruzione di massa. Risultato: 100.000 dico centomila morti e paese destabilizzato. (Chi ha coraggio può cercare su Google l'effetto dei bombardamenti, probabilmente con uranio o fosforo bianco a Falluja, causa di nascite di neonati deformi. È successo che molti sono morti sotto le bombe, molti sopravvissuti si sono ammalati di tumore e i giovani che non si sono ammalati non fanno più figli perché hanno subìto mutazioni genetiche che fanno nascere bambini con gravi malformazioni). Questa privazione del futuro provocata volontariamente da un popolo a un altro popolo innocente mi viene sempre in mente quando, nei casi di attentati assassini con migliaia di volte meno morti, ci confrontiamo con gli altri vantando i superiori valori dell’occidente. Sono andato fuori tema, torniamo quindi ai nostri amministratori. 
Sporcarsele di M? Come malavita, mafia, massoneria? Mafia e malavita non penso, perché è un tipo di sporcizia che ha fatto il suo tempo essendo stata utilizzata, diciamo pure ”a piene mani”, dai competenti predecessori e il maestro Buzzi non può più dare i suoi insegnamenti essendo in galera. Sporcarsele di massoneria allora? Anche su questo ho dei dubbi perché Gelli è morto e il noto massone e faccendiere Flavio Carboni si dedica a tempo pieno a consigliare il sig. Boschi padre su come mettere in conti di pochi i risparmi di tanti. Anche qui è il caso di dire che è rubando il mestiere che si diventa competenti. Ci sono. Si devono sporcare di polvere di cemento! Ecco forse una buona ragione. Si deve rivedere il no alle Olimpiadi (quando lo disse Monti da premier nessuna obiezione) poi, anziché consumo zero del suolo e riqualificazione dell’esistente (come programma M5S), si costruisce ancora, naturalmente con soldi pubblici dopo sapienti bustarelle, e così, con una sporcatina  di  polverecaltagirone, come per magia, qualche giornale di proprietà cambia registro e le cose cominciano a migliorare, perché, suvvia, è così che va il mondo….! Purtroppo, devo onestamente ammettere che questo comportamento non è onesto.  È forse questa la competenza? Ma come si fa a farla andare d’accordo con l’onestà?  Sarebbe allora più onesto dire apertamente che per essere competenti bisogna essere anche un tantino disonesti, non molto, appena appena, ma, a questo punto, le mani essendo sporche non possono essere pulite per la “ contraddizion che nol consente”. Riguardo ai dubbi su un movimento “nato per sfasciare gli avversari mandando a quel paese il Paese attuale” mi domando se fa più danni al Paese un gruppo di competenti che contrae debiti per 13 miliardi di euro lasciando allo sfascio una città capitale come Roma  o un gruppo di eufemistici novellini che, dimezzandosi lo stipendio,  risparmiano oltre 16 milioni per aiutare finora,  non eufemisticamente ma concretamente, più di mille piccole e medie imprese in difficoltà nella crisi del nostro sistema. Io mi sono dato una risposta che però, essendo di parte, non fa testo. Con la consueta franchezza e “absit iniuria verbis”. A.C.
Sia ben chiaro, carissimo A.C., che l'uno non sposta l'altro; e non è mettendo in un 
calderone unico Blair, Buzzi, Gelli, Carboni e il Boschi-padre (le colpe ricadono sui figli?) che i tredici  miliardi di euro, messi in mano a degli incompetenti, diano speranza che non moltiplichino il debito. Chiedere competenza è chiedere onestà; e l'onestà non può prescindere dalla competenza: e se ti affido un compito amministrativo, desidero che tu sappia come gestire, avendolo imparato nelle piccole o grandi botteghe su cui si fonda il tuo curriculum. Ora, un avvocato, e giovane, che si è limitato a passare le carte, e lo dice lei, in un  studio sia pur grosso (e sia pure in quello studio) non credo abbia la stessa competenza di un sindaco che si è ritrovato una città con un decimo di abitanti, e senza debiti, e dopo aver per anni fatto gavetta in una grande azienda, è divenuto amministratore delegato di una propria società dagli utili cospicui. Competenti senza essere neppure un pochino disonesti? Certo, si può, si deve. Se non sempre e a tutti riesce, non si deve dimenticare che ci sono stati in Italia degli onesti contemporaneamente competenti amministratori: si può imparare da loro, e non da comici che riempiono piazze e chiamano all'assalto della diligenza; o da sindaci che si presentano con il figlio per gusto di popolarità democratica (o forse quel giorno dell'inaugurazione la babysitter  non era disponibile?). Questa è la mia pretesa da cittadino: o perché hanno mangiato loro, adesso che mangino gli altri? Proviamo? ma che cosa ? Avevo un amico dentista che era affascinato sempre dal nuovo, e il nuovo era sempre (guarda caso) un capopolo. Spero che ora - sull'argomento è un po' che non lo sento - non ricada nella stessa zuppa, visti gli esiti precedenti. Quanto a "democrazia" e suffragio di popolo, c'è un intervento precedente che potrebbe scandalizzarti di più. Ma lasciati scandalizzare! Quanto alla "confortante buona compagnia di tanti conduttori di parrocchie": e se fosse stato quello il bersaglio, prendendo spunto, a mo' d'esempio, dai pentastellati? Grazie  per l'interesse che hai per il sito: è bello sapere che qualcuno condivide i tuoi pensieri, senza l'obbligo di essere d'accordo. d.a. 

Da giovedì a domenica 18 settembre ... Qual è il tema del Congresso Eucaristico? L’Eucaristia sorgente della missione: «Nella tua Misericordia a tutti sei venuto incontro» è il tema attorno al quale si ritroveranno, nel capoluogo ligure, delegazioni provenienti dalle diocesi di tutta Italia.
Che cosa rappresenta il logo ufficiale del Congresso Eucaristico? Il logo, che restituisce tramite pochi segni l’immagine dell’Eucaristia e di Genova, è stato scelto tra diversi bozzetti presentati da giovani laureati e studenti. È stato ideato da Irene Damonte, laureata in design del prodotto e della nautica, e Alberto Macchiavello, studente in Scienze della Comunicazione. In primo piano, il pesce stilizzato, simbolo dei primi cristiani, diviene rappresentazione iconica del mare. Il cerchio oro rappresenta l’Ostia, l’Eucaristia, solcata da una croce il cui braccio orizzontale è costituito dal fascio di luce emesso dalla Lanterna stilizzata, che da sempre guida verso il porto sicuro, emblema riconosciuto universalmente di Genova.
Quali sono i principali appuntamenti del Congresso Eucaristico? La giornata di sabato 17, nello spirito dell’anno giubilare, è caratterizzato dalla visita dei delegati a 46 luoghi simbolici, dove le 14 opere di misericordia spirituale e corporale vengono esercitate quotidianamente: carceri, ospedali, centri di accoglienza e di ascolto, scuole, mense per i poveri.
L’appuntamento principale di sabato 17: a partire dalle ore 16.45 si svolge (con diretta su Tv2000) una solenne Adorazione Eucaristica nella cornice del Porto Antico. Il Santissimo Sacramento viene portato a bordo di una motovedetta della Capitaneria di Porto che nei mesi scorsi è stata impegnata in missioni di soccorso ai profughi. Le giornate del Congresso Eucaristico saranno segnate dall’alternarsi di proposte spirituali (tra cui le catechesi di 8 vescovi, celebrazioni penitenziali e l’adorazione eucaristica notturna nella chiesa di San Matteo) e culturali (visite guidate alla città). Nelle due serate di venerdì 16 e sabato 17 sono in programma rispettivamente un concerto al Teatro Carlo Felice e una serata in piazza Matteotti animata dai giovani delle diocesi liguri.

Libri
Ha cent'anni, ed è sempre attuale: 
E.L. Master, Antologia di Spoon River, ed Einaudi 

L' Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi, ossia di iscrizioni tombali, e come l'autore stesso afferma, si è ispirato alle persone che conosceva nei luoghi dove ha vissuto da bambino per scrivere l'opera. Quando nel 1915 Edgar Lee Masters pubblicò l'Antologia di Spoon River il successo fu così grande che si pensava che ogni americano, a meno che non fosse analfabeta, l'avesse letta; fu considerato in assoluto come il libro di poesie più letto fino a quel momento (e probabilmente è fino ad oggi una delle raccolte di liriche più conosciute al mondo). Nasce come una pubblicazione a puntate sul giornale di St.Louis (Missouri, USA). Figlio di un avvocato, Edgar Lee Masters cresce coi nonni nell'Illinois, e in particolare dal 1880 a Lewistone, cittadina affacciata sul fiume Spoon. L'infanzia è segnata da due morti precoci: prima, nel 1878, del fratellino minore; poi, l'anno successivo, del suo migliore amico che finisce sotto un treno. Dopo le superiori sogna di continuare gli studi letterari, ma si deve rassegnare a fare pratica da avvocato nello studio paterno e, una volta trasferitosi a Chicago, inizia a lavorare anche come giornalista. Dopo aver aperto uno studio legale ed essersi sposato nel 1898, dà anche alle stampe un primo libro di poesie, mentre inizia a dedicarsi, ma con scarso successo, anche al teatro. Una visita di sua madre, con la quale rievoca i tempi in cui viveva nel midwest, spinge Masters a scrivere i primi epitaffi che verranno raccolti poi nella celebre Antologia, la sua opera più famosa: in poche settimane le sue poesie vengono pubblicate prima su rivista e poi in volume e raccolgono apprezzamenti da tutto il mondo. Cento anni fa Edgar Lee Masters pubblicò la versione definitiva dell’Antologia di Spoon River. Dal 1943, anno della prima pubblicazione dell'Antologia di Spoon River in Italia, sono uscite sessantadue edizioni in diverse collane, e si sono venduti più di cinquecentomila esemplari: un piccolo record per un libro di poesia. La semplicità scarna di Masters, e soprattutto l'attenzione rivolta ai piccoli fatti quotidiani, lontani dall'enfasi e dagli eroismi dell'anteguerra, aveva colpito per la prima volta Fernanda Pivano, che lo traduce, e continua a colpire ancora oggi i lettori. Le storie provinciali di Spoon River, l'incomprensione dei rapporti affettivi, non si dimenticano facilmente. Nata dalla lettura degli epigrammi sepolcrali della greca Antologia Palatina, Spoon River allinea, in versi appena ritmati, le lapidi del cimitero di una piccola città del Midwest. Le "voci" dei personaggi, uomini e donne che non hanno capito e che non sono riusciti a farsi capire, affascinano inesorabilmente. Recitate dalle lapidi come litanie di morte che non è possibile scongiurare, raccontano con brutale franchezza l'eterno ritorno dei fantasmi del passato, e svelano nel contempo le ipocrisie del potere, le menzogne degli amanti, l'inconsistenza della rispettabilità, restando sospese tra amarezza, ironia e redenzione. "Lee Masters guardò spietatamente alla "Piccola America" del suo tempo e la giudicò e rappresentò in una formicolante commedia umana[...] Le spettrali, dolenti, terribili, sarcastiche voci di Spoon River ci hanno tutti commossi e toccati a fondo". (Cesare Pavese).            
 Donna della misericordiaGenerosa dispensatrice della misericordia  tra gli ultimi e gli scartati, madre Teresa di Calcutta ha levato la sua voce davanti ai potenti della terra  perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini della povertà creata da loro stessi. Lo ha ricordato papa Francesco all’omelia della messa celebrata domenica mattina, 4 settembre, per la canonizzazione della fondatrice delle Missionarie e dei Missionari della carità. Oltre centomila persone hanno gremito piazza San Pietro per il solenne rito, uno dei momenti centrali dell’anno giubilare straordinario. Proprio in questo contesto è significativo che il Papa, nella sua omelia, abbia definito madre Teresa  instancabile operatrice di misericordia  e l’abbia indicata come  modello di santità  ai numerosi rappresentanti del vasto mondo del volontariato presenti alla celebrazione.  Francesco ha sottolineato che  non esiste alternativa alla carità. E ha rimarcato che la sequela di Gesù è un impegno serio e al tempo stesso gioioso. Esso richiede  radicalità e coraggio per riconoscere il maestro divino nel più povero e scartato della vita e mettersi al suo servizio. dedicato a chi si è scandalizzato per chi si è a suo tempo irritato per la cosiddetta satira del periodico parigino, chiedendosi se anch'essa - la satira - debba riconoscersi un limite nel rispetto dell'altrui libertà. “Terremoto all'italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne” la vignetta che mostra persone sporche di sangue. E la battuta: "Ancora non si sa se il sisma abbia gridato 'Allah akbar' prima di tremare". Questa la satira “intelligente" (!!!) di Charlie Hebdo: aspettatevi quelli che sicuramente si alzeranno a difenderla. I soliti "intelligenti" che abbondano di qua e di là delle Alpi.  Libri
Ronald H. Balson, 
Ogni cosa è per te, ed Garzanti, pagg 468 --- A
Ogni cosa è per te” fa da sfondo la questione israelo-palestinese, conflitto politico-militare che vede contrapposti lo Stato di Israele, da una parte e i palestinesi e gli Stati arabi circostanti, dall’altra. 
in solidarietà con le terre devastate nella celebrazione di domenica 28 si raccoglieranno offerte fidando nella generosità di sempre _ ossessioni o calcoli politici di bassa lega?
Il presidente dell'Unione comunità islamiche e imam di Firenze, Izzedin Elzir, ha pubblicato sulla sua pagina facebook una foto di sette suore, in tonaca e velo, che giocano sulla spiaggia. Senza alcun commento ma con un chiaro riferimento alle discussioni sull'uso del Burkini. E il suo profilo è stato bloccato da Facebook: una sospensione che ha colto di sprovvista lo stesso Imam: "Sono sorpreso - ha detto Elzir - non è comprensibile. Mi hanno chiesto di verificare il mio account inviando un documento". E Elzir così ha fatto. L'account è stato così riattivato. Nel messaggio apparso quando l'imam ha cercato di rientrare sui social era scritto che il blocco era dovuto a molte segnalazioni sul nome fittizio dell'account che, secondo loro, non sarebbe stato di una persona reale. "Verificare chi sono è una procedura molto strana in ogni caso" - spiega Elzir.  Una bufera scoppiata dopo la pubblicazione. Una provocazione: il post ha sollecitato una quantità di reazioni riaccendendo il dibattito sull'opportunità o meno di vietare il costume da bagno coprente che le donne islamiche usano per andare in spiaggia. Tommaso, per esempio, ha obbiettato: "ragazzi, ma vi sfugge che le suore appartengono ad un ordine religioso e quella è un'uniforme? L'abbigliamento dei laici è un'altra cosa. Il paragone con le suore non ha senso!!!!!". C'è chi invece l'ha presa sul ridere, come Daniele: "E anche quest'estate abbiamo trovato un'argomento per discutere sotto l'ombrellone. Meno male, altrimenti avremmo parlato delle buche nelle strade". (da Il corriere della sera)
     Noi, che negli anni cinquanta del secolo scorso, eravamo in colonia a Rimini, sotto la tutela di suore di Maria Bambina, noi già da allora una foto - in bianconero - non ci avrebbe scandalizzato, dato che lo scandalo ormai non è più sul vestito e/o sullo svestito femminile (Ma sulle parole che creano violenza e non solo contro popoli di culture diverse, ma anche contro le istituzioni che reggono l'unità di uno Stato - ma esiste ancora il reato di vilipendio del capo dello Stato? se non più, da ripristinare e perseguire quanti stanno disfacendo le coscienze). Noi abbiamo avuto nonne che non uscivano se non si coprivano la testa e le spalle con un gran scialle: e non erano musulmane, ed eravamo negli anni sessanta del secolo scorso. Ora tocca a loro, a queste donne immerse nell'Occidente - a loro e non ai loro uomini, certo - decidere se e fino a quando portare i loro costumi. Soprattutto se rispettano il riconoscimento dovuto, in pubblico, tenendo il volto scoperto: come facevano le nostre nonne, e come han sempre fatto le suore: anche al mare. n.d.r.

La cultura del cinema

Disse Fellini che Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio, quel Dio che abita l’umano da crescere. L’estate serve anche per recuperare quanto l’anno lavorativo non avesse consentito. Ecco quattro film da vedere (o rivedere):   >>>   Il film che ha messo il dito nella piaga del nostro tempo, che ha lanciato la moda di un (pericoloso) gioco di società, dove la verità diventa tragedia: Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese ci è riuscito, anche solo per riflettere sul modo con cui i cellulari hanno mutato le esistenze di ognuno di noi.   >>>    Anche se lascia l’amaro in bocca e comunica un senso allarmante di giustizia inefficiente, In nome di mia figlia,  protagonista strepitoso Daniel Auteuil, è un’opera piena di fascino, che non lascia tregua: un padre che ha dedicato la propria vita all’indagine sulla morte tragica della figlia adolescente.   >>>   Il mare dei ricordi, la nostalgia di un passato irrecuperabile, la possibilità di una rinascita: al centro di Seconda primavera, regia di F. Calogero, i movimenti del cuore di un architetto cinquantenne che, grazie all’incontro con una ragazza che gli ricorda la moglie scomparsa, ritrova il gusto dei sentimenti. Un cuore in inverno che si scioglie lentamente, come neve al sole.   >>>   Di Julieta, ultimo gioiello di Pedro Almodovar, qualcuno ha detto che non ha la carica vitale di altre opere dell’autore. Tutto cambia, e gli anni segnano l’ispirazione di un maestro che non si accontenta di ripetere se stesso: la riflessione profonda sul destino, sull’abbandono, sulla potenza della passione.  (di F. Caprara, da La Stampa).

 
Vi invio questo trafiletto dell'Osservatore Romano, che mi pare faccia da appendice all'articolo "democrazia" che ho letto con grande interesse, trovandovi come sempre una lettura "profetica".

Una guida per i cattolici nell’esercizio dei loro diritti e doveri come cittadini partecipi alla vita democratica del proprio paese: è questo il senso del documento Forming consciences for faithful citizenship (Formare le coscienze per essere cittadini fedeli) pubblicato dalla Conferenza episcopale statunitense in vista delle elezioni presidenziali dell’8 novembre. Si tratta di un testo che richiama innanzitutto alla responsabilità politica dei cattolici nei confronti del bene comune. Al riguardo vengono citate le parole pronunciate da Papa Francesco il 16 settembre 2013 durante la meditazione mattutina a Santa Marta: «A volte abbiamo sentito dire: un buon cattolico non si interessa di politica. Ma non è vero: un buon cattolico si immischia in politica offrendo il meglio di sé perché il governante possa governare». I vescovi esortano pastori, religiosi, laici e tutte le persone di buona volontà «a contribuire al dibattito pubblico in maniera civile e rispettosa, a dare forma alle scelte politiche nelle prossime elezioni alla luce del magistero della Chiesa», consapevoli di una duplice eredità che li lega, come fedeli cattolici e come cittadini americani.

 

Libri

PER CHI METTE LIBRI IN VALIGIA - Ricordiamo e riproponiamo gli ultimi titoli che abbiamo segnalato, e che possono soddisfare le ore di eventuali piogge marine o montane >>> di M. Maraviglia, D. M. Turoldo: la vita, la testimonianza, ed Morcelliana - un libro, che attraverso una accurata ricerca d'archivio, ha l'intento di restituire alla storia una figura più volte presentata in termini mitizzanti o aneddotici.  >>> Nando Pagnoncelli, Dare i numeri, Ed Dehoniane - Le discrepanze tra percezione e realtà consentono di creare un «indice di ignoranza» che classifica i Paesi dal meno al più informato. E l’Italia, in questa categoria di ignoranza, sta ai primi posti riguardo l'allarme della migrazione, cavalcato da tv e social della Rete. >>>  E. Affinati, L' uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, ed Mondadori - L'autore ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea.  


RICEVUTO E PUBBLICATO

Sto leggendo con molto interesse le riflessioni che da qualche tempo trovo sul sito sotto il titolo Da qui. Trovo che questo pezzo delle esortazioni fatte da san Bernardo a un suo monaco diventato papa con il nome di Eugenio III possano ben dire che in ogni tempo, e dunque anche nel nostro, occorre restare in guardia perchè "il potere del posto" non diventi una tentazione nella Chiesa, anche oggi... Se può servire ai lettori del sito, come me interessati a una chiesa liberata da tante pastoie che non lasciano brillare il Signore (M. A.) 

« Eccoti avanzare tu, il pastore, tutto scintillante d'oro, rutilante di mille colori. Che vantaggio ne ha il tuo gregge? Oserei dire che questo è più un pascolo di demoni, che di pecore. S'affaccendava forse in queste cose Pietro, si divertiva in questo modo Paolo? Guarda come serve lo zelo degli ecclesiastici, ma solo per garantirsi il posto! Tutto vien fatto per la carriera, niente o ben poco per la santità. Se per qualche buona ragione tu tentassi di ridurre questo apparato e di essere un po' più alla mano, direbbero: "Per carità, questo non va bene, non è conforme ai tempi, non è adatto alla vostra maestà; badate alla dignità della vostra persona". Il loro ultimo pensiero è quello che piace a Dio; sul pericolo della salvezza non han dubbi di sorta, a meno che vogliano credere salutare quello che è grandioso, e giusto quello che splende di gloria. Tutto quello che è modesto, è talmente aborrito dalla gente del palazzo che sarebbe più facile trovare chi preferisca essere umile piuttosto che sembrarlo. Il timor di Dio è considerato un'ingenuità, per non dire una dabbenaggine. Chi è giudizioso e ha cura della propria coscienza, vien bollato d'ipocrisia. Chi ama la pace e si dedica di tanto in tanto a se stesso, lo ritengono un fannullone. Ma su queste cose basta quanto abbiam detto. Ho appena sfiorato il muro, senza sfondarlo. Tocca a te, in quanto figlio di profeta, andare più a fondo e vederci chiaro. A me non è lecito andar oltre. Leggiamo nel Vangelo che vi fu una discussione tra i discepoli per sapere chi di loro fosse più importante. Saresti sfortunato, se intorno a te tutte le cose andassero in questa maniera. La curia ormai m'è venuta a noia e conviene uscir dal palazzo. ... Non ti consiglio tuttavia di essere severo, ma grave. La severità è costante per chi è un po' debole, mentre la gravità mette a freno chi è sventato. La prima rende odiosi, ma se manca la seconda si diventa oggetto di scherno. Comunque, è più importante in ogni caso il senso della misura. Io non ti vorrei né troppo severo, né troppo debole. Nel palazzo comportati da Papa, tra i più intimi da padre di famiglia. Riepilogando, la Chiesa romana, che governi per volontà di Dio, è madre delle altre chiese, non loro padrona: di conseguenza tu non sei il padrone dei vescovi, ma uno di essi. Per il resto considera che devi essere il modello esemplare della giustizia, lo specchio della santità, l'esempio della pietà, il testimone della verità, il difensore della fede, il maestro delle genti, la guida dei cristiani, l'amico dello sposo, il paraninfo della sposa, l'ordinatore del clero, il pastore dei popoli, il maestro degli ignoranti, il rifugio dei perseguitati, il difensore dei poveri, l'occhio dei ciechi, la lingua dei muti, il sacerdote dell'Altissimo, il vicario di Cristo, l'unto del Signore ».  

 MARTIRIO - “Una chiesa parrocchiale in una mattina d’estate. È quasi vuota. Solo poche persone a messa. Poi l’irruzione improvvisa della barbarie. Le uniche parole che vengono alla bocca sono quelle pronunciate dall’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun, dalla Gmg di Cracovia: ‘Il mio grido sale a Dio’ . È un grido di dolore e angoscia di fronte al mistero del male. Un grido di rabbia di fronte alla violenza fanatica che ha segnato la nostra terra, il nostro mondo”, scrive il quotidiano cattolico La Croix. “Tutte queste persone disarmate, tutte queste vite stroncate, uomini, donne, bambini. Da Baghdad a Orlando, da Nizza a Saint Étienne du Rouvray. Nessuna causa può giustificare un simile abominio. Ma il nostro grido a Dio è una richiesta di aiuto per resistere alla tentazione della vendetta. ‘La chiesa cattolica non può prendere altre armi se non quelle della preghiera e della fraternità tra gli uomini’, ha detto l’arcivescovo prima di lasciare la Polonia per tornare alla sua diocesi”. 
«Questa è guerra. Abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace». Sul volo AZ4000 che lo porta a Cracovia, Francesco saluta assorto i giornalisti e per la prima volta interviene direttamente sull’attentato alla chiesa di Rouen. Con un chiarimento fondamentale: «Quando parlo di guerra parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione. C’è guerra di interessi , c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli, questa è la guerra. Qualcuno può pensare “sta parlando di guerra di religione”: no, tutte le religioni vogliono la pace, la guerra la vogliono gli altri, capito?». Da tempo Francesco denuncia la «Terza guerra mondiale, combattuta a pezzi» in corso. Ora, mentre l’aereo sorvola l’Adriatico, ripete: «Una parola che si ripete tanto è insicurezza. Ma la vera parola è guerra. Da tempo diciamo che il mondo è in guerra a pezzi. Questa è guerra. C’è stata quella del ’14, poi l’altra grande Guerra mondiale, nel ’39-’45, e adesso questa. Non è tanto organica, forse - organizzata sì - ma è guerra». Il Papa ricorda padre Jacques Hamel: «Questo santo sacerdote che è morto proprio nel momento in cui offriva le preghiere per tutta la Chiesa è uno, ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini… Pensiamo alla Nigeria, per esempio. “Ah! Ma quella è l’Africa!”. È guerra». L’aereo di Francesco è atterrato poco prima delle 16, alla Giornata mondiale della Gioventù sono già arrivati 500 mila ragazzi. «La gioventù sempre ci dice speranza», aggiunge Francesco: «Speriamo che i giovani ci dicano qualcosa che ci dia un po’ più di speranza, in questo momento». Il Papa ha voluto ringraziare coloro che gli hanno fatto le condoglianze e «in modo speciale il presidente della Francia che ha voluto collegarsi con me telefonicamente come un fratello».  

LIBRI
E. Affinati, L' uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, ed Mondadori   >>>   
A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea.
 

Elie Wiesel, Il mendicante di Gerusalemme, Ed Terra Santa

 Romanzo inedito di Wiesel, l’uomo che vide Dio appeso a una forca si è spento a Boston, a 87 anni. Scrittore premio Nobel per la Pace, nato in Romania, rinchiuso nel ghetto e poi ad Auschwitz.  Giugno 1967, Muro Occidentale di Gerusalemme. All’indomani della Guerra dei Sei giorni, Wiesel vede sfilare migliaia di uomini e donne, «in uno strano raccoglimento». E confusi tra quei volti prendono vita i personaggi di questo romanzo, composto di getto in quell’anno, come un impetuoso flusso di coscienza nel quale si mescolano la realtà e la finzione, la memoria e il desiderio. «I pazzi muti e i mendicanti sognatori, i maestri e i loro discepoli, i cantori e i loro alleati, i giusti e i loro nemici, gli ubriachi e i cantastorie, i bambini morti e immortali, sì, tutti i personaggi di tutti i miei libri mi avevano seguito per fare atto di presenza e testimoniare al mio posto, attraverso di me!». In un ritmo incalzante, si intrecciano le memorie della diaspora, la tragedia della Shoah, i combattimenti per Gerusalemme. Sullo sfondo la grande tradizione spirituale ebraica e una Gerusalemme crepuscolare, il cui tramonto «brusco, selvaggio, stringe il cuore per poi calmarlo».


Un Papa e il suo predecessore
- Bastava soffermarsi sullo sguardo di Benedetto XVI, con il volto sempre più affilato dall'età, quando ascoltava le parole di Francesco. E bastava osservare lo sguardo di Francesco verso il Papa emerito, che al termine della cerimonia per i suoi 65 anni di sacerdozio ha pronunciato un breve ringraziamento a braccio che si percepiva sgorgargli dal cuore. Le parole pronunciate da entrambi hanno detto molto di più di tante elucubrazioni fanta-teologiche sul ministero petrino «condiviso», di tante arrampicate sugli specchi canonistiche sul «munus» del Vescovo di Roma distinguibile dal suo «esercizio» concreto, di tante teorie complottiste su Benedetto «costretto» a rinunciare e dunque in realtà ancora Papa, che ancora appassionano gruppuscoli pseudo-ratzingeriani sempre più sedevacantisti e i loro corifei. «Lei, Santità - ha detto Francesco a Ratzinger - continua a servire la Chiesa, non smette di contribuire veramente con vigore e sapienza alla sua crescita; e lo fa da quel piccolo monastero Mater Ecclesiae... dal quale promana una tranquillità, una pace, una forza, una fiducia, una maturità, una fede, una dedizione e una fedeltà che mi fanno tanto bene e danno tanta forza a me ed a tutta la Chiesa». Quando è stato il suo turno, per un ringraziamento finale, il Papa emerito non ha tirato fuori dalla tasca un foglio con un pensiero scritto, ma ha parlato a braccio, con voce flebile e bassa, ma con la lucidità di sempre. Ha ricordato la parola in greco, “Eucharistomen”, che 65 ani fa un suo compagno di ordinazione volle stampare sull'immaginetta: grazie! Quindi ha ringraziato in modo particolare Francesco: «Grazie soprattutto a lei, Santo Padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio». Ascoltandoli entrambi, poi, non si poteva non percepire anche la distanza talvolta siderale che esiste tra lo sguardo e l'approccio umile di Ratzinger e quello di tanti sedicenti «ratzingeriani» che ne hanno cementificato l'insegnamento in una visione tutta «Law & Order». Così come una distanza simile esiste tra lo sguardo e l'approccio di Francesco e quello di tanti sedicenti «bergogliani» che ne riducono la testimonianza a slogan e parole d'ordine svuotate di significato e di carne. (A. Tornielli)

Sull’aereo di ritorno dall’Armenia

>>>   "C'è un solo Papa. L'altro, Benedetto XVI, è un Papa emerito, una figura che prima non c'era e a cui lui, con coraggio, preghiera, scienza, e anche teologia, ha aperto la strada". Così papa Francesco ha risposto ai cronisti sulle dichiarazioni di mons. Georg Gaenswein (=il segretario di Benedetto, fatto arcivescovo per meriti di cameriere - n.d.r.) sul ministero petrino che ora sarebbe condiviso tra due Papi, uno attivo e uno contemplativo. "Non ho letto le dichiarazioni, non ho avuto tempo per vedere queste cose: ma ho sentito , ma non so se è vero, però si addice bene con il suo carattere, che alcuni sono andati lì a lamentarsi, 'ma questo Papa...', e lui li ha cacciati via, col migliore stile bavarese, educato, ma li ha cacciati via. Quest'uomo è così, è uomo di parola, è uomo retto, retto, retto, è il Papa emerito".  
>>>   "Io credo che la Chiesa non solo deve chiedere scusa ai gay, ma deve chiedere perdono anche ai poveri, alle donne stuprate, ai bambini sfruttati nel lavoro, deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi. I cristiani devono chiedere perdono per aver accompagnato tante scelte sbagliate".   
>>>   "Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non erano sbagliate. Era un riformatore. Forse i metodi erano sbagliati. Ma la Chiesa non era modello da imitare: c'erano corruzione, mondanità, lotte di potere. Lui ha contestato. E ha fatto un passo avanti per criticarla. Poi si è trovato che non era più solo. Calvino e i principi tedeschi volevano lo scisma.  
 >>>   "Gli armeni? Non conosco altra parola di genocidio. Io ho sempre parlato di tre genocidi nel secolo scorso: il primo quello armeno, il secondo quello di Hitler e l'ultimo quello di Stalin. Io mi domandavo perché ci sono alcuni che sentono questo non è un vero genocidio. Un legale mi ha spiegato una cosa che mi ha interessato molto: che 'genocidio' è una parola tecnica, c'è della tecnicità, non è sinonimo di sterminio. Si può dire sterminio, ma il genocidio comporta che ci siano delle azioni di riparazione". 
 

 La memoria è la promessa della pace

«L’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male», affinché non capitino più «tragedie come questa». Papa Francesco lo scrive qui sulla «collina delle rondini» dove il tempo sembra essersi fermato. Il mausoleo, il Muro della Memoria e la stele dell'«Armenia rinata» dicono tutto lo struggimento di un popolo che ha patito una tragedia, «un genocidio», come ha affermato ieri Papa Francesco di fronte alle autorità del Paese, un milione e mezzo di persone sterminate dai turchi. Uno sterminio a lungo dimenticato e ancora oggi negato, motivo di continue tensioni con la Turchia, che continua a negare quanto accaduto all'inizio della Prima Guerra mondiale. Qui, nel Tzitzernakaberd Memorial, nel mausoleo circolare formato da dodici lastre inclinate di basalto, dal numero di province vittime della violenza, arde a cielo aperto la «Fiamma Eterna», in memoria di chi ha perso la vita. Una memoria che ancora fatica ad essere riconosciuta.


La presidente della Camera scrive al leader del Partito Laburista
 Caro Jeremy,
 la Camera dei deputati italiana è profondamente scossa dalla notizia dell'atroce assassinio dell'On. Jo Cox, una donna straordinaria impegnata a fondo nella lotta all'ingiustizia. I parlamentari di tutta Europa hanno perso una collega che si batteva con passione e senza tregua per la pace e i diritti umani, nonché per la causa dei rifugiati e dei migranti. 
 Sono vicina con i miei pensieri ai familiari di Jo Cox. Ed esprimo il mio sostegno all'appello di Brendan Cox a combattere uniti l'odio che l'ha uccisa. Jo Cox ha lottato tutta la vita per una società aperta, in un periodo in cui l'odio si diffonde, anche attraverso la rete. La sua morte ci mostra come alle minacce e ai discorsi di odio nella sfera pubblica e sui social media possano talvolta seguire azioni criminali. 
 L'atto efferato del suo assassino ha voluto spegnere la voce forte di Jo Cox proprio durante uno degli incontri periodici nel suo collegio. Chi lo ha fatto dunque mirava anche a scardinare principi fondamentali della democrazia, quali la volontà di dar voce ai cittadini ed il confronto con essi, nonché il dibattito libero e aperto sulle questioni decisive del nostro tempo.  I partiti di tutti gli orientamenti debbono essere compatti nel condannare quello che può essere definito come un atto di terrorismo. 
Caro Jeremy, ti prego di accettare le mie condoglianze e quelle dell'intera Camera dei deputati. Laura Boldrini
L'intera camera dei deputati? anche i leghisti alla Salvini? al quale - all'ennesimo insulto - la Presidente ha risposto inviandogli questa lettera. Perla ai porci, direbbe il vangelo.
 


preghiera contro i femminicidi

condividendo l'iniziativa della Comunità contro i femminicidi, vorrei segnalare questo brano estratto da un articolo di M. Serra -
Che la donna appartenga a se stessa ("io sono mia"), che la sua persona e il suo corpo non siano mai più riconducibili alle ragioni del patriarcato e del controllo maschile. Perché non se ne sente più l'eco, di quello slogan così breve e di così implacabile precisione? Forse perché lo si dà per scontato (non essendolo!); forse perché nessun "principio" assoluto riesce più a ottenere credito in una società smagata, relativista più per sfinimento che per cinismo. Eppure, volendo ridurre all'osso la questione del femminicidio, è proprio l'ignoranza o il rifiuto maschile di quel principio - io sono mia - il più evidente, perfino il più ovvio di tutti i possibili moventi. No, tu non sei tua, tu sei mia. Il mio bisogno è che tu stia con me, e del tuo bisogno (non stare più con me) non ho rispetto, o addirittura non ne ho contezza. Tu esisti solamente in quanto mia; in quanto non mia, esisti talmente poco che cancello la tua vita. Certo, la stratificazione psichica è profonda, cause e concause si intrecciano, paure e debolezze si sommano producendo, nei soggetti più sconquassati, aggressività e violenza. Ma il "via libera" all'aggressione, alla persecuzione, allo stalking, al delitto scatta anche perché nessuna esitazione "ideologica" interviene a soccorrere il carnefice, nessuna occasione di dibattito interno gli è occorsa, a proposito di maschi e di femmine.
 

 libri

Nando Pagnoncelli, Dare i numeri, Ed Dehoniane --- Gli italiani stimano che gli stranieri siano fra il 26% e il 30% là dove l’Istat ci dice che sono l’8%. Quanti sono i musulmani? Il 2% secondo l’Istat e il 4% stando alla Caritas, mentre le risposte ricevute parlano del 20%. E si potrebbe continuare su questioni come disoccupazione e terza età”. La via breve e facilona che porta alla deriva populista è percorsa dallo squilibrio fra la percezione della realtà, quella che l’opinione pubblica si costruisce in una sorta di fai-da-te, e i fatti veri e propri. La discussione pubblica italiana rischia di partire da una somma di percezioni clamorosamente sbagliate. Una distanza rispetto alla realtà che può fare comodo alla politica per cavalcare gli allarmi sociali ai fini del consenso. E ai media per aumentare l’audience. Un’indagine condotta in 33 Paesi su un campione di oltre 25 mila individui consente di misurare le percezioni dei cittadini su aspetti sociali, demografici ed economici. Le discrepanze tra percezione e realtà consentono di creare un «indice di ignoranza» che classifica i Paesi dal meno al più informato. E l’Italia, in questa categoria di ignoranza, sta ai primi posti. Nella Rete, se hai una tua autonomia concettuale, un pensiero critico, vieni buttato fuori con insulti annessi; e i fatti negativi superano alla grande quelli positivi, per cui internet rischia di diventare la discarica del livore e della rabbia, priva dell’opportunità del confronto. Confronto che solo si ha approfondendo gli argomenti, confrontando le fonti informative e rinunciando ai propri pregiudizi.  

in morte del cardinal Loris Capovilla 
«Papa Francesco, ultimamente, ci ha detto che la speranza dell’umanità è rappresentata dai giovani. Ha tuttavia aggiunto che la speranza dei giovani sono i vecchi, perché sono loro, tramandando la memoria della vita e della fede, ad aprire una strada verso il futuro. Una memoria di questo tipo ci è stata appunto consegnata dal cardinale Loris Francesco Capovilla che ha saputo custodire con saggezza l’eredità di quel santo vegliardo e padre che fu Giovanni XXIII, senza trattenerla presso di sé, ma comunicandola ad altri». 
vescovo Francesco Beschi  


 cinema - LE CONFESSIONI - Un monaco a un summit tra i ministri dell’economia del G8 e il direttore del Fondo Monetario Internazionale, ci sta come un pesce fuor d'acqua. O come un sasso nello stagno. Ma, in un caso come nell'altro, da bravo monaco, non se ne cura troppo, limitandosi a reagire come sa e come deve alla situazione che si trova di fronte: e proprio per questo risultando dirompente. Ma il virus che questo film innesta non è quello banale e violento di una protesta militante, ma quello ben più sottile e detonante di qualcuno la cui prospettiva etica è radicalmente differente da quella della cultura dominante. "L'ortodossia mi è del tutto indifferente," dice il monaco Salus "io sto dalla parte della pietà." E così mette a nudo la  sostanziale scarsa intelligenza e l'erotizzazione implicita nel potere, non solo finanziario. Un film, adatto a chi non si adatta a un mondo che spinge sulle spalle dei poveri per mantenersi in una ricchezza che ha i caratteri di una mafia senza spargimento di sangue, ma di disperazione sì.  


libri
AA. VV. , MARTINI E NOI, ed Piemme - ritratti inediti di un grande protagonista del Novecento cattolico. Uno straordinario caleidoscopio di oltre cento ricordi di chi ha avvicinato, conosciuto e ascoltato uno degli uomini di fede più grandi che la Chiesa ha avuto come dono. Firme autorevoli del mondo della cultura, della società civile e della Chiesa - tra cui Bianchi, Cacciari, Colombo, De Bortoli, Giorello, Lerner, Ravasi, Sorge - di diverse sponde, che lo hanno conosciuto più o meno da vicino, schizzano il ritratto di chi è stato di volta in volta l'obbediente figlio della Chiesa con lo sguardo rivolto al mondo. Un volume che si consiglia di mettere nella valigia dei cento giorni estivi, per raccontarsi ogni giorno un incontro che diventi una scoperta in più del cardinale di Milano,gesuita come papa Bergoglio: con altri tratti ma con la stessa sensibilità ignaziana, che è sinonimo di umana.

 

C. ALBINI, SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE, ed Emi - Una collana di volumetti  per ciascuna delle opere di misericordia spirituale e corporale aiuta a rimettere al centro le opere sulle quali il Vangelo di Matteo ci ricorda saremo giudicati. La sesta opera spirituale introduce nella compagnia della persona molesta: che per etimologia è una persona "pesante". Ce ne sono molte, vicine e non vicine. Come avere una pazienza fattiva, con persone scomode, perché dannose, o provocatrici, o detestabili? E' possibile amare i molesti? Tutta la collana, di autori diversi per ciascun argomento, è interessante: ma è stimolante partire da questo volumetto, dati i tempi!


 stare a Lesbo per ascoltare persone non numeri

La visita papale nell’isola greca che ha accolto tantissimi profughi è dunque un segno, semplice e fortissimo. Come è inequivocabile l’accoglienza di dodici profughi siriani che Francesco ha portato a Roma tornando da questo viaggio, diverso dagli altri. Diverso perché segnato dalla tristezza per la peggiore catastrofe umana dopo la seconda guerra mondiale. Poche ore divenute un simbolo: papa Francesco, che vuole contribuire dovunque a costruire ponti e ad abbattere muri, è andato per stare con uomini, donne e bambini che cercano solo pace e libertà, parole scandite in inglese durante la visita nel campo profughi di Moria. I viaggi di Francesco, che rappresentano l'ampio punto di vista di una istituzione mondiale e millenaria, invitano ad ampliare lo sguardo, a guardare al problema con misericordia, certo, ma anche con maggiore responsabilità e coraggio. Risolverlo non è compito delle Chiese, ma porlo all'attenzione di tutti sì. Questa è misericordia. Ed è questo che uomini di partito da noi non capiscono proprio, pur dicendosi, ahimé, cristiani!


 

 le parole di Jeronimus, Bartolomeo, Francesco e Tsipras:
"È un'aberrazione inaccettabile la svalutazione della persona umana. Coloro che hanno paura di voi non vi hanno guardato negli occhi. II mondo sarà giudicato da come avrà trattato queste persone che soffrono, persone che sono dovute fuggire dalla propria terra, persone a cui è stato sottratto il rispetto, persone che sono volti, nomi, storie, e come tali vanno trattate. Ma il Misericordioso vi dia forza perché non perdiate la speranza, trovando ad accogliervi tanti misericordiosi. Ma l'Europa cristiana che alza muri, impedendo il passaggio di persone deboli?".
 

 


TRA I PROFUGHI, ALLA FACCIA DI CHI ERIGE NUOVI MURI

Il Papa ha accolto l’invito a recarsi nell’isola rivoltogli daL patriarca Bartolomeo e dal presidente greco, Prokopīs Paulopoulos. Il Papa e i due leader ortodossi si recheranno in un campo profughi e successivamente pregheranno insieme al porto dell’isola, davanti al mare dove in tanti hanno perso la vita. Il viaggio durerà un giorno solo e «rappresenta un forte richiamo alla responsabilità e alla solidarietà su un’emergenza tanto drammatica» ha detto padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, presentando il comunicato ai giornalisti. «L’Europa si è purtroppo chiusa a riccio. Il viaggio di Francesco e Bartolomeo avrà un alto valore simbolico nell’Anno della Misericordia. Si aggiungerà ai viaggi della misericordia già compiuti finora, da Lampedusa alla tappa al Cara di Castelnuovo di Porto» ha commentato il direttore della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, Giancarlo Perego. La visita del Papa arriva in un momento critico. Come rende noto oggi l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), oltre 22.000 bambini migranti e rifugiati sono rimasti bloccati in Grecia e devono far fronte a un futuro incerto, segnato anche da violenze e sfruttamento. Sono nel complesso circa tremila i profughi bloccati sull’isola di Lesbo. La loro unica speranza è quella di poter presentare i documenti necessari a chiedere l’asilo. Tuttavia, nella maggioranza dei casi — come testimoniano le organizzazioni umanitarie — questo è loro impedito per la mancanza di documenti o di tempo. 

AL CINEMA

Race, il colore della vittoriaOlimpiadi di Berlino 1936. Jesse Owens è il primo atleta di colore a vincere quattro medaglie d'oro nell'atletica, davanti agli occhi esterrefatti di Adolf Hitler. Race – Il colore della vittoria racconta una delle pagine sportive e olimpiche più importanti, capaci di riscrivere la storia dell'atletica, ma non solo. Contestualizza al meglio il clima teso che si respirava sia in America che in Europa. Il film, infatti, gioca su un doppio fronte: da una parte quello prevalentemente sportivo, fatto di sacrifici, allenamenti, sconfitte e record mondiali, mentre dall'altro prevale quello storico, alla vigilia della seconda guerra mondiale, con i primi scontri già all'interno del Comitato Olimpico dettati dalla volontà di Hitler di esaltare la supremazia della razza ariana. Lotta al razzismo, nazista e americano, in una corsa per l'uguaglianza difficile da vincere, ma non impossibile.  riesce ugualmente a mettere in pista il ritratto di una figura leggendaria che ha sfidato un regime e dimostrato al mondo intero che nello sport, come nella vita, siamo tutti esseri umani, senza distinzione di razza o di colore. Il resto della storia purtroppo è noto, il presidente degli Stati Uniti of america si rifiuterà di ricevere il campione. Un film che diverte, ma anche avverte: s'annida da ogni parte il serpe della disuguaglianza.


Come Saltano I Pesci
è una commedia, con risvolti drammatici, comici, riflessivi. È un film con una metafora molto intelligente già nel titolo, anche se sembra poco invitante: ognuno sceglie che strada prendere, se seguire la corrente, andare contro senso o se saltare, proprio come i pesci. Ed è così che fanno i protagonisti del film. Matteo è il classico bravo ragazzo, con una famiglia amorevole, un sogno nel cassetto e l’affetto degli amici e parenti. Lui segue le onde, fa ciò che si deve fare, fino a quando non scopre un terribile segreto, nascostogli da sempre. Proprio in questo momento Matteo deciderà di saltare fuori dall’acqua per scoprire se stesso, per scoprire la verità. E in questo balzo, incontrerà Luca e Angela, due disadattati, due pesci controcorrente, due persone che non potrebbero essere più diverse da lui, ma in cui riporrà fiducia e presso le quali troverà l’amore. 


M. D'Agostino, GIANLUCA FIRETTI, SANTO DELLA PORTA ACCANTO - ed Sanpaolo

 Gianluca Firetti, perito agrario, calciatore, nel dicembre 2013, a 18 anni, si ammala di tumore. Tutto, nella la sua vita, cambia: il rapporto con Dio, con la famiglia e con gli altri. Accetta la sua situazione e racconta, in queste pagine, la sua profonda esperienza di cristiano, mostrando come, nella lotta, si diventi pienamente uomini. Viene a mancare il 30 gennaio 2015. A distanza di un anno dalla sua scomparsa, Gianluca Firetti, Santo della porta accanto, racconta di come Gian sia entrato nelle vite di tante persone, soprattutto dei più giovani, delle mamme e dei papà e - come infinite e-mail testimoniano - delle meraviglie che il suo esempio genera nei cuori. Gian non è morto disperato, ma affidato. 

   Un buon regalo, anche posticipato, nella festa di San Giuseppe, il papà adottivo di Gesù, e nella festa dei papà.

Manuel Vázquez Montalbán, Storie di padri e figli,  Feltrinelli ed: un libro uscito in Italia nel 2001 dal grande giallista spagnolo, che parte dalla convinzione che nessuno può sfuggire a questa relazione. Siamo tutti figli di qualcuno, nonostante ci sia chi a sua volta si rifiuta di essere padre. Pertanto, il titolo di queste tre storie, riguarda ogni potenziale lettore. Ogni racconto, per breve o lungo che sia, è pieno di padri e figli o di figli e padri. Ma credo, e da questo nasce il titolo generico del volume, che le storie che qui si raccontano si basino soprattutto sulle caratteristiche, normali o subnormali, che talvolta presentano le relazioni tra padri e figli. Il padre padrone e patriarca che cerca di guidare il destino del figlio; o quando è il figlio a proteggere il padre. 

 

 Felicità, la classifica mondiale dell’Onu: l’Italia è 50esima? Mah!

Capacità di ridere e generosità tra i criteri. Peggio di noi la Grecia, meglio l’Uzbekistan, il Nicaragua, la Malesia. Il podio è per Danimarca, Svizzera e Islanda. Seguono Norvegia, Finlandia e Canada.
Dunque, non ci sentiamo felici. E se non ci sentiamo felici, c’è poco da fare, non lo siamo. La felicità è una percezione soggettiva e soprattutto non sopporta la coniugazione imperativa: sii felice! Del resto, come insegna il filosofo Salvatore Natoli (citato da Paolo Di Stefano) esistono due tipi di felicità: lo stato di grazia e il bene stabile, ma è nella seconda accezione la felicità vera e più profonda. Natoli segnala alcuni limiti dell’inchiesta: «Gli indicatori — dice — sono insufficienti. Per esempio, non vedo l’altruismo, che è ben diverso dalla generosità: felicità comporta una reciprocità che custodisce». Difficile, in Italia, abbandonarsi all’altro. La dimensione fiduciaria e collaborativa non fa per noi. Si può imparare a essere felici? Purché non sia un eterno desiderio insoddisfatto: «Tutta la natura è desiderante, cioè spinge oltre in un’idea di espansione. Il fatto è che dovremmo essere consapevoli che siamo potenze finite, mentre spesso sotto le ali del desiderio ci illudiamo di essere infiniti: un autoinganno infelicitante». Dunque? «Bisogna trovare la propria felicità nel buon uso delle occasioni, in sintonia con ciò che offre il mondo». Si può imparare a essere felici? «Se sai cogliere una possibilità di pienezza nelle pieghe degli accadimenti».Corriere della sera, 17 marzo c. a. 


Fuocoammare,
un film per chi ha l'occhio pigro

Il film racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent'anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo 'occhio pigro', che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un'Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a constatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d'anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un'incancellabile partecipazione. Un film da vedere, per affrontare i pregiudizi che possono annidarsi anche nei migliori tra noi. 

Umberto Eco, Pape Satàn Aleppe 
cronache di una società liquida, ed  La nave di Teseo
In questo libro uscito postumo, che è raccolta di pagine giornalistiche scelte e presentate dall'autore, troviamo le risonanze che la quotidianità metteva nella mente e nella penna di uno dei più grandi contemporanei italiani. Scritti con il piglio 
divertito, irriverente e nello stesso tempo acuto che conosciamo. Non che tutto sia condivisibile di quanto scrivono o dicono i grandi: noi cristiani dovremmo continuamente vaccinarci dalla voglia di guru, perché uno solo è il nostro Maestro. Ma certo è una voce da ascoltare: una coscienza civile offertaci dopo decenni da quella di P. P. Pasolini.

 

 

In Quaresima noi sacerdoti abiteremo una tenda allestita sul sagrato della Chiesa di Ambivere. Un po’ di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. E’ più di quanto molti esseri umani possono permettersi. Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il semplice necessario sembrerà insufficiente.    Questa decisione nasce dalla presa di coscienza che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani. E’ facilmente dimostrabile: se dovessimo garantire a tutti gli uomini il tenore di vita europeo o americano avremmo bisogno di cinque pianeti. Ma siccome ne abbiamo soltanto uno, noi occidentali ci siamo presi da un secolo a questa parte il diritto di mettere le mani sulle risorse naturali dell’altra parte del mondo e di saccheggiarle a piacimento. Per evitare intralci abbiamo poi lavorato assiduamente per impedire che in quei paesi crescessero democrazia, autonomia economica e diritti umani. Ecco perché i paesi poveri continuano a restare poveri. Se Europa e Stati Uniti dovessero pagare equamente le risorse prelevate dal terzo mondo, i prezzi in casa nostra crescerebbero e dovremmo rinunciare a buona parte delle nostre abitudini consumistiche. Il costo della vita qui da noi è alto ma costerebbe ancora di più se i paesi poveri potessero mettere al centro della loro economia i loro bisogni invece che i nostri. Per questa ragione nessuno in occidente sembra prendere sul serio una prospettiva del genere.    Ecco dunque la nostra decisione: staremo in una tenda per dire che non siamo disposti ad accettare un sistema che procura benessere a noi provocando sofferenza a qualcun altro. Si tratta di un segno temporaneo, fino a Pasqua. Poi si vedrà. In ogni caso bisognerà mettere a punto stili di vita coerenti con questa intuizione. Intanto con questo gesto vogliamo dire che riconosciamo le nostre responsabilità di fronte alla povertà del mondo. E che si può essere felici anche con meno.   Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però possiamo stare dalla loro parte. Possiamo protestare e progettare azioni concrete nonviolente a favore della Verità e della Giustizia. Cominceremo a stare in una  tenda perché se migliaia di esseri umani possono essere abbandonati per anni nella nostra Europa in tendopoli improvvisate, fangose, senza servizi  (andate a Calais in Francia per vedere e credere) perchè mai noi, che siamo esseri umani come loro, dovremmo abitare in una casa? Noi pensiamo di non essere più umani dei poveri perché ci debba essere concesso qualcosa di più...sapendo oltretutto che loro hanno di meno anche per colpa nostra. Se loro non hanno diritto a una casa allora questo diritto non l’abbiamo neppure noi. Non ci sembra un grande affare perdere l’umanità comune che ci lega ai poveri per godere del privilegio della cittadinanza. Essere cittadini è un onore. Ma se deve venire prima della nostra comune umanità allora vi rinunciamo volentieri. Nella tenda sarete i benvenuti.   

una svolta dopo mille anni: e l'incontro sarà in terra neutrale, come richiesto dal patriarcato di Mosca
Papa Francesco e il Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia si incontreranno il prossimo 12 febbraio a Cuba, dove il Pontefice farà scalo prima del suo viaggio in Messico e dove il Patriarca sarà in visita ufficiale. Lo annunciano con “gioia” in un comunicato congiunto la Santa Sede e il Patriarcato di Mosca. E’ un incontro che avviene “per grazia di Dio” – afferma il comunicato congiunto – e che “comprenderà un colloquio personale presso l'aeroporto internazionale José Martí dell'Avana e si concluderà con la firma di una dichiarazione comune”. “Questo incontro dei Primati della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa russa, preparato da lungo tempo, sarà il primo nella storia e segnerà una tappa importante nelle relazioni tra le due Chiese. La Santa Sede e il Patriarcato di Mosca auspicano che sia anche un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà. Invitano tutti i cristiani a pregare con fervore affinché Dio benedica questo incontro, che possa produrre buoni frutti”.

       

l'ecumenismo: «Tutti i credenti avevano un cuor solo e un'anima sola»
«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132, 1), perché quando vivono insieme, fraternamente, si riuniscono nell'assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere. Leggiamo che agli albori della predicazione apostolica questo grande precetto era molto sentito e praticato. Si dice infatti: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un'anima sola» (At 4, 32). In realtà ben si conviene al popolo di Dio sentirsi fratelli sotto un unico Padre, sentirsi una cosa sola in un medesimo Spirito, vivere concordi nella stessa casa ed essere membra vive di uno stesso corpo. […]. 
Dai «Trattati sui salmi» di sant'Ilario di Poitiers, vescovo 

 le belle notizie: un modo per non dimenticare le tragedie che quotidianamente si consumano nel Mediterraneo

Un modo per non dimenticare i tanti bambini, vittime innocenti del desiderio di arrivare in Europa nella speranza di una vita migliore. I giocatori dell'Ael Larissa e dell'Acharnaikos, squadre della seconda divisione greca, hanno voluto ricordarli a modo loro. Così, subito dopo il fischio d'inizio dell'arbitro, si sono seduti per due minuti sul campo mentre il pubblico osservava in silenzio. La partita si è poi giocata regolarmente e l'Ael ha vinto 2-0. Un dettaglio assolutamente marginale. "Abbiamo voluto ricordare i tanti bambini che ogni giorno muoiono a causa del comportamento scellerato delle istituzioni europee" hanno spiegato in un comunicato le due squadre. 

  ... e le cattive: se alla vostra porta bussa una con questa faccia d'angelo, non apritele


L’indignazione ha raggiunto livelli elevati per ciò che ha sostenuto. In un’intervista per radio, la leader del partito anti-immigrati Alternative für Deutschland (AfD) aveva detto che le guardie di confine «devono prevenire l’attraversamento illegale delle frontiere e se necessario anche usare armi da fuoco». Questa la sua idea per prevenire» che gli illegali e i non aventi diritto di asilo entrino in Germania. In Europa, la sua proposta non manca di sostenitori: ritengono che la minaccia delle armi sarebbe un disincentivo a entrare nel continente. Guardatevi da vicino e dite se non ci sono "nemici" così che già bussano alle porte delle nostre case.

a 500 anni dalla riforma di Lutero e Calvino

Un gesto epocale a mezzo millennio dallo scisma di Martin Lutero: Papa Francesco parteciperà a una cerimonia congiunta fra la Chiesa Cattolica e la Federazione luterana mondiale per commemorare il 500° anniversario della Riforma. In un comunicato congiunto, si spiega che la «commemorazione ecumenica» si svolgerà il 31 ottobre a Lund, in Svezia e sarà presieduta dal papa assieme al vescovo Munib A. Younan presidente della Federazione luterana mondiale.


Al cinema e in libreria

Ogni anno, per non dimenticare, sennò si finisce per ripetere. E non si dimentica se... Un doc-romanzo che serve agli adulti per capire il senso di un viaggio: C. Greppi, Non restare indietro, ed Feltrinelli.   >>>   Saul Ausländer è un ebreo ungherese deportato ad Auschwitz-Birkenau. Reclutato come sonderkommando, è costretto ad assistere allo sterminio della sua gente che 'accompagna' nell'ultimo viaggio. Il figlio di Saul  è un incubo a occhi aperti in cui un padre ha perso la battaglia con la vita ma vuole vincere quella con la morte, ricomponendola con l'assistenza di un rabbino. In questi giorni  nelle sale, un film da non perdere. 


Giugno 1967, Muro Occidentale di Gerusalemme. All’indomani della Guerra dei Sei giorni, Wiesel vede sfilare migliaia di uomini e donne, «in uno strano raccoglimento». E confusi tra quei volti prendono vita i personaggi di questo romanzo, composto di getto in quell’anno, come un impetuoso flusso di coscienza nel quale si mescolano la realtà e la finzione, la memoria e il desiderio. «I pazzi muti e i mendicanti sognatori, i maestri e i loro discepoli, i cantori e i loro alleati, i giusti e i loro nemici, gli ubriachi e i cantastorie, i bambini morti e immortali, sì, tutti i personaggi di tutti i miei libri mi avevano seguito per fare atto di presenza e testimoniare al mio posto, attraverso di me!». In un ritmo incalzante, si intrecciano le memorie della diaspora, la tragedia della Shoah, i combattimenti per Gerusalemme. Sullo sfondo la grande tradizione spirituale ebraica e una Gerusalemme crepuscolare, il cui tramonto «brusco, selvaggio, stringe il cuore per poi calmarlo». (E. Wiesel, Il mendicante di Gerusalemme, edizioni Terra Santa)



Il romanzo 
insegna la vita, ce lo hanno detto, e lo sperimentiamo. Questo romanzo insegna che la vita è sempre più in là di quello che si percepisce di essa. Qui la storia di una terra, Ostuni: raccontata con stile scorrevole, ricco delle radici dell’autore, che pure rilegge ormai da lontano. Bellezza straziante di un distacco dovuto perché desiderato, in quel perpetuo ripetersi dello sguardo sulla crescita di un uomo. Una vita che è un viaggio, di andata (di fuga?) e di ritorno: un’infanzia che si ripete in ogni adulto che conservi memoria di ciò che è. Una favola per adulti, una storia straordinaria che si dipana leggera e suadente. Una buona lettura, per il tempo natalizio con il suo silenzio così diverso. (Angelo Roma, Ancora più vita, ed Mondadori). 

Dove va la storia? Dilemmi e speranze -
 Stanchezza e scetticismo sembrano caratterizzare questa nostra epoca. Da alcuni è considerato ingenuo il tentativo di rintracciare in essa dei segni di speranza. Questo è un libro a forma di intervista di Giulio Brotti, docente e pubblicista, a Rémi Brague: le riflessioni filosofiche si intrecciano a questioni di drammatica attualità, quali la convivenza delle religioni, la possibilità di un dialogo con l'Islam, la violenza fondamentalista, il futuro dell'Europa, la sorte delle biotecnologie nella storia dell'uomo che sarà. La storia che ha di fronte il grande dilemma: che farne dell'uomo? dell'uomo così come è e non come lo si vorrebbe fabbricare in un ideale di perfezione che non gli appartiene.(R. Brague, Dove va la storia?, ed La Scuola).


 Bundesliga, lanciano pane al calciatore: lui lo raccoglie e lo bacia - Dagli spalti gli lanciano del pane: lui lo bacia e lo porta alla fronte in segno di rispetto per quell’alimento che andrà sprecato. Al probabile gesto razzista - come lo hanno definito diversi media internazionali - Hakan Çalhanoglu, nato a Mannheim, Germania,  ha risposto con un gesto di rispetto verso il cibo. Il calciatore turco di fede musulmana, che gioca nel Bayer Leverkusen, ha raccolto i pezzi di pane che gli sono stati tirati durante il match di Bundesliga nella BayArena contro lo Schalke 04 e ha sorpreso tanti con la sua reazione. Un gesto, il suo, che accomuna diverse religioni e che ha a che fare con la gratitudine, la consapevolezza che molte persone non hanno accesso al cibo e l’essere cosciente che quel pane verrà buttato. In questo caso, per una questione di inciviltà. 

Giubileo - Prepariamoci non solo qui con i pannelli che saranno esposti nella chiesetta, ma con buoni libri. Il testo di Marco RoncalliIl tempo della misericordia. dalle origini a papa Francesco, San Paolo editrice. Diciassette capitoli per raccontare storia, pellegrini, motivazioni, incidenti, segni di riconoscimento, divertimenti: oltre ai grandi santi che si sono fatti pellegrini giubilari, come Brigida di Svazia, Francesca Romana, Bernardino da Siena, Rita da Cascia, Ignazio di Lojola, Filippo Neri e molti altri, che si misero sulle strade per Roma, Gerusalemme Compostela. 

Di altro taglio il libro di Alberto Melloni Il Giubileo, una storia, Laterza editrice: da strumento economico-politico di una certa monarchia papale, con una tradizione da risvolti ambigui, all'indizione di papa Francesco, che lo ha promosso con parole inedite e con la volontà esplicita di "nobilitare" il popolo di Dio, soprattutto dopo un Sinodo che non si è misurato con morali vecchie e nuove, ma con il Vangelo. 

E' la storia di Jonas, un tredicenne che ha come sogno di diventare un campione di macchine volanti a energia solare. Annunciato così nell'ultima di copertina può scoraggiare chi si picca di essere un po' troppo adulto per simili favole. Poi, in una pausa della vita che lo costringe a letto senza voglie di letture impegnate, si trova a volerlo leggere fino alla fine. Per accorgersi che di favole così ha bisogno nella sua età adulta. Per questo il romanzo di Francesca Caldiani (Jonas Grinn, ed Watson, pagg 433) lo si consiglia agli adulti: o, in lettura mediata, a genitori e figli insieme. Per poter continuare ad alimentare in sé la speranza di cui si vuole nutrire il cuore dei ragazzi.

Maria Altmann, una ottuagenaria ebrea, ottiene dall’Austria, dopo una lunga battaglia legale, la restituzione del dipinto Woman in Gold di Gustav Klimt, incamerato dai nazisti: un dipinto che è l’immagine incancellabile di Adele, la zia bellissima e conturbante, che tradiva nello sguardo malinconico il timore per un futuro minaccioso. È la trama di un film che narra la memoria dolorosa della giovinezza spezzata dalla guerra, l’affetto verso i genitori abbandonati per fuggire in America, e l’indifferenza, ancora negli anni recenti, di un riconoscimento delle ragioni di chi fu preda della violenza nazista. Avvincenti le interpretazioni degli attori in una sceneggiatura coinvolgente.  

Ci sono saggi che aiutano a comprendere il senso di un cammino compiuto in segreto, per proteggere i protagonisti da timori o condizionamenti. E soprattutto ci sono le voci delle vittime e dei carnefici, che più di ogni ragionamento danno conto del «miracolo». «Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso». Un libro che ricorda gli anni del terrorismo, con una scrittura altra rispetto alle cronache sconvolgenti e risentite del tempo. AA.VV. Il libro dell’incontro, ed Il Saggiatore, pagg 466. 

 

San Leopoldo Mandic e quel “cattivo esempio di Dio”

Le spoglie del Frate cappuccino sono in San Pietro perché papa Francesco lo ha voluto come testimone - insieme a san Pio da Pietrelcina - del Giubileo straordinario della misericordia. Stefania Falasca su Avvenire gli dedica un ritratto, in cui ricorda alcune sue celebri espressioni, come questa: «Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena?»

 

 

«Padre, ma lei è troppo buono... ne renderà conto al Signore!... Non teme che Iddio le chieda ragione di eccessiva larghezza?». Ma a chi lo accusava di «lassismo di principi morali», san Leopoldo Mandic ripondeva: «Ci ha dato l’esempio Lui! Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui col Suo esempio. Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena?». Allargando le braccia aggiungeva: «E se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: “Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità”». Lo ricorda oggi Stefania Falasca su Avvenire, in un articolo dedicato a questo Frate cappuccino - noto come il Santo confessore - le cui spoglie sono in questi giorni nella basilica di San Pietro, perchè papa Francesco lo ha voluto come testimone - insieme a san Pio da Pietrelcina - del Giubileo straordinario della misericordia. 

«È Dio che opera nelle anime. Nel confessionale non dobbiamo rovinare quello che il Signore va operando», raccomandava Leopoldo Mandic, come sottolinea Falasca del Frate canonizzato da san Giovanni Paolo II nel 1983. 

 Il Pontefice argentino lo ha scelto come modello per i confessori perché «è precisamente un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale», come ha detto nell’udienza di mercoledì scorso.  

 Confessarsi da padre Leopoldo «era cosa breve», scrive Falasca, «Non si dilungava mai in parole, spiegazioni, discorsi. Aveva imparato dal Catechismo di san Pio X che la brevità è una delle caratteristiche di una buona confessione. Eppure il suo confessionale è stato per più di quarant’anni una specie di porto di mare per le anime. Tanti erano quelli che andavano, che assiduamente lo frequentavano». 

 San Leopoldo Mandic «ha passato tutta la sua vita nella sua celletta confessionale, rimasta “a monumento della Sua bontà”, nel convento dei frati Cappuccini a Padova. Confessava dodici, tredici, quindici ore al giorno e assolveva oves et boves, cioè tutti».  

 In una lettera a un prete, Leopoldo diceva: «Mi perdoni padre, mi perdoni se mi permetto... ma vede, noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, non dobbiamo parlare di cose superiori alla capacità delle singole anime, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti, con la nostra imprudenza, roviniamo quello che il Signore va in esse operando. È Dio, Dio solo che opera nelle anime! Noi dobbiamo scomparire, limitarci ad aiutare questo divino intervento nelle misteriose vie della loro salvezza e santificazione».  

 Era criticato perchè nelle penitenze era magnanimo, e a chi gli obiettava di darle facili replicava: «Oh è vero... e bisogna che dopo soddisfi io... ma è sempre meglio il purgatorio che l’inferno. Se chi viene da noi a confessarsi, col dargli poca penitenza deve poi andare in purgatorio, dandogliela grave non c’è pericolo che si disgusti e vada a finire all’inferno?».  

 Magnanimo nelle penitenze, e magnanimo nell’assoluzione, a tale punto che «quelle rarissime volte che l’ebbe fatto si pentì sempre - rammenta Falasca - Alcuni giorni prima di morire un sacerdote gli chiese: “Padre, c’è stata qualche cosa che vi ha procurato tanto dispiacere?”. Egli rispose: “Oh! Sì... purtroppo sì. Quando ero giovane, nei primi anni di sacerdozio, ho negato tre o quattro volte l’assoluzione”». 

La biblista francese Anne-Marie Pelletier, docente di Sacra Scrittura ed ermeneutica biblica allo Studio della facoltà “Notre Dame” del Seminario parigino, non sa perché papa Francesco ha affidato proprio a lei le meditazioni che il 14 aprile scandiranno le stazioni della Via Crucis al Colosseo. “Non ho cercato di indagare.... In ogni caso, è sembrato giusto quest’anno assegnare a una donna laica un compito riservato finora a sacerdoti e religiosi. Questa innovazione fa parte di quei gesti che indicano come le donne comincino a comparire un po’ di più negli sguardi dell’istituzione ecclesiale. Una buona notizia per le donne ma ancor più, ai miei occhi, per la Chiesa. Con una sottolineatura riferita all'attualità e un’altra alla Rivelazione: “Nel nostro presente, un numero sempre maggiore di Paesi scivola verso un autoritarismo molto maschilista; va di moda esaltare la virilità da conquistatore. Invece la Chiesa fa un gesto, mi sembra, che sta andando nella direzione opposta: si ricorda e ricorda che furono le donne a essere le ultime accanto a Gesù nella sua Passione e le prime a ricevere l’annuncio della Risurrezione. Quando ho ricevuto la richiesta di scrivere la Via Crucis, ero molto sorpresa ed emozionata. Ma anzitutto perché si trattava di preparare le meditazioni su un momento decisivo della celebrazione cristiana del mistero pasquale. La morte di Gesù sulla croce rimanda al cuore della fede. Perché affronta il paradosso assoluto: Dio subisce la violenza degli uomini, entrandoci dentro per vincerla con l’amore e il perdono. Una realtà da capogiro! Quindi mi ha toccato il fatto che mi venisse affidata la missione di essere l’interprete della fede della Chiesa durante la Via crucis del Venerdì santo, memoria di un avvenimento che ha cambiato la storia”.

Elevazione Musicale

con Meditazione del Rettore Attilio Bianchi

Risultati immagini per passione del signore

Martedì Santo 11 APRILE 2017  ore 21

Abbazia s. Egidio

in Fontanella al Monte

nel pellegrinaggio dei parrocchiani di

S. Alessandro in Colonna – Bergamo

 

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Complesso Polifonico e Strumentale

Ghirlanda Musicale:

direttore Marco Maisano,

solisti Zara Dimitrova soprano,

Maria Elena Chiappa contralto,

Michele Mauro tenore,

 Ettore Begnis violino,

Flavio Bombardieri violoncello,

Riccardo Crotti contrabbasso.